lunedì 21 giugno 2010

La vita nuova di Vincenzo Deluci


Sei anni duri (e inattesi) non si cancellano. Né si dimenticano. Ma il tempo, talvolta, non passa invano. E, se non restituisce tutto, almeno sa alleviare la sofferenza pura, le difficoltà di ogni giorno, il buio di un tunnel. Premiando il coraggio di vivere. Il coraggio di sperare: malgrado tutto. E la voglia di tornare in trincea: con la musica, nella musica. Per la musica. La voglia di esserci. Di sentirsi parte del sistema. O, più semplicemente, parte della quotidianità. Propria e altrui. Quella quotidianità che ha scolpito i giorni migliori. Quando tutto sembrava facile. Quanto tutto procedeva come doveva. Quando la musica, appunto, riempiva le ore. Tutte le ore della settimana. Quando gli spartiti erano causa ed effetto, esigenza e diversivo, passione e professione. Mistero e certezza. Sostentamento e ambizione.
Vincenzo Deluci suonava. Spesso, molto spesso. E bene. Parola di chi lo frequentava. Di chi lo conosceva. Di chi si avvicinava al suo bop duro, alle sue tonalità suggestive. Parola di spettatori attenti, di appassionati del jazz, di colleghi importanti, di critici consacrati. Componeva (anche il primo disco a proprio nome, interamente originale: La Rana dalla Bocca Larga, lavoro leggero e profondo, frizzante e intenso, delicato e itinerante) e suonava: la tromba e il flicorno. Qui e là, per le rotte di Puglia. Affacciandosi sistematicamente oltre il confine regionale. Preparando l’ingresso definitivo nel circuito nazionale: quello spazio che diluisce le agitazioni della sopravvivenza e che avvicina le gratificazioni economiche. Ma non solo quelle economiche. In attesa di un tour, davvero imminente. E di una conferma: la partecipazione, in Spagna e in Germania, a due festival di spessore. Vincenzo suonava. E pianificava: sogni e futuro. Strategie ed alleanze artistiche. Poi, lo schianto: la strada che svaniva, l’auto che volava nel fossato. Tornava da Maglie, dopo un concerto nel jazz club gestito artisticamente da Maurizio Quarta. E cercava di tornare a casa, a Fasano: era la notte del 23 ottobre del 2004.
Vincenzo si risvegliava a Brindisi, nel nosocomio del Perrino. Dopo molti giorni virtuali. Più tardi, si trasferiva in strutture meglio attrezzate. Ma la funzione delle gambe era persa. E anche quella degli arti superiori. Tetraplegico: si dice così. L’impatto con la realtà diventava violento: forse, ancora di più di quello accusato sulla superstrada. La vita cambiava. Radicalmente. E cambiavano le abitudini. Cambiava tutto. La tromba rimaneva lì, in un angolo: eppure, sempre al centro dei pensieri, nella testa. Ma senza una mano che la guidasse. La musica, a quel punto, sembrava lontana: l’ultimo dei problemi. Con una carrozzina comandata elettricamente, le priorità sono altre. Psicologicamente, però, il ragazzo resisteva, reagiva. Anche se, a trent’anni, il mondo sembrava essersi rivoltato contro. Da un momento all’altro. La famiglia, poi, gli rimaneva vicina. E anche gli amici di un tempo. Iniziava, così, la rincorsa alla normalità. La normalità che si chiama poter pranzare, bere, leggere. E studiare, magari. Vivere, ecco. Con il tempo, Vincenzo si adattava alla novità. Pensando in fretta di ricominciare. A comporre, innanzi tutto: sfruttando i progressi della tecnica e i programmi computerizzati. Buoni per rivalutare intuizioni, talento, capacità. E, infine, a suonare. La tromba. In pubblico.
Tutto vero, questa è storia. E’ la storia di Vincenzo Deluci. Ventuno giugno duemiladieci, quasi sei anni dopo: il palcoscenico è quello della Grave delle grotte di Castellana: scenario unico, senza tempo. E Vincenzo è lì, con un guanto e la sua tromba. Che poi è un trombone adattato: la coulisse sostituisce i tasti. Ma è lì: con la sua tecnica e tutta la sua vita. Davanti, c’è il suo mondo. E anche VianDante, Paradiso - Inferno A/R è un progetto suo. Tutto suo. Un progetto di note e parole. Una suite di quaranta minuti e una composizione conclusiva, innervate di emozioni e intervallate da quasi due minuti di applausi. Continui e convinti. Un progetto pregno di certezze, più che di speranze. Perché, in fondo, è di certezza che Vincenzo ha vissuto, sin qui. La certezza di tornare, un giorno, a suonare. Ad esibirsi. Combattendo a suo modo le asperità del destino. Eccolo, Vincenzo De Luci: con le sue idee, il suo sound creativo. E il suo pubblico. I versi fuori campo, invece, sono quelle registrati da Peppe Servillo, portavoce storico degli Avion Travel, artista raffinato ed eclettico. Le pagine, infine, arrivano dalla Divina Commedia dantesca e avvolgono le composizioni di Vincenzo, preparate e mixate con l’apporto dell’elettronica.
Parole e musica procedono assieme, vibranti. Eteree. Tra stalattiti e stalagmiti, sul palco che sembra sospeso al centro della terra, nella migliore location possibile, VianDante è il viaggio di Vincenzo. Verso gli abissi. E, sùbito dopo, verso la luce. Partendo dal canto terzo dell’Inferno, passando per il Purgatorio. Destinazione Paradiso. Tra note prima oscure, viscerali. E, poi, trasparenti, vaporose. VianDante, diretto da Giuliano Di Cesare, confezionato da ZonaEffe, arrichito dal supporto tecnico di Marcello Di Pace e Vincent Lounguemare, realizzato con il patrocinio delle Grotte e dell’amministrazione comunale di Castellana, tocca nell’intimo e lascia qualcosa. Forse, per la storia che galleggia dietro. Forse, per la forza della musica, che rende tutto più semplice. Anche se il braccio che sorregge la tromba è quello sinistro: l’unico che si permette ancora qualche movimento. Anzi, anche per questo particolare, forse. Ma, sicuramente, perché VianDante è la sintesi di un ritorno in superficie, di una battaglia ardita, di una lotta ostinata. E simbolo di risveglio. E perché, in fondo, è una vittoria. La vittoria di Vincenzo. Godiamocela tutti.

Vincenzo Deluci (tromba ed elettronica) in "VianDante Paradiso-Inferno A/R"
voce narrante fuori campo di Peppe Servillo
Castellana Grotte (BA),
Grave delle Grotte

domenica 20 giugno 2010

Alberobello, il ritorno del jazz


Prima Daniele Di Bonaventura: il suo bandoneón intimo e delicato, i colori morbidi della sua musica e il suo gruppo (Marcello Peghin alla chitarra, Felice Del Gaudio al contrabbasso e Alfredo Laviano alle percussioni: cioè, Band’Union, ovvero un tributo allo strumento e alle sue origini tedesche, alla sua storia nell’universo musicale, ma anche un omaggio a se stesso e al suo percorso artistico, che sempre più spesso lo dirotta in Puglia). Senza che il tango si appropri del palcoscenico, però: del resto, l’artista abruzzese si lascia sedurre dalle proprie composizioni, libere – perché no - di spaziare anche per i sentieri della canzone popolare. Quindi, il giorno dopo, Camillo Pace (contrabbasso) e Connie Valentini (voce), asssistiti da Nico Masciullo (percussioni) e Antonio Lorè (tromba), tutti divorati dalla nostalgia di un Bob Marley rivisitato in chiave jazzistica, dove canto, istinti, slanci e melodia finiscono per essere centrifugati in un progetto intrigante, originale, caldo e solidamente collaudato da oltre due anni di live. E, peraltro, celebrato in Uhuru Wetu (“La Nostra Vita”, nella lingua dei nativi del Kenia), un disco di imminente pubblicazione (con l’etichetta di Roy Paci?), ma già realizzato. E dedicato all’Africa, terra a cui il contrabbassista martinese è visceralmente legato, sotto il profilo artistico, ma anche sotto quello puramente emozionale.. Infine, il nuovo incontro con le note di Javier Girotto, uno che scende spesso a queste latitudini, ma che non stanca mai. Anche se ripropone un lavoro ormai conosciuto come Nahuel, avvalendosi della complicità del quartetto d’archi più versatile di queste contrade, il Vertere di Amatulli e Paglionico (violini), Buccarella (violoncello) e Mastro (viola). Aggirandosi nei meandri dei ritmi più tradizionali della sua terra, l’Argentina, tra suite e consuete finezze stilistiche.
Tre appuntamenti, due giorni, una rassegna. Una rassegna ritrovata, anzi. L’Alberobello Jazz Festival risorge quasi all’improvviso, dopo due stagioni di silenzio. Rispolverato (di più: caldeggiato) dalla locale aministrazione comunale, che lo inserisce nel cartellone estivo. Affiancandolo, così, ad un contenitore di largo gradimento come Experimenta (l’idea di Gianluigi Trevisi funziona sempre, anno dopo anno), oppure al più casereccio Festival Folklorico Internazionale “Città dei Trulli”, diventato appuntamento praticamente irrinunciabile, per gli appassionati del settore. Niente male, se pensiamo che altrove (e non troppo lontano) la politica locale dimentica o penalizza i progetti musicali (a Locorotondo è scomparso l’Antiphonae Jazz Festival, a Ceglie è saltato l’Open Jazz Festival: ma non si tratta di casi unici, purtroppo. E la recessione ecomomica non spiega tutto). «Questa volta è accaduto il contrario»: Barbara Cupertino, che con Alberto Maiale ha curato la duegiorni, non nasconde una certa soddisfazione di fondo. «Questa volta è stato l’ente pubblico a proporre al Circolo Arcitrullo di riannodare il filo del discorso interrotto. Riconoscendo, evidentemente, la validità del lavoro svolto in precedenza. E incaricandosi di coprire, con il sostegno di alcuni sponsor, il costo dell’operazione. Un costo contenuto, per la verità: anche perché l’Alberobello Jazz Festival, pur vantando la partecipazione di diversi artisti di respiro nazionale e internazionale, da sempre, non ha mai voluto tradire la filosofia che lo sorregge. Questa rassegna, cioè, è soprattutto una vetrina per gli artisti di casa nostra. Per quanti hanno voluto e vogliono confrontarsi con le idee e le personalità che arrivano da fuori regione. Per quanti provano a crescere, apportando il proprio contributo all’evoluzione della musica sul territorio». Ma è pure bello sapere che la gente ha ancora fame di progetti. Nonostante tutto. Spaventata, magari, dalla sensazione di poter perdere progressivamente gran parte degli appuntamenti live. Che, da un po’ di anni, sembravano aver caratterizzato le estati pugliesi. E che certi venti rischiano di spazzare definitivamente. Ed è bello apprezzare la risposta del pubblico, accorso compatto nel piazzale antistante il Trullo Sovrano, antica location della manifestazione. Malgrado la concomitanza dei Mondiali di calcio, peraltro mosci e deludenti, senza appeal. «I conti si faranno con calma», certifica la Cupertino. «Ma non possiamo lamentarci: l’Alberobello Jazz Festival è tornato, ritrovando la sua platea. E lanciando un’altra proposta, quella dei concerti-aperitivo, una sessione mattutina che ha coinvolto gli studenti del Conservatorio». In altre parole, il futuro. Il futuro della musica che si para di fronte, inseguendo le tracce del passato. A volte, succede qualcosa. E si recupera un po’ del tempo perduto. Ad Alberobello qualcuno ha capito: chissà che capire non diventi una malattia sana e contagiosa. Un po’ ovunque. Ne avremmo bisogno, in questa terra che attende fermento, lavoro e pure turismo. Dimenticando spesso di incoraggiarli.

Alberobello Jazz Festival 2010
piazza Sacramento (Trullo Sovrano)

Band'Union (Daniele Di Bonaventura: bandoneón; Marcello Peghin: chitarra dieci corde; Felice Del Gaudio: contrabbasso; Alfredo Laviano: percussioni)
19.06.2010

Connie Valentini (voce) & Camillo Pace (contrabbasso) in "Uhuru Wetu"
guest Nico Masciullo (percussioni) e Antonio Lorè (tromba)

Javier Girotto (fiati) & Vertere String Quartet (Giuseppe Amatulli: violino; Rita Paglionico: violino; Giovanna Buccarella: violoncello; Domenico Mastro: viola) in "Nahuel"
20.06.2010

giovedì 20 maggio 2010

Sinergia da ascoltare


Al primo ascolto, sembra la continuazione immaginaria (o il completamento) del percorso del progetto Clessidra. E, forse, sotto certi aspetti, lo è. E non solo perchè certe sonorità di quest’ultimo album del Synerjazz Trio ricordano quelle che innervano il disco – ancora recente – ideato da Mirko Signorile. Intendiamoci: Clessidra si è sviluppato attorno alle intuizioni e, quindi, al pianoforte del musicista modugnese, assistito dai contrabbassi di Paolino Dalla Porta e di Giovanni Giuliano, dalla batteria di Fabio Accardi, dalle percussioni di Cesare Pastanella e dall’elettronica gestita da Marco Messina. Rimanendo, di fatto, una raccolta di brani che raccontano il percorso artistico del pianista. Che vive di luci e riflessi propri. E Synerjazz Trio (sì, il titolo attinge dal nome stesso della formazione) nasce dalla stretta collaborazione di Signorile con Giorgio Vendola (contrabbasso) e il cilentano Vincenzo Bardaro (batteria). Finendo, peraltro, con l’unirsi alla precedente fatica della formazione, il fortunatissimo The Magic Circle. Ma questo lavoro è, così come Clessidra, un punto di partenza attraverso due direttrici diverse, ma sempre più spesso confluenti, come il jazz e la musica contemporanea. Che Mirko – vero trait d’union delle due situazioni discografiche - continua ad abbracciare.
Dicevamo del primo ascolto: “Come Ali di Farfalla” e “Alla Luce del Sole”, primo e secondo brano del disco (ma anche “Modern’s Dilemma”, se è per questo) confermano l’apertura musicale che Signorile ha voluto imporre alla propia produzione, conferendole una dimensione un po’ più cosmopolita. Anche se i jazzofili più puri, magari, dissentiranno. Eppure, come accennavamo, Synerjazz Trio è un’esecuzione equamente divisa anche dal punto compositivo. Frutto, cioè, di una concertazione effettiva. Ed è meglio chiarirlo ancora: per rispetto dei compagni d'avventura di Signorile e per dovere di cronaca. Ma anche per non deviare il senso della realtà. Di Vendola, infatti, sono “Gabin”, “The Night Before You”, “Jupiter”, “Incerto” e “Cirano”. E di Bardaro sono altre tre tracce ("There’s Time for Everything”, “Esca” ed “Easy”). Mentre Signorile firma anche “Lilium”. Ma, al di là delle assonanze, delle empatie delle finalità più o meno dichiarate del progetto (a proposito, c’è anche una cover: “A View to a Kill” di John Barry e Duran Duran) questo è un cd che si fa ascoltare e riascoltare. Che lascia un’impronta: senza scivolare nel vortice della banalità. E che, come sottolinea proprio Mirko Signorile, in un certo senso sancisce l’attività del trio. Anche e soprattutto perché The Magic Circle, la precedente esperienza della formazione (2005), è un disco registrato a nome del suo leader.
Il concetto di sinergia, dunque, è saldo: sin da principio. Come è saldo il legame tra i tre autori e l’ottica musicale di ciascuno di loro. Synerjazz Trio (prodotto da Stradivarius, registrato nel duemilaotto, uscito nel febbraio scorso e presentato ufficialmente solo ultimamente, alla Feltrinelli di Bari) è un puzzle di tredici tracce che non diventano il pretesto per improvvisazioni ingombranti, come accade solitamente in ambito jazzistico. Tredici composizioni, cioè, di media lunghezza: scelta che accarezza la volontà di offrire più elementi tematici. Alle quali si associa un’ulteriore traccia dvd, realizzata in bianco e nero: quella di “Modern’s Dilemma”, che poi è l’unico pezzo cantato (e qui quella strofa “muoversi nel mar” si trascina ostinata, ma efficace). E che, in fondo, offre all’intero album quella dimensione gioviale e, chissà, anche goliardica che non appanna affatto il rigore artistico in cui naviga il nuovo viaggio di un gruppo solido, ormai collaudato, sicuramente ispirato.

Synerjazz Trio (Stradivarius, febbraio 2010)
Synerjazz Trio (Mirko Signorile: pianoforte; Giorgio Vendola: contrabbasso; Vincenzo bardaro: batteria)

(pubblicato dal sito www.levignepiene.com)

venerdì 7 maggio 2010

Abbracciante, musica per il Brás


Un documentario, un film: ambientato e sviluppato in Brasile, a San Paolo. Anzi, nel Brás, uno dei quartieri più italiani della città. E, certamente, sede del nucleo polignanese più importante al di fuori della Puglia. Un mediometraggio di sessantacinque minuti: pensato, diretto e musicato da pugliesi. Perché è in Puglia che l’idea viene raccolta dalla realtà paulistana. Per poi modellarsi ed evolversi al di là dell’oceano. La pellicola verrà presentata il quattordici maggio, in anteprima, proprio a San Paolo, all´interno dell´Edifício Itália (il primo grattacielo-simbolo della città), a cura dell´Istituto Italiano di Cultura di San Paulo. E, probabilmente a giugno, proprio a Polignano. Si chiama Le Mamme di San Vito ed è una storia di solidarietà sviluppatasi all’interno della comunità originaria di Polignano a Mare.
Solidarietà e immigrazione: ma anche radicamento nel territorio. E’ una storia di italiani del Brasile. E di figli di quegli italiani sbarcati in Sudamerica all’alba del Novecento. Che, con la vendita di prodotti della cucina tradizionale della Terra di Puglia, ma anche italiana in genere, aiuta da anni migliaia di bambini, di ogni provenienza e religione. Accade per due mesi all’anno, in ricorrenza della Festa di San Vito, che poi è il patrono di Polignano. Le Mamme di San Vito (la più giovane ha settantacinque anni, la più anziana novantacinque) preparano per beneficenza piatti tipici rimasti intatti, nei sapori e nella produzione. La comunità, con gli introiti della festa, ha fondato la Creche de São Vito (l’Asilo di San Vito), ubicato proprio nel quartiere Brás, che ospita centoventi bambini all’anno.
Questo racconta Gianni Torres, quarantatre anni, polignanese e animatore di diversi momenti artistico-culturali in uno degli angoli più intriganti del sudest barese (uno per tutti, la ricca e seguitissima rassegna Volare, dedicata a Modugno, nell’estate del duemilaotto). Regista, sceneggiatore, montatore e produttore del documentario, girato nel maggio del 2009, Torres non si avvale, peraltro, di nessun attore professionista. Tutto, cioè, nasce in strada e i protagonisti sono quelli della realtà. E pugliese (di Ostuni) è anche l’autore delle colonne sonore del mediometraggio: Vince Abbracciante, fisarmonicista ventisettenne di solida ascesa, al termine della proiezione del documentario nell’ Edifício Itália, sarà peraltro protagonista di un momento live. «Il pezzo principale – dice - si chiama “Ninar”, che in portoghese significa ninna nanna. La prima volta che ho visto il film, con l’audio originale, mi sono sentito pervaso da un senso di amore per queste persone e di stupore per quanto hanno saputo realizzare. Solo l'amore puro, del resto, può dare la forza per continuare questo progetto».
Spesso impegnato tra il jazz e il tango, Vince Abbracciante è musicista che prova ad allargare i suoi orizzonti, affinando anche lo studio dell’organo Hammond e della farfisa e, soprattutto, a cercare connessioni tra le sonorità più vicine al suo strumento, che rimane sempre e comunque la fisarmonica, e la musica classica (ricordiamo un progetto con il quartetto d’archi capitanato da Ida Ninni) o le tonalità rock (il gruppo dei Tàngheri, di cui ha fatto parte con Davide Penta, Antonio Di Lorenzo, Rocco Capri Chiumarulo prima e Beppe Delre poi, ha stretto salda collaborazione con il chitarrista Marc Ribot, per fare un esempio). Senza dribblare, peraltro, altre strade, come la rivisitazione di alcune composizioni da film (è un progetto dei Bumps, ovvero i vecchi Tàngheri, che si sono affidati ad una voce nuova, la jazzista e bossanovista barese Francesca Leone). E, ovviamente, senza perdere la speranza di realizzare l’antica idea di un’esibizione in duo con Richard Galliano: operazione quasi conclusa e poi sfumata pochi mesi addietro. Sfumata, ma niente affatto accantonata. Qualcosa potrebbe muoversi. E qualcuno (Galliano, appunto) ha confermato la disponibilità. Basterà saper attendere.

Le Mamme di San Vito (documentario, Italia/Brasile, maggio 2009)
Soggetto regia e produzione di Gianni Torres
Colonna sonora di Vince Abbracciante

(pubblicato dal sito www.levignepiene.com)


mercoledì 5 maggio 2010

I sette colori di Fabio Accardi


Nessuna fretta. Il disco esce quando può. Quando certe coordinate discografiche si raccordano. Quando la casualità e l’ostinazione determinano il momento. Succede sempre più spesso: anche perché il mercato è saturo e le offerte superano le richieste. Ma, intanto, il lavoro c’è e non fugge: pronto alla pubblicazione. Definitiva. E’ la storia di Arcoiris, primo album a proprio nome di Fabio Accardi, batterista assai dinamico della scena jazzistica di Puglia. Un album pronto da tempo (diciamo un paio di anni e anche qualcosa in più), ma commercializzato solo nell’ultimo febbraio dalla Mordente Record, etichetta che si aggrappa all’omonima associazione culturale di cui proprio il musicista barese è ispiratore, mente, braccio e cardine. Un disco, dunque, fatto in casa. Ma assolutamente lontano dal concetto di scontata autoproduzione: sia per la qualità della confezione (un dettaglio che fa spessore, in fondo) che per la freschezza e la leggerezza del prodotto musicale, una raccolta di dieci composizioni tutte scritte e arrangiate da Accardi e incise tra il febbraio e l’ottobre del 2007.
Le tracce rivelano una bella gamma di colori, puntando sulla melodia, su un jazz moderno, sulla collaborazione di un paio di nomi interessanti di questa terra (Mauro Gargano, contrabbassista ormai pienamente assorbito dai palcoscenici francesi e il pianista brindisino Nicola Andrioli, da tempo residente a Bruxelles) e di altri sei artisti (Sandro Zerafa alla chitarra, Jocelyn Mienniel al flauto e al sax soprano, Stéphan Caracci al vibrafono, Rémy De Cormeille al piano, Crystophe Panzani e Robin Verheien ai sassofoni) reclutati oltr’Alpe, dove Fabio Accardi ha vissuto e operato per alcuni anni, prima di tornare in riva all’Adriatico. “Cotanta Speme”, “A/R”, Chanson por un Film à Faire”, “Chissà, Forse un Giorno…, “Tesi al Cambio”, Settembre”, “Missed Departure” e “Iles Lontaines” sono brani che si ascoltano volentieri, ben costruiti. E che si completano con le sonorità più calde di “El Gato” e “As Vezes”, titoli che tradiscono l’altra passione di Accardi, quella per i ritmi che arrivano dal Sudamerica (del resto, l’interscambio artistico coltivato nel tempo con Rosália De Souza, Barbara Casini e Rosa Emília dice parecchio).
«Il progetto – rivela il trentasettenne batterista barese - è una risposta ad una mia urgenza espressiva. Ho pensato di esprimere il mio immaginario sonoro offrendo forma alle sensazioni ed alle emozioni venute fuori dalle esperienze vissute in questi anni, a contatto con diversi protagonisti. Arcoiris, poi, significa arcobaleno: un sostantivo che descrive perfettamente le infinite tonalità-sfumature delle sensazioni o delle emozioni, talora contrastanti, che emergono da incontri ed esperienze. Le sonorità che caratterizzano il disco, cioè, finiscono per diventare la colonna sonora di quelle situazioni». Arcoiris, una raccolta e una sintesi. «Sì. Di mondi musicali distanti tra loro, ma forse neanche tanto. Ovviamente, filtrati dalla mia immaginazione. Mondi che hanno contribuito a forgiare il mio universo sonoro. Primo fra tutti, quello di Pat Metheny, fonte preziosa d'ispirazione da cui ho attinto linfa vitale e attraverso il quale ho scoperto la musica brasiliana di Milton Nascmento, di Tom Jobim e di Egberto Gismonti, il lirismo assoluto e il profondo senso del blues di Ornette Coleman, oppure l'infinito romanticismo della musica di Bill Evans, il tango di Piazzolla e Gardel, il soul di Marvin Gaye e Stevie Wonder, il rock dei Led Zeppelin e dei Deep Purple, il pop di Paul McCartney, Bowie, Joe Jackson e di Sting. Senza dimenticare Ravel e Strawinsky e le colonne sonore di Bacharach, Legrand, Morricone ed Hermann. La gamma delle fonti di ispirazione, peraltro, è assai variegata, come quella dei colori dell'iride». L’arcobaleno e i suoi sette colori. Arcoiris e la sua musica scritta per sette musicisti. «Esatto: per sette musicisti, sette strumenti, sette timbri differenti. Sette colori che vibrano e che girano vorticosamente insieme, alla ricerca di una sonorità cristallina». Chiusa per due anni e qualcosa nel circo delle intenzioni. E, adesso, accessibile a tutti. Un disco, dicevamo, esce quando può: l’importante, però, è che il messaggio arrivi, prima o poi.

Arcoiris (Mordente Records, febbraio 2010)
Fabio Accardi (batteria), Mauro Gargano (contrabbaso), Sandro Zerafa (chitarra), Jocely Mienniel (flauto e sax soprano), Stéphan Caracci (vibrafono), Nicola Andrioli (pianoforte), Rémy De Cormeille (pianoforte), Chrystophe Panzani (sax soprano e sax tenore), Robin Verheien (sax soprano)

(pubblicato dal sito www.levignepiene.com)

martedì 20 aprile 2010

Márcio Rangel, um cara gozador


Márcio Rangel, all’Italia, si è abituato. E, in Italia, dice di trovarsi bene. Anzi, benissimo. Non è affatto cattiva, peraltro, la sua scelta di vita: che, poi, è Monteriggioni, nel pieno della campagna senese, dove arte, cultura, vino e sapori si confondono all’ombra del castello. Scelta di vita che, alla fine, finisce per condire la passione per la chitarra, cioè la causa del trasferimento transoceanico. E sì, perché Márcio arriva da lontano: Mossoró, poco meno di trecento chilometri dalla meglio conosciuta Natal. Rio Grande do Norte, dunque. Nordest del Brasile, quindi. Il ragazzo (trentasei anni a novembre) conserva però tutta la solarità e la facilità di socializzare della gente della sua terra. Vero e proprio marchio di fabbrica di chi arriva da certe latitudini: perché, come scriveva e cantava Vinícius de Moraes, la vita (e, certo, anche e soprattutto la musica) è arte dell’incontro. A vederlo, comunque, sembra anche più giovane di quello che è. E, tra una frase in italiano e una in portoghese, non nasconde per niente tutto il suo entusiasmo: per le sette note, per il suo Paese, per quello che lo ha accolto, per la cultura musicale sudamericana e per gli spartiti che fa ruotare sul palco.
Márcio ama la propria musica. E ha deciso di pubblicizzarla un po’ ovunque: nasce così il tour di quattro giorni consumato in Puglia, esattamente a metà aprile. Dove, magari, attendeva di incrociare la primavera. E dove, invece, si è scontrato con scirocco e nebbia. Quattro giorni pieni: di nuove conoscenze e di nuove esperienze (a Martina, nella cornice dell’ospitalissimo Engine Club, si è misurato al fianco di un contrabbassista rampante come Camillo Pace, frutto autoctono di quest’angolo di Eurpoa dove le sonorità continuano a girare, malgrado tutto). E di situazioni anche intriganti, per un musicista (pensiamo alla Saletta della Cultura di Novoli o al Club 1799 di Acquaviva delle Fonti). O particolari: come il Circolo Pivot, sistemato in un palazzotto ottocentesco, nel centro storico di Castellana Grotte. Quattro giorni, ovviamente, dedicati alle tonalità del suo Brasile. Riarrangiate dalla sua chitarra contromano (spieghiamo: Márcio è mancino, ma suona lo strumento come un destrorso qualsiasi, però invertendo e, talvolta, inventando a proprio consumo e beneficio metodi di esecuzione), oppure assolutamente originali.
Mestre Rangel interpreta, ma – soprattutto – compone. Seguendo il proprio istinto. Che molto attinge dallo choro (si pronuncia sciòru, e arriva dall’area – diciamo così – erudita del panorama musicale brasiliano), ma anche dal baião e dallo xaxado (ritmi nordestini cugini tra loro, come affermava Luíz Gonzaga), senza rinunciare ad un pizzico di bossa, che fa particolarmente felici gli italiani. Tanta roba sua, allora, e pure qualche cover, ma senza abbondare: anche perché è difficile sgravarsi dalla responsabilità di non deludere troppo chi attende di ascoltare temi ormai familiari. Che la gente pretende di ritrovare, quando un artista brasiliano calca gli italici palcoscenici. «Chiedono determinati pezzi, che poi sono sempre gli stessi: e si meravigliano, se non li esegui. Bisogna venire incontro al pubblico, certe volte», chiosa divertito il chitarrista potiguar. Escogitando, con malizia da veterano spolverata di simpatia, soluzioni comode: in alcuni casi, cioè, propone composizioni proprie, annunciate invece come produzione dei nomi più gettonati. E il problema è risolto, tra la soddisfazione generale.
«Del resto, ho l’esigenza di far conoscere la mia musica. Che è il mio modo di pensare, di intendere quest’arte», confessa. Una musica che, tuttavia, non tradisce mai le tradizioni della sua terra e che svela il lavoro – anche di ricerca – speso in ogni spartito, in ogni accordo, in ogni arrangiamento. Lavoro, a volte, speziato, ricercato. Niente affatto commerciale, per capirci. Né banale: neppure quando rischia le note di “Asa Branca” e “Wave”, due classici universalmente incisi, da sempre, dentro e fuori il Brasile. E che Márcio adotta dal vivo, dopo averli riuniti (con brani originali come “Primo Volo”, “Verde Encanto”, “Fuga do Palhaço” e “Xaxado” e con “Gabrielas” di Dory Caimmi) in Palavras do Som, cd uscito nel 2002. Facendosi accompagnare, oltre che dalla chitarra, dalla fedele loop station, un tributo alla modernità e alla varietà dei suoni. E anche allo spettacolo: come quando, a Novoli, lascia il palco. Mentre la scatola magica continua a dettare i suoi tempi e i suoi ritmi registrati con il pedale. Márcio Rangel, um cara gozador.

Márcio Rangel (chitarra e loop station)

Martina Franca (TA), Engine Club Music Hall (con Camillo Pace al contrabbasso), 15.04.2010
Novoli (LE), Saletta della Cultura “Gregorio Vetrugno”, Tele e Ragnatele 2010, 16.04.2010
Castellana Grotte (BA), Circolo Pivot, 17.04.2010
Acquaviva delle Fonti (BA), Club 1799, 18.04.2010

(pubblicato dal sito www.levignepiene.com)

sabato 27 febbraio 2010

Guinga, musica vera senza folklore


Il suo nome completo (Carlos Althier De Souza Lemos Escobar) e il suo apelido (Guinga) non smuoveranno la folla della musica, in Italia. Perché lontano è il suo ambiente naturale e lontana, da queste contrade, è soprattutto una profonda cultura musicale sudamericana. Ma il chitarrista di Madureira, in Brasile, è personalità di livello assoluto. Scalfita nelle proporzioni, magari, dall’effervescenza mediatica di un Caetano Veloso, dal lirismo infinito di un Milton Nascimento e dal cosmopolitismo intellettuale di uno Chico Buarque. Dalle voci universali di Maria Bethania, Gal Costa, Marisa Monte o Adriana Calcanhotto o dai riflussi dell’antica bossa nova, emozionalmente sopravvissuta molto più in Europa, piuttosto che oltre oceano. O dalla modernità galoppante dell’ultima generazione, più globalizzata e rockettara. Eppure, Guinga è un’altra bella storia del suo Paese e di quel macrocosmo inesauribile che è la MPB, cioè la non meglio definibile musica popolare brasiliana. Una personalità che, da queste parti, possiede tuttavia qualche estimatore: senza, peraltro, tappezzare le colonne di un giornale, quando si trova a passare per questo angolo di Europa. Come, ad esempio, nell’ultimo week-end di febbraio.
E sì, perché Guinga, col suo bagaglio di garbo e sensibilità e con il suo profilo colto, è passato per due club di Puglia, ad Acquaviva e a Ceglie. Portando, come sempre, note leggere e accordi profondi, atmosfere eleganti e composizioni raffinate. Ovvero, la musica del proprio Paese, al netto del folklore che spesso la accompagna per il mondo. Opportunamente attinta dalla propria produzione e, in qualche caso, da quella altrui (ad esempio, “Se Ela Perguntar”, di Dilermando Reis, e “O Barquinho”, di Roberto Menescal). Operazione, questa, abbastanza agevole per chi, come il compositore carioca, pur coltivando una passione solida per gli autori classici (Puccini su tutti, si affretta a sottolineare) ha vissuto - rimanendone fortemente influenzato - la seconda metà del ciclo bossanovista e l’intero periodo di eleborazione postbossanovista. Il momento storico, cioè, più complicato: per motivi squisitamente sociali, diciamo pure così. Ma, innanzi tutto, frutto saporito di una rivisitazione culturale assolutamente sorprendente, perché partorita all’interno di una dittatura a volte persino feroce. E per chi, come Guinga, è passando per le maglie di un’espressione artistica che ha movimentato idee e prodotto opinione. Accostandosi, dettaglio essenziale, ad un esercito di figure forti della musica brasiliana: con alcune delle quali, del resto, ha anche collaborato corposamente (il già citato Buarque, Alaíde Costa, Aldir Blanc: tre nomi per tutti).
In Italia, comunque, Guinga ci torna spesso. E, assicura, anche volentieri. E non solo per esibirsi. Quasi sempre scortato da ottimi interpreti di casa nostra (Gabriele Mirabassi, prima degli altri) dichiaratamente coinvolti da certe sonorità latinoamericane. E in Puglia, per esempio, lo ricordiamo proprio al fianco del clarinettista perugino, a Lecce. Questa volta, invece, il chitarrista si è fatto accompagnare della sua stessa voce. E da nient’altro. In un contesto, se vogliamo, più intimo. Più cantautorale. E più gravido di suggestioni, di colori. Ma, probabilmente, anche più ostico per chi attendeva bossa nova pura e motivi di successo.«La gente mi scuserà - abbozza prima del live – ma, malgrado sia brasiliano e suoni musica brasiliana, avverto il bisogno di offrire le mie cose, piuttosto che gli standard più conosciuti. Perché la mia musica mi fa bene al cuore». Fortunatamente, aggiungiamo noi. «E so perfettamente – aggiunge - che la mia musica è assolutamente nuova per molti di voi. Lo è, in realtà, anche per me: perché non passa per le frequenze della radio, neppure in Brasile».
L’esibizione al Petra Club di Ceglie, location che continua a credere anche alle proposte sganciate dalle rotte più abusate (la direzione artistica di Francesco Lomagistro, va detto, non ama perdersi nei dubbi, sfidando talvolta la certezza delle scelte più convenzionali), dura un’ora. Ma è un’ora intensa. E difficile, anche: per il brusio che molto spesso si trasforma in rumore. Non può, tuttavia, non emergere il tasso robusto di tecnica che Guinga imprime alla serata: e che, pensandoci bene, meriterebbe la discrezione di un teatro. «Ma così non è e va bene lo stesso – chiosa Guinga -. La gente vuole dialogare e la vita è una. Non mi interessa di essere un buon compositore oppure no, di essere più o meno famoso: quando suono, ho la necessità di sentirmi utile e di entrare nel cuore anche di uno o due ascoltatori soltanto». Anche questo è stile. Lo stile di saper vivere. Con umiltà. Lo stile che anima gli artisti brasiliani, da sempre. Prendere appunti, prego.

Guinga (chitarra e voce)
Ceglie Messapica (BR),
Petra Live Music

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sabato 16 gennaio 2010

Capossela e la notte del fuoco

Soloshow è il solito caleidoscopio di colori, suoni, stravaganze ed evoluzioni di Vinicio Capossela. Uno che, se non ha scelto consapevolmente di stupire, prova testardamente ad uscire dal tracciato tradizionale del cantautorato di casa nostra. Diventando, sempre più, oggetto di desiderio e di ammirazione della massa giovane. Quella che ama ballare, spingere e dimenarsi, più che soffermarsi sulle parole, sui senso e sui messaggi. Soloshow è uno spattacolo aperto, dove le note dei fiati si accavallano a giocolieri di passaggio, ammaestratori di effetti sonori e momenti di poesia urbana. Dove il capobanda si muove con agio e mestiere, freneticamente e disordinatamente, come un Houdini dei giorni nostri: cambiando scene e postura, copricapo e maschere, atteggiamenti e modulazione della voce. Giocando a distribuirsi, a catalizzare l’attenzione, a scherzare con se stesso e con la sua natura, con la propria musica e con la propria angolazione sul mondo che gli scorre accanto. E, ovviamente, con la gente che si muove sotto il palco. Proprio mentre la fòcara piazzata al centro della piazza vasta, che è poi l’anello di congiunzione tra l’artista e il suo popolo, ma anche e soprattutto la causa dell’effetto, vomita i suoi rami incandescenti.
Niente di nuovo, sia detto sùbito. Perché i live di Capossela possiedono caratteristiche ormai antiche. E quello di Novoli, in largo Tito Schipa, in occasione della festa (sentitissima, da queste parti, ancorchè altamente ricettiva) di Sant’Antonio Abate non differisce dagli altri proposti in giro per la penisola. Certo, ad un certo punto l’ambientazione si rende persino difficile: il fiume di fedeli della movida en plein air continua ad ampliarsi, la passione sgomita, gli spazi per coesistere si riducono, il concerto non parte prima delle ventitre e il vento riversa sugli intervenuti fumo e lapilli. Ma una festa è sempre una festa e lo spettacolo deve proseguire. Anzi, avviarsi. Con quelle atmosfere un po’ naif e un po’ bohémienne, ironiche e pungenti, pacchiane e delicate, improbabili e trasgressive, moderne e, talvolta, un po’ vintage. "Il Minotauro" è il primo passo: quello che la folla attende e chiede. Poi, Capossela saccheggia le più recenti produzioni (dall ‘album Ovunque Proteggi, per intenderci), ma attinge pure da Canzoni a Manovella (“Marajah”, per esempio), da All’Una e Trentacinque Circa (“Che Cos’è l’Amor”), passando per “Contrada Chiavicone”, “L’Accolita dei Rancorosi” e “Al Veglione”, tributo ad un lavoro (Il Ballo di San Vito) che - nelle pieghe, di per sé - è un omaggio a questa terra. Omaggio che si protrae, peraltro, con una rivisitazione di un pezzo popolare salentino assai conosciuto (“Fimmine Fimmine”). Dal palco, i suoni sincopati (solo un effetto fonico?) si integrano in quell’alone di festa che galleggia e passano inosservati. Non passa però inosservata, nella band di Vinicio, la presenza di due prodotti del Salento che suona, il fisarmonicista Rocco Nigro e il trombettista Cesare Dell’Anna.
Alla fine sono due ore e anche qualcosa di più di sberleffi, scene, coriandoli, vecchi successi, ardori contemporanei e miscele caotiche di musica e teatro improvvisato. Ma, anche se il concerto si esaurisce, la gente continua a stagnare nella piazza, sino all’alba annaffiata dal vino. E poi c’è la fòcara, che continua a fumare e bruciare. Il vertice della piramide è crollato, ma la pira resiste. Servirà tempo, per consumarla del tutto. E, allora, che la festa continui pure. Anche senza Capossela.

Vinicio Capossela in “Soloshow”
Novoli (LE), piazza Tito Schipa
Festa di Sant’Antonio Abate

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sabato 2 gennaio 2010

La nuova alba di Bregović

Alcool. Non per dimenticare, ma per essere ricordati. E per ritrovare il (grande) pubblico delle piazze o dei teatri. D’Italia, ma non solo. Anzi. Goran Bregović, peraltro, continua a solcare le rotte del mondo. Da Buenos Aires a San Pietroburgo, da Tel Aviv a Beirut, come sottolinea con un narcisismo malamente nascosto. Passando, ovviamente, per le nostre contrade: abbastanza spesso. La voce di Bosnia, del resto, è nuovamente in tournée. Quella stessa tournée che, dice, non gli ha premesso di festeggiare l’ultima notte del duemilanove e l’alba dell’anno appena entrato ad Otranto, crocevia ormai stereotipato dei flussi migratori che arrivano dall’est e dall’oriente più prossimo. Dove, però, il musicista slavo è ugualmente approdato, con due giorni di ritardo, per offrire robustezza all’ormai tradizionale cartellone dell’Alba dei Popoli, che ha accompagnato le serate accalcatesi tra la fine di dicembre e il principio di gennaio ai margini del centro storico idruntino.
Tra Goran Bregović e Otranto, poi, esiste un legame consolidato nel tempo, affettivamente saldo: logico, dunque, che il prodotto più esportato di Sarajevo dovesse, prima o poi, ripresentarsi a Porta Terra con la sua Wedding & Funeral Orchestra (ridotta, questa volta, a due trombe, un sassofono, percussioni, due ottoni e due sole voci bulgare). Magari, per presentare ll’ultima produzione discografica: Alkohol, appunto. Produzione (doppia: la prima parte, Sljivovica, è già commercializzata; la seconda, Champagne, deve ancora entrare sul mercato) che ha giustamente invaso la scaletta con ritmi alti e con sonorità sincopate, facilmente fruibili (e la gente accorsa, infatti, ha ballato e saltato, spingendosi e strattonandosi tra schegge di bottiglie ormai vuote, fiumi di primitivo e molta birra). E che, così, al primo ascolto, ci sembra musicalmente meno raffinata delle proposte precedenti (scivolate, per la cronaca, nell’ultima parte del live), ma sicuramente adatta ad accompagnare la giornata di festa. Perché di festa popolare, in fondo, si è trattato. Una festa alla quale Bregović si è presentato, ancora più che in passato, nel ruolo di maestro concertatore, più che di cantore o chitarrista. Lasciando ad altri il compito di coinvolgere e tenendo per sé quello di catalizzatore mediatico e di narratore.
«Il mio concerto, però, è sempre lo stesso. Qui, in Italia, come altrove – rivela lui stesso - . E questo perché non possiedo la cultura dello show-business. Canto e suono quello che mi piace, da sempre. Coltivando una piccola responsabilità, ogni volta: perché è una responsabilità affronatare tanta gente che ha deciso di dedicarti due ore del proprio tempo. Così come è una responsabilità essere messaggero di una cultura e di un Paese, la Jugoslavia, che non esiste più, disgregatosi in tante piccole repubbliche. Ecco: io sono espressione di un territorio emozionale, che però non si esprime con un genere musicale molto originale, perché ampiamente radicato nelle tonalità dell’est d’Europa e, quindi, fortemente condizionato». Ma la musica, si sa, è materia particolare. «Vero. La musica è strana. Arriva dalla parte di noi stessi più profonda ed è il primo linguaggio usato dall’uomo. Ma, fortunatamente, c’è sempre gente curiosa di ascoltare proposte differenti, di misurarsi con culture diverse, di scoprire cosa c’è al di là della propria porta. In tutto il mondo e anche in Italia: dove ho avuto anche l’occasione di formarmi. Ho cominciato ad esibirmi a sedici anni proprio nel vostro Paese, in un bar meglio conosciuto come streep-tease. E ho conosciuto la realtà di una cità come Napoli. Certo, allora non immaginavo di avere, un giorno, la possibilità di suonare un repertorio, diciamo così, più elegante. E, comunque, ancora oggi ritengo un miracolo esibirmi in Italia e riscuotere tanti attestati di stima, davanti a molta gente».

Goran Bregović (voce e chitarra) & la Wedding and Funeral Orchestra
Otranto (LE), Porta Terra
Alba dei Popoli 2009/2010

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domenica 16 agosto 2009

La musica è nuda

Musica nuda non significa musica spoglia. O, peggio, povera e precaria. Anche se il progetto è architettato spartanamente e adagiato su un tessuto sonoro essenziale. Meglio ancora: intimo. Asciutto, verrebbe da dire. Asciutto nel confezionamento, però: molto più che nell’esecuzione. Musica nuda è la voce plastica e lo sguardo felino di Petra Magoni, pisana magra e scattante, dolce e aggressiva, un po’ dark e un po’ tenera. Fredda e calda, assieme. Voce duttile che si plasma attorno alle note sottili del contrabbasso del casertano Ferruccio Spinetti e a qualche effetto artificiale, utile a condire un’esibizione di tecnica e inventiva. Di improvvisazione e di sguardi. Dove darsi, così semplicemente, non basta. Perché, con le armi – seppur affilate - delle corde vocali e di quelle di uno strumento con cui è difficile inventarsi un concerto, è saggio e opportuno concedersi di più. Molto di più. Totalmente.
Musica nuda non è, tuttavia, un progetto recente. Il suo cammino, anzi, è sufficientemente datato. E ben rodato, ormai. Particolare di non trascurabile peso. L’esperienza accumulata, tra live e dischi (quattro, se non ricordiamo male), lascia l’impronta, smussa qualche spigolosità trovata in passato sul cammino, depura il prodotto finale, ne addolcisce qualche lineamento, arrotonda il repertorio. La performance dal vivo di Noci, di fronte ad un’affollatissima piazza Plebiscito, quella della Chiesa Madre (suggestiva, ma anche inadeguata, in virtù dell’affluenza copiosa: del resto, Ferragosto è appena transitato), è – per intenderci – pienamente convincente. Sotto ogni angolazione: compresa quella della scelta dei brani in scaletta. Molto più convincente, ad esempio, dell’incursione all’Alterfesta di Cisternino, concretizzatasi qualche anno addietro. Perché, forse, più matura e consapevole. Meno rigida, cioè. Al di là delle differenze strutturali delle location: quella (a Cisternino, tra la terra rossa e le pietre di una masseria) più dispersiva; questa (a Noci, appunto) più accogliente e ovattata.
L’atmosfera di complicità facilmente solidificatasi con la platea, poi, aiuta. Certo, la gente arrivata in piazza sa a cosa va incontro. Non è di passaggio: arriva anche da fuori porta, appositamente per ascoltare. Per ascoltare Petra, un fascio di muscoli e nervi che si agita, si contorce ed esplora teatralmente la moltitudine delle tonalità, applicando le regole del mestiere, ma anche l’irruenza e gli impulsi dell’animo. E per abbracciare gli arrangiamenti di Spinetti, uno che – si dice - ha scelto di abbandonare la formazione più originale del panorama cantautorale italiano, gli Avion Travel, anche per dedicarsi completamente alla causa. Causa che non possiede una strada segnata, ma che spigola qua e là, attingendo dai Beatles e da De Andrè, dai classici internazionali (“Nature Boy”) e dal bagaglio degli autori di casa nostra (Pacifico), passando per Ornella Vanoni e Cristina Donà. Saltando da un universo all’altro, provando a catturare quello che può diventare congeniale al progetto. E che può confortare la qualità dei profili musicali dei protagonisti. Una voce e un contrabbasso che, un giorno, si sono trovati, cominciando un viaggio coraggioso e niente affatto scontato. E che, anni dopo, sono ancora lì, a scoprirsi e a rincorrersi.

Petra Magoni (voce ed effetti) & Ferruccio Spinetti (contrabbasso) in “Musica Nuda”
Noci (BA), piazza Plebiscito
Nocincanta ‘09

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domenica 9 agosto 2009

Tra humor e note libere

«Amo i giochi di parole: E, soprattutto, quelli che titolano i miei brani. Del resto, i miei lavori sono musica strumentale, privi di voce e parole. E, allora, si fa più difficile trovare un titolo adatto». Firmato Marcello Zappatore, chitarrista leccese. E one man band di un disco scandito da ritmi variabili e appena licenziato. Anzi, autolicenziato: perché, appunto, si tratta di un’autoproduzione. Il disco è La Ciliegina sulla Porta. Un gioco di parole. Né più, né meno. Come “Gocce Novelle”, “Nasi Comunicanti”, “Zappando S’Impara”, “Sinfonia della Scapece”, “Come il Cacio sui Pantaloni”, “Velo Mieloso”, “Epilogo Senza Fine” e “Ghiro d’Italia”, alcune delle diciassette composizioni inserite nell’album. «Ma sì: perché utilizzare i soliti inglesismi? Ho preferito un titolo ironico, che incuriosisca, faccia sorridere e, magari, inviti all'ascolto». Un ascolto senza troppi vincoli musicali. Perché il concetto è questo: si parte dalla musica. E poi si naviga. «Quando suono e quando compongo, mi piace spaziare e, spesso, senza alcun senso logico». Tra input diversi, sfiorando stili e filosofie musicali persino distanti tra loro. Dove porta il vento delle note.
La La Ciliegina sulla Porta è un progetto, però. Un progetto nel progetto. O una maniera di misurarsi, da solo con se stesso. Un’idea autarchica. Che non nasconde il proprio fascino. «Esatto. Questo disco è stato registrato interamente da me. E dietro ogni strumento ci sono io». Non c’è una formazione, non ci sono compagni di viaggio. «E sì, posso tranquillamente affermare che questo è un disco tutto mio, integralmente mio. Concepito, realizzato e prodotto dal sottoscritto». Registrato, peraltro, nel 2003. E sgorgato materialmente sei anni dopo. «Ironicamente, verrebbe da dire che questo cd è come il buon vino: invecchiando, migliora. E che un buon vino va stagionato, prima di poterlo assaporare. La realtà racconta però che, attualmente, c'è pochissimo mercato, soprattutto in Italia. E, ancor di più, per il tipo di proposta musicale che offro». Ma non è mai troppo tardi, evidentemente.
Marcello Zappatore ama Frank Zappa. E a lui, dichiaratamente, si ispira. Trentatre anni, venti dei quali dedicati alla chitarra. «Sono un autodidatta, perfezionatosi frequentando innumerevoli masterclass. E, sul palco, ho suonato con artisti di estrazioni differenti. Con Alex Damiani, ad esempio. Oppure, con i Kiss of Death, con i quali ho inciso Inferno Inc., nel 2004. Ma ricordo anche le esperienze di spalla ai Sepultura, nel 2002. E, ovviamente, quella di due anni e mezzo con una delle formazioni salentine più amate dalle nuove generazioni, gli Après la Classe. Gruppo con cui ho partecipato nella produzione di Luna Park, del 2006, e del cd live uscito nel 2008, salendo sul palcoscenico di Arezzo Wave nel 2005. E anche su quello di San Giovanni in Laterano, a Roma, in occasione della festa del Primo Maggio, due anni fa. Davanti, dicono, a settecentomila persone, dividendo il palco con Chuck Berry e numerosi altri artisti di spessore».
Prima, durante e dopo, invece, la solita spola tra questa e quella formazione. Cammino obbligato per chi di musica si nutre. E vive. L’ultima situazione, ad esempio, è un espressivo viaggio tra le parole delicate (tra il soft e l’impegnato, tra il cantautorale e il pop) di Agnese Manganaro, vocalist salentina di nicchia. Ma non solo musica: Marcello Zappatore, nel 2005, è protagonista di un cortometraggio firmato da Massimiliano Verdesca, In Religioso Silenzio. Pellicola che, oltre tutto, si aggiudica il premio della critica al Milano Film Festival. Alla fine, però, tutto ruota attorno alle sette note. «Il messaggio che mi preme far passare non è razionale, cioè indirizzato in una direzione precisa. Il mio modo di suonare è la genuina espressione di quello che io sono e sento nel momento in cui scrivo e, in parte, nel momento in cui incido. E’ triste pensare che scrivere e fare musica debba necessariamente assecondare l'ascoltatore o chissà chi altro. Per quel che riguarda i generi musicali, apprezzo, studio ed approfondisco tutti gli stili, tendendo poi ad inserirli nei miei lavori. La mia musica, peraltro, è molto strutturata: in sala di registrazione non dedico eccessivo spazio all’improvvisazione. Dal vivo, invece, è diverso: adoro improvvisare. E' per questo motivo che mi stimola molto il jazz: ma difficilmente produrrò un disco di jazz vero e proprio. A mio nome, almeno. Anche se, nella vita, non si sa mai».

Marcello Zappatore
La Ciliegina sulla Porta
(autoprodotto, maggio 2009)

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martedì 4 agosto 2009

Quel vinile dimenticato

«Io musicista militante? Ebbene sì, l’ammetto. E’ l’etichetta che mi sono creato, un po’ di tempo fa. Il tempo dei movimenti studenteschi, sulla scia del ’68. Il tempo della lotta di classe, negli anni settanta. Quando avevo qualche capello in più. Anzi, più che un’etichetta, quella del musicista militante è stato un modo di essere. E di sentire la musica: nel mio caso il jazz. Ma tutto vissuto in assoluta normalità: logico, per chi, come me, fa parte di quella generazione. Sì, il movimento studentesco mi ha iniettato determinate emozioni: che poi ho trascinato nella composizione della mia musica, della nostra musica». La musica di quel gruppo che, trentacinque anni fa, scrisse I Signori della Guerra.
Gaetano Liguori porta un cognome napoletanissimo, ma è milanese. Molto milanese: l’accento non tradisce. E il suo jazz ha cavalcato più di tre decenni. Ma per raccontare questa storia è necessario riavvlgere il nastro del tempo. E tornare al 1974. L’anno, appunto, de I Signori della Guerra, un vinile che, come tanti altri lavori di quell’epoca, non è stato rimasterizzzato. E, quindi riproposto, al pubblico dei cd e di internet: dove la musica non si compra, ma si scarica. Un vinile, ormai, quasi sconosciuto. E praticamente dimenticato. O quasi. Un album che, a suo modo, offre uno spaccato di quel momento storico. Che è la testimonianza di un periodo politicamente caldo, socialmente convulso. Che è stato il prodotto di un nuovo filone musicale. Musica di rottura, si disse anche. Rottura con il passato. In una stagione in cui il jazz, almeno in Italia, era terra di manovra per pochi.
Ecco, Liguori e il suo gruppo, il Liguori Idea Trio, in quei mesi che collegano l’austerity agli anni di piombo compongono quel vinile dal titolo straordinariamente ancora attuale. Dalle sonorità fresche, dai ritmi serrati. Poi, trentacinque anni dopo, o poco meno, il direttore artistico di Ceglie Open Jazz Festival, Pierpaolo Faggiano, sfogliando le pagine virtuali di un blog, scopre (o riscopre) questo vinile. «Per la verità – ammette Faggiano – con Liguori eravamo già in contatto e stavamo pensando ad una collaborazione tra lui e la nostra rassegna, che ques’anno festeggia il suo sesto anno di vita. Perciò, ho immediatamente raccolto l’imput arrivatomi dal web: perché, mi sono chiesto, non riproporre quel lavoro e la fragranza di quel periodo in una serata? Del resto, il Ceglie Open Jazz Festival, sin dall’inizio, ha voluto rappresentare un contenitore di musica scelta in un ambito specifico, innervato da un progetto. Un progetto che non si limita a replicare cose già ascoltate o ascoltabili altrove. Credo, infatti, che un appuntamento come il nostro non debba limitarsi ad ospitare dei concerti, ma possedere soprattutto una propria identità. Non solo: quel disco, I Signori della Guerra, è stato uno dei simboli di un’intera generazione e di un grande fermento culturale. Liguori, allora, ha raccolto l’idea e mi ha assecondato, riconvocando il bassista Roberto Del Piano e il batterista Filippo Monico, cioè i compagni di quel viaggio musicale, con i quali non si esibiva assieme da una ventina d’anni. E di questo lo ringrazio: perché ci ha consegnato l’opportunità di offrire alla manifestazione anche un’impronta – diciamo così - sociale».
La prima delle tre serate del Ceglie Open Jazz Festival si macera nel ricordo. Forse anche nell’autocelebrazione. Ma l’idea è valida. «A distanza di tempo, in qualche composizione di questo disco – continua Gaetano Liguori – ho ritrovato una certa carica interiore, quella di quei tempi. Ed è stato bello, sotto il profilo squisitamente umano, misurarmi nuovamente con i musicisti che mi accompagnarono in quel progetto. Musicisti che, peraltro, ho ritrovato anche più tardi, nel corso del mio tragitto artistico, durante il quale ho lavorato anche per il teatro, al fianco di Dario Fo, per esempio. Va detto, peraltro, che questo progetto ci offrì l’occasione di poterci esibire davanti ad una cornice di pubblico corposa, anche all’interno dei palazzetti dello sport. Non un dettaglio da poco, per i jazzisti degli anni settanta».
I Signori della Guerra: anche un modo per ricordare Mario Schiano, a cui è dedicata una traccia del vinile e, contemporaneamente, l’intero festival cegliese. «Schiano, per noi milanesi, era il punto di riferimento romano. Musicista fedele alla propria linea, un esempio. Il disco, però, nacque sull’onda emozionale di un film girato da Rosi, poco tempo prima. Una pellicola che, ovviamente, parlava della guerra e di quanti ne muovono i fili». Tra una traccia e ‘altra, però, spunta anche la produzione meno datata di Liguori, come “Il Comandante” e “Agnese”. «Al di là delle epoche e dei riferimenti temporali, però, è bello accorgersi che il mondo della musica, ancora oggi, è sensibile alle tematiche sociali», scandisce il pianista milanese. Vero. E il fatto non guasta. Anzi, un po’ ci consola.

Gaetano Liguori Idea Trio (Gaetano Liguori: pianoforte; Roberto Del Piano: basso elettrico; Filippo Monico: batteria)
Ceglie Messapica (BR), piazza Plebiscito
Ceglie Open Jazz Festival 2009

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mercoledì 29 luglio 2009

Ricordi senza frontiere

Concierto Intimo. Concerto sulle tracce del Sudamerica. Il Sudamerica quasi arcaico. Ma anche il Sudamerica dei giorni appena passati: giorni di lotta dura e di sangue, soprattutto. Giorni vissuti intensamente, nel terrore e nella speranza. E, infine, nel Sudamerica di sempre: che ha rivendicato terra e libertà, oppure la semplice dignità nazionale. E che ancora rivendica: una visibilità vera, un posto al tavolo della concertazione globale. Concierto Intimo. Ma intimo perché? Perché, se poi gli spartiti dirottano verso il Messsico e verso Cuba, affettivimante vicini, ma geograficamente più distanti? E se poi la musica plana sulle coste dell’Europa? Concierto Intimo, allora, è davvero un modo per seminascondere la matrice di un’idea? Quella, cioè, di ripercorrere gli anni più avvelenati e il percorso più faticoso ed esaltante degli Inti Illimani, gruppo di culto di una generazione intera e simbolo tra i simboli di un’epoca? Sì, verrebbe da dire di sì. Perché, sul palco delle Cave di Fantiano, a Grottaglie, singolare teatro all’aperto recentemente recuperato (concerti o no, è consigliabile la visita) e scelto dalla locale amministrazione comunale per accogliere le tre date della rassegna Musica Mundi, con gli Acanto – formazione italianissima – ci sono il chitarrista cileno Raul Céspedes e, innanzi tutto, Max Berrú Carrión, uno dei fondatori di quella formazione ormai transitata nella leggenda della musica del secolo passato. Del resto, quelle prime quattro lettere di Intimo, coincidono perfettamente con le prime quattro di quella parola un po’ magica, Inti Illimani. Utili, chissà, a risvegliare gli animi di certi nostalgici che ancora possiedono la forza di muoversi, riunirsi ed ascoltare. E sperare, perché no. Adesso più di prima: proprio quando gli Inti Illimani – l’ensemble che continua a trascinarsi il nome del progetto originario e il senso della storia - hanno già inaugurato un percorso differente. O meglio: più vicino alle origini, ovvero alla musica popolare latinoamericana. Con una produzione nuova, sgravata da certe ombre di avant’ieri.
Intimo ed Inti Illimani: ecco, sembra tutto chiaro. Eppure, Concierto Intimo sembra solo gravitare attorno agli Inti Illimani e a quelle ombre di avant’ieri. E’ vero, c’è il pretesto: Max Berrú, appunto. E c’è anche un certo prurito, perché negarlo. Anche perché molta di quella gente seduta in platea non attende che certe quarantennali note. Quelle note di un’epoca. Di una generazione. Ma Concierto Intimo cerca di scavalcare la barriera. Di sganciarsi da quella palpabile sensazione di attesa. Da quel marchio di fabbrica che, consapevolmente oppure no, si è incollato addosso. Ecco perché l’approccio dell’esibizione circumnaviga i titoli delle canzoni più amate. E la scaletta viaggia, come si diceva, dal Messico di “Nuestro México Feverero ‘23”, un inno che celebra la vittora di Panza sulle forze statunitensi e una storia cancellata dalla storia, e di “La Petenera” ai ritmi caraibici come la sfruttatissima “Guantanamera”; dalle composizioni dell’indimenticabile Victor Jara al duplice ed apprezzabile omaggio (la felicissima versione di “Dolcenera” e “Andrea”) a Fabrizio De Andrè; dalla rivisitazione molto rispettosa di “Pe’ Dispietto”, della Nuova Compagnia di Canto Popolare, alla riscoperta di motivi colombiani e peruviani. Lasciando, peraltro, lo spazio per un brano originale, “Apeninas” di Giancarlo Odoardi, pluristrumentista di lunga navigazione, e per le intillimaniane “Rin del Angelito” (atto dovuto alle qualità compositive di Violeta Parra), “Simón Bolívar” e “Alturas”. Come a dire: ritroviamo lo spirito di quegli anni, di quel gruppo, di quegli Inti Illimani. Ma sappiamo fare anche altro. E cerchiamo di abbracciare la terra latinoamericana per intera. Anzi, il mondo. Intimo sì: ma il Concierto azzera le frontiere e respira profondamente.
«Vengo dal Cile e porto il saluto dei cileni e della democrazia, faticosamente riconquistata», dice Max Berrú. «Quella democrazia che si è allargata in tutto il continente». E’ l’unico tributo del leader al ricordo. Prima e dopo, solo note ricostruite con maniacale fedeltà (talvolta, sembra di riascoltare i vecchi vinili) e un’ambientazione curata nei particolari. Gli Acanto, i sei componenti della formazione che accompagna i guest Céspedes e Berrú, ruotano attorno agli strumenti e si esprimono in uno spagnolo convincente: merce rara, in tempi di globalizzazione spicciola e di superficialità sovrana. Alla fine, però, devono pur cedere alle pressioni del pubblico che aspetta e che ancora non si è completamente riscaldato. Dopo gli applausi di fine concerto, arrivano i bis, come un treno. Il treno del passato, mai dimenticato. “Fiesta de San Benito”, “Canción del Poder Popular” e “El Pueblo Unido Jamás Será Vencido”: sì, ci siamo. Siamo al punto in cui saremmo dovuti arrivare. In cui sapevamo di dover arrivare. Parte, timidamente, anche il pugno sinistro di Max Berrú e qualcuno chiede – inutilmente – gli accordi immortali di “Hasta Siempre, Comandante”. Sarà per un’altra volta, magari. L’atmosfera si è infervorata, proprio sui titoli di coda. Ma la gente defluisce contenta. Soddisfatta da due ore lontane dagli schemi. E appagata: in fondo, molti erano lì per un solo motivo.

Max Berrú Carrión (voce e congas), Raul Céspedes (chitarre) & Acanto (Riccardo Iacobone: voce e chitarra; Pietro D’Antonio: flauto, chitarre e voce; Giancarlo Odoardi: chitarra, fisarmonica e percussioni e voce; Normando Marcolongo: basso, contrabbasso e voce; Giuliano Angelozzi: flauti, chitarre, percussioni e voce; Luca Bellisario: batteria, percusioni e voce) in “Concierto INTImo”

Grottaglie (TA), Cave di Fantiano
Musica Mundi 2009

(pubblicato dal sito www.levignepiene.com)

domenica 26 luglio 2009

Joana, fadista di impronta antica

Tra il concetto di contaminazione e l’allargamento della prospettiva della world music, che sviluppano gli orizzonti e confondono le tracce, Joana Amendoeira è il nuovo che avanza, ma senza scavalcare. Joana Amendoeira è giovane e già ben inserita nella realtà del suo paese, il Portogallo. Ma il suo fado è l’ideale continuazione di quel vecchio percorso tracciato da Amália Rodrigues (ma non solo da Amália Rodrigues, sia chiaro) e battuto da Maria da Fé, Beatriz Da Conceição, Anabela, Dulce Pontes o Margarida Bessa. Il fado di Joana Amendoeira, cioè, è il nuovo vecchio fado. Non quello che prova ad arruffianarsi la simpatia di un pubblico più eterogeneo e anche più giovane, dentro e soprattutto al di fuori dell’universo lusitano. Non proprio quello ipotizzato, ad inizio di carriera, dalla meravigliosa Teresa Salgueiro, con i Madredeus. Ma quello più vicino all’anima popolare di Alfama, il quartiere di Lisbona dove il fado è nato. E cresciuto. E dove ancora vive, seminascosto alle ondate di turisti. Oppure quello che resiste in certi angoli della Lapa.
Il fado di Joana è quello tradizionale. E’ quello classico. Quello speziato dagli aromi di una terra unica, affiscinante. E di una città, Lisbona, attorno alla quale il fado si tempera e prende sostanza. Una città che non è la sua: perché Joana arriva dall’interno, cioè da Santarém, caposaldo della Reconquista portoghese. Lisbona che, appunto, nel fado si muove con pieno diritto di cittadinanza, senza uscirne mai. Il fado di Joana è il rispetto pieno del passato. Anche se, delle fadiste di un tempo, non possiede la teatralità marcata. Questa ragazza (ventisette anni a settembre) possiede però molta naturalezza. Unita all’ammirazione sincera per la musica che interpreta: «Questa è un’espressione artistica fortemente portoghese. Il fado canta la vita e le storie della vita. E aiuta la gente a ricordare le storie della propria vita».
Non è alta, Joana. Ma occupa il palcoscenico ugualmente. I musicisti al seguito si armano della sobrietà che il fado pretende. Pedro Amendoeira, che della cantora è anche fratello, imbraccia la chitarra portoghese e firma pure un brano in scaletta: perché inseguire la tradizione non significa precludersi la possibilità di creare nuove composizioni. Pedro Pinhal è il padrone della chitarra acustica, Paulo Paz supporta con il basso acustico. Il primo passo è un ricordo doveroso di Amália Rodrigues: e, dunque, l’esecuzione di uno dei suoi successi, “Estranha Forma de Vida”. E un omaggio al passato sono anche “Madrugada de Alfama”, “Aquela Rua”, “Se Eu Adivinhasse o Que Senti”, “Naufrágio”, “Barco Negro”, “O Fado de Outrora”. “Sopra o Vento” è, invece, la musicalizzazione di una composizione di Fernando Pessoa, così come “Viana” è il tributo all’omonima città del Minho, nel nord del Portogallo. La produzione più recente si sintetizza in tre canzoni, una delle quali è la delicata “Lisboa, Amor e Saudade”, titolo un po’ scontato che perrò accorre a rinsaldare il rapporto con la tradizione. Tradizione a cui - va detto per inciso - l’Adriatic International Festival, contenitore intelligente di musiche attinte da diverse culture, del quale il live è parte integrante (anzi, è l’appuntamento che chiude il ciclo di quattro incontri, smistato in altrettante location della provincia di Brindisi), si ispira dichiaratamente. Come i precedenti incontri con la musica irlandese dei Kila (alla Selva di Fasano), la banda di cornamuse palestinesi Guirab (a Brindisi) e il klezmer degli Amsterdam (a Sandonaci) si sono permessi di sottolineare.
«Non parlo bene la vostra lingua»: Joana si schermisce. Ma il linguaggio del fado è assolutamente diretto. Universale, a dispetto del Paese da cui proviene: nostalgico, appartato e, da sempre, abbastanza impermeabile agli impulsi che arrivano dall’esterno. La voce di Santarém, anzi, si fa intendere. E, alla fine, sorprende la platea salutandola con un brano in più che discreto italiano, “Canzone Per Te” di Sergio Endrigo, che l’autore istriano condusse a Sanremo sul finire degli anni sessanta, al fianco di un brasiliano, il giovane Roberto Carlos. Tempi andati, certo. E che ritornano, magari solo per un attimo. Tra le contaminazioni che si incrociano, certe volte, può accadere.

Joana Amendoeira (voce), Pedro Pinhal (chitarra acustica), Pedro Amendoeira (chitarra portoghese), Paulo Paz (basso acustico)
Cisternino (BR), piazza Vittorio Emanuele
Adriatic International Festival 2009

(pubblicato sul sito www.levignepiene.com)

mercoledì 15 luglio 2009

L'anima latina di Mordente

Caetano Veloso, ormai, è un riferimento musicale un po’ abusato. Merito dell’avvenuta internazionalizzazione dell’artista e, soprattutto, di un linguaggio sonoro ampiamente digeribile: negli States e, ovviamente, anche in Europa. Perché la moda e la globalizzazione, da sempre, passano prima da quelle contrade e, succesivamente, da queste parti. Di più: le sonorità e, più in generale, il songbook di uno dei padri del Tropicalismo (con lui Gilberto Gil, Torquato Neto e qualcun altro) posono essere tranquillamente riconvertiti ad un pubblico eterogeneo. Senza avvertire imbarazzo o il pericolo di fallire l’approccio con la platea. E un interprete – un interprete brasiliano che vive in Italia – queste cose le sa. Le sa bene. Le composizioni del cantautore baiano, del resto, erano e rimangono assai stimolanti: anche e soprattutto per un artista sudamericano che si appropria del piacere di omaggiarne il percorso artistico.
Rosa Emília, pure lei baiana ma residente a Venezia, voce dal pedigrée già ben definito e assai apprezzata dagli appassionati del genere di casa nostra, sceglie così un itinerario sicuro, garantito all’origine. E, al secondo appuntamento di Jazz à la Cruz, intinge la propria esibizione in una quindicina di pezzi più o meno conosciuti al grande pubblico. Rivestendoli con versioni sufficientemente fedeli, eppure personalizzate. “O Samba e o Tango”, “Cajuína”, “Sampa”, “Qualquer Coisa”, “Trilhos Urbanos”, “Trem das Cores”, “Eclipse Oculto” e qualche altro titolo saccheggiano qua e là una carriera ormai quarantennale, senza seguire un disegno prestabilito. Né un percorso temporale. Rosa Emília canta quel che le va, puntando ai successi universalmente accreditati. E, generalmente, scegliendo testi gravidi di charme e, talvolta, socialmente robusti (come “Recado”, tratto dall’album Fine Estampa, rivisatazione velosiana di una composizione in lingua spagnola degli anni venti, o come “Haiti”).
«Caetano – spiega Rosa Emília – non ha mai nascosto di cogliere le sfumature culturali e sociali del proprio Paese, disegnandosi un percorso eclettico. Per questo è, in Brasile, tra gli autori più amati. Per questo mi piace riproporlo». In Puglia («qui sembra di essere più vicini alla mia terra: è una questione di colori, è una questione di luce. Sì, questa luce mi ricorda un po’ il Brasile», dice) si fa accompagnare da una formazione indigena (il batterista Accardi, padrone di casa; il contrabbassista Vendola, il chitarrista De Giosa e il pianista Andrioli, rientrato temporaneamente da Bruxelles) che, con ironia e persino un po’ di orgoglio, si è autoribattezzata Caetanear (testualmente, significa “caetanizzare”, termine storicizzato da “Siná”, fortunatissima composizione di Djavan, tradotta anche in inglese dai Manhattan Transfert negli anni ottanta). E, ovviamente, di fronte a quattro jazzisti, gli spartiti oroverde finiscono per impastarsi di jazz. Poco male. Anzi, bene. Del resto, Caetano è personaggio assai duttile, assai attratto dalla contaminazione. Come duttile è la voce di Rosa Emília, che sa enfatizzare i dettagli e giocare sugli accordi, dedicandosi un’interpretazione libera da ogni vincolo di imitazione. Anche quando chiude il concerto, prima del bis, abbandonandosi alle note di un’altra composizione di lingua spagnola, quella “Cucurucucu Paloma” recentemente impiegata (e, dunque rivalutata) da Almodóvar come colonna sonora di una sua pellicola.
A proposito di lingua spagnola. A proposito di donne. E a proposito di Jazz à la Cruz, la rassegna creata dall’Associazione “Mordente” che possiede una breve ramificazione, cioè Jazz à la Vedette (cambia la location e pure la città: da Polignano si passa temporaneamente a Giovinazzo). Appena tre giorni dopo scende in Terra di Bari Eva Cortés, honduregna di nascita, sivigliana di cuore e madrilena di residenza, punto di riferimento di un quartetto che si avvale del contributo del pianista Remi De Cormeille, del contrabbassista aragonese Tonio Miguel e del già citato Fabio Accardi. Esile, garbata e profondamente castigliana nella pronuncia, la ragazza ama la Francia e apre un paio di parentesi sulla canzone francese, ma fondamentalmente presenta il suo secondo lavoro discografico, “Como el Agua Entre los Dedos” (“Come l’Acqua tra le Dita”). Album, questo, dalle sonorità calde: che l’esibizione dal vivo, di gusto dichiaratamente jazzistico (la formazione, del resto, è diversa da quella che ha cooperato in sala d’incisione), tende peraltro a raffreddare. Al di là di tutto, sulla Terrazza della Vedetta, attico che sorveglia il porto, domina il centro storico e sembra quasi abbracciare il mare, Eva cavalca il pop, ma dimostra di conoscere i tempi e le abitudini del jazz, che poi è il suo campo d’azione. Puntando sapientemente sulla modulazione della voce, com’è giusto, e sulla simpatia naturale. E in attesa di lasciare il palcoscenico ad un'altra signora della canzone, l’italianissima Paola Arnesano, padrona del palcoscenico nell’ultima e imminente tappa del cartellone.

Rosa Emília (voce), Nico Andrioli (piano), Francesco De Giosa (chitarra), Giorgio Vendola (contrabbasso) & Fabio Accardi (batteria)
Casello Cavuzzi di Polignano a Mare (BA), Masseria Crocifisso
Jazz à la Cruz
11.07.2009

Eva Cortés (voce), Remi De Cormeille (piano), Tonio Miguel (contrabbasso) & Fabio Accardi (batteria)
Giovinazzo (BA), Terrazza della Vedetta
Jazz à la Vedetta
14.07.2009

(pubblicato dal sito www.levignepiene.com)

sabato 11 luglio 2009

Dischi - Replay, il ritorno di Casarano & Locomotive

Spesso ritornano. Rafforzando o ampliando il proprio cammino artistico. Attualizzandolo, se è il caso. Ritornano in sala di incisione, che è poi la naturale trascrizione dell’impegno quotidiano, del disegno musicale cullato nel tempo e forgiato dagli incontri, dalle contaminazioni, dai confronti, dai festival e dalle trasferte europee. Che, ovviamente, non accolgono chiunque. Ma solo chi, oltre confine, possiede qualcosa da dire. O da offrire. Spesso ritornano. Molti, tanti. Ma non tutti. E un nuovo disco, allora, si collega al primo. Diventando la prosecuzione di un percorso. Ma non sempre, davanti al fonico e al mixer, in uno studio di registrazione, la line up torna intatta. Così com’era la volta precedente, cioè. «E, invece, questo è il nostro caso. In questo lavoro, il secondo a mio nome, ci siamo sempre noi. Noi, il gruppo storico: che resiste da sei anni. E che, tempo addietro, portò alla creazione di Legend», il disco di debutto. Con me, ci sono ancora Marco Bardoscia al contrabbasso, Alessandro Napolitano alla batteria, Ettore Carucci al piano. E, soprattutto, Paolo Fresu, un’icona del nostro jazz. Ma anche un amico e un guest di pregio. Che, ai Locomotive, si è evidentemente abituato. Tanto da bissare l’esperienza. Una persona, oltre tutto, che ammiro: per come vive il concetto di musica e per l’abilità di non ripetersi mai. Al di là di tutto, però, questo è un gruppo ormai collaudato. Anzi, un gruppo che si è solidificato. Dentro, c’è sintonia, complicità. E non ho problemi ad affermare che, adesso, suoniamo anche meglio, assieme».
Raffaele Casarano, ventott’anni ben spesi, da Sogliano Cavour, nel cuore del Salento, è un sassofonista ambizioso. Nel senso migliore del termine. Uno di quelli che cerca di valicare – se ce ne sono ancora – nuove frontiere. Che prova a ridiscutersi. Che allarga gli orizzonti, puntualmente. Che tenta di capire cos’altro si muove oltre la palestra delle proprie idee e della propria musica. Che si sforza di captare nuovi linguaggi musicali. Che viaggia attraverso le note e gli spartiti con l’entusiasmo dei primissimi giorni e con la la prospettiva di saperne di più. Raffaele è un sassofonista ambizioso che si sta ritagliando spazi sempre più larghi, nel territorio immenso del jazz italiano. Del jazz attento alla realtà che gli si struscia addosso. Un artista giovane, dalla mentalità aperta. Che guarda alla professione imponendosi degli obiettivi. E accarezzando una progettualità che scavalca la logica della semplice quotidianità. Il Locomotive Jazz Festival, ad esempio, è una sua intuizione. Da gestire e proteggere, nella sua città. Soprattutto adesso: «Anche quest’anno la rassegna si terrà, per il quarto anno consecutivo: malgrado i contributi siano stati letteralmente segati. Ma troveremo ugualmente il modo di esserci, nella prima settimana di agosto: costi quel che costi. Rimango fiducioso. E poi il cartellone è definito da tempo. Ci sono, tra gli altri, il gruppo di Mirko Signorile, l’Orchestra Jazz del Conservatorio di Lecce, la Banda Musicale di Berchidda, lo stesso Paolo Fresu, il Soweto Kinch Quintet, Achille Succi, Luca Aquino e la Locomotive Percussion Orchestra».
Il nuovo album, appena prodotto e commercializzato dalla Universal, si chiama invece Replay. Un manifesto programmatico, quasi. Dieci tracce, di cui sette originali. I tre standard sono “Skylark” (Carmichael-Mercer), “This is New” (Gershwin-Weill) e “Besame Mucho” di Consuelo Velázquez, che Raffaele Casarano ha tuttavia riarrangiato. Cinquantasette minuti complessivi, condivisi anche con Wiliam Greco (pianoforte), Alberto Parmegiani (chitarra), la giovanissima Carla Casarano (voce), il percussionista Alessandro Monteduro, le altre voci di Dario Muci e Maria Mazzotta e, infine, l’arpa della miggianese Angela Cosi, che assicurano incursioni qua e là. «E’ un lavoro corale – garantisce il leader del progetto -. Un lavoro che punta molto sui colori. E che ritengo, sotto diversi aspetti, più maturo e completo di Legend. Ci siamo impegnati molto, ma anche divertiti. E poi c’è sempre spazio per l’improvvisazione, lo stimolo migliore per qualsiasi jazzista».
Improvisazone, certo. E, qualcuno, suggerisce anche contaminazione. «In realtà – rivela Raffaele Casarano – c’è solo un pezzo, tra i dieci di Replay, che può lasciar pensare a qualcosa del genere. Mi riferisco a “Replay in Salento”, spartito al quale sono particolarmente legato. E’ un atto di affetto alla mia terra, il Salento, e alla radice fortemente tradizionale della sua musica. Diciamo pure che, in quegli otto minuti e quaranta secondi, confluiscono il jazz e la pizzica, che restano pur sempre due mondi differenti. Direi, anzi, paralleli. Perché, allora? E perché no? Alla base dell’uno e dell'altra c’è la passione. E poi c’è questa formazione: di estrazione jazzistica, ma che opera essenzialmente nel Salento e, più in generale, in Puglia. Non solo: questa traccia è introdotta dalle voci dei miei nonni, che rendono più personale la composizione».


Replay (Universal, 2009)

Raffaele Casarano (sassofoni ed elettronica), Ettore Carucci (piano e fender rhodes), Marco Bardoscia (contrabbasso ed elettronica), & Alessandro Napolitano (batteria). Guest Paolo Fresu (tromba ed elettronica), Wiliam Greco (pianoforte), Alberto Parmegiani (chitarra), Carla Casarano (voce), Dario Muci (voce), Maria Mazzotta (voce), Alessandro Monteduro (percussioni) e Angela Cosi (arpa)

(pubblicato dal sito www.legnepiene.com)

domenica 5 luglio 2009

La notte è veloce

La notte è lunga. Ma, talvolta, sa passare leggera, veloce. Soprattutto se la notte è bianca. Bianca di suoni, di gente, di reading e teatranti, di fervore. Che è poi il fervore dell’abbandonarsi al percorso delle postazioni. Il percorso che ogni Notte Bianca si impone o che ognuno si costruisce idealmente, seguendo il proprio istinto, i propri gusti. Oppure i sentieri del caso. Arriva gente, a Lecce. Tanta gente. Da tutto il Salento. Che si confonde con quella residente. Il centro storico pulsa. Più del solito. La Notte Bianca è una notte serena, strappata alle cattive evoluzioni atmosferiche. Una notte per ciascuna preferenza, come pretende la tradizione. Dal jazz alla pizzica, dai monologhi alla canzone d’autore, dal blues alle gallerie di pittura, dalla mostre fotografiche agli spazi per le selezioni dei dj. Una notte da passare assieme. Tra gli stand e le proposte di uno spettacolo autenticamente popolare. Una notte buona per zigzagare per i bar, dribblando i crocchi, incrociando le fantasie del barocco. Una notte per tutti. Una notte che, appunto, passa leggera. E veloce.
Impossibile godere di tutto. Spesso, si vive di ritagli, di assaggi, conquistati qua e là. Ma va bene ugualmente: questa gente curiosa che sciama vuole sapere di tutto e di tutti. Le situazioni musicali, peraltro, non si protaggono tanto. Quaranta minuti l’una. Quarantacinque, al massimo. La programmazione è complessivamente discreta. Nessun nome di prestigio (non si può, il budget a disposizione del comitato organizzatore è limitato: non ci meravigliamo, il duemilanove è anche questo, malgrado la rincorsa istituzionale all’ottimismo), ma tanti artisti chiamati ad esibirsi (meglio: a cooperare). Con una prerogativa: sono essenzialmente locali. Salentini. E, forse, è giusto così. Questa Notte Bianca è una notte salentina. Tipicamente salentina. Non mancano, però, delle felici intuizioni. Come quella di creare, dentro la Notte Bianca, una Notte Rosa. E sì, perché la location allestita davanti alla Chiesa Greca è espressamente dedicata all’universo femminile. Dove ci piace segnalare la performance della raffinata e niente affatto convenzionale Agnese Manganaro, accompagnata dalla chitarra di Marcello Zappatore. Agnese prova un paio di cover (una, ad esempio, è "Leãozinho", di Caetano Veloso), ma ci mette molto di suo, presentando a chi non lo conosce Mille Petali, il suo cd (vendutissimo ai piedi del palco) che parla di una quotidianità dolce e di sentimenti, senza essere però stucchevole o scontato. La vocalist è bella, intrisa del proprio fascino, ma è soprattutto elegante. La voce, spesso, è un filo sottile, ma che si insinua, che penetra. I testi sanno essere ricercati, pur possedendo una freschezza di fondo. L’accompagnamento di Zappatore, infine, non è invasivo, ma completa un live che la Manganaro interpreta in cinque lingue, giapponese compreso (del resto, Mille Petali circola anche sulle rive del Pacifico, oltre che in Italia).
Prima di Agnese Manganaro, invece, si presenta Eneri, cioè Irene Bello, giovane e sicura, pianista che ama anche la chitarra, autrice di versi di sufficiente profondità: la sua ricetta è un cantautorato giovane, ma ben strutturato, dalle tonalità cangianti. Dopo, invece, ecco il quartetto vocale Vuaolè (Irene Scardia, Carolina Bubbico, Antonella Mucelli, Grazia Sibilla), che comincia parafrasando il percorso artistico delle Faraualla, ma che poi devia decisamente sul terreno del pop internazionale. Voci agili, ben assortite. Come assortito (e, quindi, vasto) è il perimetro entro cui si allarga il repertorio: che, così, trascina tutti i benefici - e anche i limiti - del caso. E, infine, anche tanto temperamento interpretativo, contraddistinto da frequenti scambi di ruoli e postazioni che forse tolgono qualcosa, sotto il profilo puramente formale. Elementi, questi, che – tuttavia – creano audience. Overo, un dettaglio a cui una Notte Bianca deve decisamente puntare. E, sempre a proposito di voci al femminile, non merita di passare inosservata l’operazione di aggiornamento (negli arrangiamenti, evidentemente) della musica popolare salentina voluta dalla giovanissima Alessia Tondo, da Emanuela Gabrieli e da Carla Petrachi (accompagnate al basso da Marco Bardoscia). Triace è un progetto ormai avviato da un po’, ma la formazione invitata per l’occasione è, in realtà, la versione ridotta dell’originale. Opzione che, nello specifico, sottrae qualcosa.. Ma abbiamo già detto del clima di austerity piovuto pure sulla Notte Bianca leccese. Un ingranaggio che, comunque, gira ugualmente. Sino a tardi. Quando la gente che continua a sciamare non si arrende all’evidenza dell’alba. Indugiando per vicoli, piazze e corti. Lì, dove la kermesse si consuma sul tappeto di bottiglie vuote. La Notte è andata: bianca, chiassosa, veloce.

Notte Bianca 2009
Lecce, centro storico (varie location)

(pubblicato dal sito www.levignepiene.com)

venerdì 3 luglio 2009

Clessidra, il tempo di Mirko Signorile

L’avevamo lasciato a Ruvo, appena l’estate scorsa. E lo ritroviamo tra Polignano e Castellana, in una delle masserie più interessanti (architettonicamente, ma anche sotto il profilo della qualità dei lavori di conversione apportati) di quest’angolo di Terra di Bari. Mirko Signorile è ispirato come sempre. E, come sempre, sente fortemente la sua musica. Come sempre vive intensamente e intimamente il suo concerto, il suo progetto. Perché, tra gli ulivi delle campagne di Casello Cavuzzi, il pianista modugnese non riposa, ma si esibisce. Aprendo il cartellone dell’associazione culturale Mordente, appena generata dalla passione, dalla verve (e dall’ambizione imprenditoriale, oseremmo dire) di Fabio Accardi, batterista di questa Puglia che crede ancora nella musica e che, da Parigi, è tornato definitivamente. Per lavorarci e investire: professionalità e anche un po’ di denaro. Allestendo un gruppo di lavoro giovane, motivato e fresco: con il quale ha cominciato l’avventura. Avventura che, per il momento, si concentra in quattro avvenimenti live (tre alla Masseria del Crocifisso, appunto, e uno sulla Terrazza della Vedetta di Giovinazzo), tutti programmati per il mese di luglio. E che, più tardi, dovrebbe sfociare in altre iniziative musicali. Anche al di là della semplice organizzazione di rassegne.
Ma dicevamo di Mirko Signorile. Che nel vernissage di Mordente ha ripresentato il suo ultimo (e bellissimo: però, di questo, pochi nutrivano dei dubbi) cd, Clessidra: licenziato dalla Emarcy e parzialmente eseguito proprio a Ruvo, qualche mese addietro, ma questa volta pubblicizzato totalmente. E non da solo. Perché Jazz à la Cruz (è il titolo della rassegna) gli ha permesso di affiancargli la formazione che lo sostiene nelle tracce realizzate in studio. Quindi, traducendo, l’inseparabile Giorgio Vendola al contrabbasso, il percussionista coratino Cesare Pastanella e lo stesso Fabio Accardi alla batteria. Tre nomi che, da queste parti, non necessitano di troppe presentazioni e che, in chiusura di concerto, sono stati raggiunti sul palco da un altro amico antico come il sassofonista Gaetano Partipilo, guest per un paio di brani. «Il lavoro – sottilinea Signorile – è un racconto. Il racconto di una storia. La storia del tempo immobile. Oppure del tempo che continua a scorrere. Ed è un lavoro confezionato nel tempo. Diciamo in un arco di dieci anni. E sì, perché, ad esempio, una composizione che fa parte di Clessidra, cioè "Ortigia", nasce proprio allora. Ero ancora giovanissimo e mi ritrovai a Siracusa per il mio primo concerto al di fuori dei confini regionali. Ortigia è quella penisola che costituisce il centro storico del capoluogo siciliano. Ed è un luogo di grande bellezza, al quale ho voluto dedicare qualcosa di mio».
“Ortigia”, e poi “Monadi”, “Un passo Dopo l’Altro”, “Intorno a Noi”, “La Gatta Pensierosa”, “Mondo Notturno” e altre cinque passaggi dell’intera track list: La ricchezza compositiva e l’espressione convincente del mosaico musicale del disco, la versatilità del suo autore, la musicalità degli spartiti e la forza interiore di ogni passaggio riassumono il mondo di Mirko e si traducono in uno dei migliori prodotti discografici partoriti in Puglia negli ultimi anni. Un prodotto che entra ed esce dal jazz, abbracciando semplicemente il concetto di musica contemporanea. Clessidra si fa ascoltare. E, ascoltandolo più volte, cattura e si fa amare. Perché, al di là della tecnica e delle qualità fondamentali del musicista, pulsa il sentimento. E sgomita il rigore musicale elaborato e rielaborato in anni di palcoscenico, tra festival e vita di club. E di studio. Perché, conoscendo Signorile, Clessidra appare, sin da sùbito, non un disco come tanti. Ma il “suo” disco. «L’occasione ideale – aggiunge Fabio Acardi, che di Jazz à la Cruz, oltre che leader dell’organizzazione (è il presidente dell’associazione culturale Mordente) è anche direttore artistico – per cominciare bene questo percorso. Un percorso che prosegue l’undici di luglio con l’intervento della brasiliana Rosa Emília e del suo gruppo, sempre a Casello Cavuzzi, con il live dell’honduregna, ma spagnola di adozione, Eva Cortés (alla Vedetta di Giovinazzo, il 14 luglio, ndi) e con l’omaggio di paola Arnesano a Peggy Lee (ancora alla Masseria del Crocifisso, ma a fine mese, ndi). Ma Mordente, più avanti, vuole allargare i suoi confini. Rafforzare le propria fondamente, ramificarsi. E, perché no, diventare anche etichetta discografica. Le idee ci sono, ci stiamo lavorando». Non ci resta che attendere.

Mirko Signorile (pianoforte), Giorgio Vendola (contrabbasso), Fabio Accardi (batteria) & Cesare Pastanella (percussioni)
Casello Cavuzzi di Polignano a Mare (BA),
Masseria del Crocifisso
Jazz à la Cruz

(pubblicato dal sito www.levignepiene.com)

venerdì 26 giugno 2009

Bari in Jazz, tra sacro e profano

Cinque voci, un contrabbasso e percussioni discrete. Bari in Jazz 2009 si presenta così, esplorando il progetto di Gianna Montecalvo e Lisa Manosperti, due signore della musica pugliese, della rampante Rossella Antonacci, di Stefano Luigi Mangia e di Giorgio Valerio, sostenuti dalle note di Pasquale Gadaleta e Maurizio Lampugnani. Progetto di respiro ampio, commissionato e sviluppato espressamente per il festival, “Sussurri” è vocalità senza tempo e senza confini, che sa attingere senza remore da diverse esperienze, prelevando qualcosa nel giardino di differenti stili e autori (da Rachmaninov ai Nirvana, per intenderci). Giocando, all’interno della navata unica della Chiesa di Sant’Anna, con leggerezza tra i sentieri dell’improvvisazione, della manipolazione musicale e, perché no, dell’ironia. Sùbito dopo, invece, nel chiuso dell’Auditorium della Vallisa (il tempo è capriccioso ed è meglio non rischiare: la location inizialmente approntata, quella del cortile del Castello Svevo, è bypassata per cause di forza maggiore), il quartetto del trombettista beneventano Luca Aquino (con lui Marco Bardoscia al contrabbasso, Giovanni Francesca alla chitarra elettrica e Gianluca Brugnano alla batteria) presenta Lunaria, lavorazione discografica spesso energica, ma dotata di ampi recinti dedicati all’atmosfera, che si regge sul concetto di jazz moderno, dove certi impulsi rockettari, sonorità talvolta ponderose e l’elettronica si ritagliano agiatamente il proprio spazio.
La prima giornata della rassegna ideato da Roberto Ottaviano e gestita dal Centro Interculturale Abusuan conforta dunque le attese e ribadisce la linea programmatica dell’appuntamento barese, che non si accontenta di veleggiare dentro e attorno al jazz, ma che – da sempre – cerca di vivere la musica con genuina curiosità e profondo rispetto per le tematiche che può liberare. Provando, magari, ad ereditare – come puntualizza il direttore artistico del festival – il percorso e le intenzioni di due ormai dispersi contenitori di assoluto riferimento per la realtà pugliese come il Talos di Ruvo e l’Europa Jazz Festival di Noci. «Bari in Jazz – continua Ottaviano – è un progetto che avanza, malgrado la quinta edizione non possa considerarsi un traguardo particolarmente significativo. Avanza perché ci sostengono l’energia attiva di diverse componenti che collaborano e, soprattutto, la riflessione e i frequenti confronti di opinione che ci spingono ad operare. E’ un progetto che avanza e che, però, vuole migliorarsi ancora: anche per questo, stiamo ostinatamente ripensando alla creazione di un circuito jazzistico che colleghi le diverse realtà pugliesi. Ma, prima di ogni altra cosa, ci impegnamo a pensare ad una musica che sappia guardare al di là dell’occasione episodica, del concerto fine a se stesso».
Bari in Jazz 2009, peraltro, trascina con sé un tema conduttore (”Il Sacro ed il Profano”) che implica impegno e attenzione: nella ricerca delle proposte musicali e nella tessitura della trama di una manifestazione che tende a scavalcare il concetto di già visto e sentito. O, meglio, di scontato. “Il Sacro ed il Profano”, cioè una traccia che bene si integra con la decisione di utilizzare, per l’occasione, alcuni luoghi di indubbia suggestione come due chiese (di Sant’Anna e di San Giacomo) della città vecchia e che istruisce la strada della seconda serata del cartellone, aperta da “Suoni Sacri”, performance multietnica e multireligiosa dell’Ottonando Brass Ensemble di Mino Lacirignola, dove culture e riti apparentemente lontani tra loro trovano identica dignità. Alla quale, a seguire, si accoda l’omaggio di Lisa Manosperti, del pianista tranese Davide Santorsola, della violoncellista Giovanna Buccarella e di Javier Girotto ad Edith Piaf, lavoro – del resto – già confluito due anni addietro in un disco.
La testimonianza di Furio Di Castri, personaggio di culto e leader della formazione che inaugura la sequenza di live nel Cortile del Castello Svevo, è invece un agile happening di prime firme (Tamburini, Negri, Marcotulli, Lee e Alluche) tra incursioni elettroniche e buon umore. L’ensemble si agita attorno alle figure e alla filosofia di due autori visionari, ancorchè distanti tra loro, come Thelonius Monk e Frank Zappa, musicisti che - per pubblica ammissione – hanno influenzato l’attività e il pensiero del contrabbassista milanese. «Ma Bari in Jazz – spiega Ottaviano – chiede ai propri ospiti linguaggi e situazioni particolari. E, soprattutto, pretende artisti che, musicalmente, non vogliono adagiarsi». “Zapping”, allora, diventa un concerto itinerante, all’interno della struttura del festival, che – a seguire – propone al pubblico della terza serata “Megalitico”, progetto ben congegnato dal sardo Gavino Murgia, che può appoggiarsi su delle sonorità articolate, ma ben amalgamate, e peraltro già sperimentato nella scorsa estate dal Locus Festival di Locorotondo.
Infine, la quarta ed ultima tappa riserva altre tre situazioni diverse: prima si esibisce l’Arundo Donax, quartetto di sassofoni asciutto che punta sulla varietà dei timbri, sulle sfumature e sui colori. Poi, nuovamente al Castello Svevo, l’attesissima tromba di Tom Harrell distribuisce eleganza ed atmosfere, perfettamente suffragate da un quartetto di alta pulizia interpretativa e da una scelta di repertorio assolutamente indovinata e, perciò, gradita in platea. Quindi, prima che si riversi il temporale, minaccia costante dellaa manifestazione intera, ecco la frenetica orgia di suoni del clarinettista bulgaro Ivo Papasov e del suo gruppo, ancora sufficientementi legati alla tradizione della propria gente e del proprio Paese. Dove la musica da matrimonio (e, quando occorre, da funerale) mantengono uno spessore sociale e musicale particolarmente alto. E dove, appunto, sacro e profano si sovrappongono. «Esattamente quello che volevamo vedere e ascoltare – analizza Roberto Ottaviano - . Un messaggio che la gente, rispondendo con la propria presenza, ha mostrato di apprezzare. Apprezzando, di conseguenza, il nostro sforzo». Un messaggio che incoraggia a rinnovare l’impegno, l’anno prossimo. Anzi, prima: perché sta arrivando Bari in Jazz Winter, già ad ottobre, nel nuovo teatro di Telebari. Ma, adesso, è presto per approfondire il discorso. Arriverà l’occasione, più avanti.

Bari in Jazz 2009

Gianna Montecalvo (voce), Lisa Manosperti (voce), Rossella Antonacci (voce), Stefano Luigi Mangia (voce), Giorgio Valerio (voce), Pasquale Gadaleta (contrabbasso) & Maurizio Lampugnani (percussioni) in “Sussurri”
Bari, Chiesa di Sant’Anna
23.06.2009

Luca Aquino Quartet (Luca Aquino: tromba; Giovanni Francesca: chitarra elettrica; Marco Bardoscia: contrabbasso; Gianluca Brugnano: batteria) in “Lunaria”
Bari, Auditorium Diocesano Vallisa
23.06.2009

Ottonando Brass Ensemble (Mino Lacirignola: tromba e cornetta; Giovanna Bianchi: tromba; Donato Semeraro: corno; Giuseppe Zizzi: trombone; Domenico Zizzi: tuba)
Bari, Chiesa di Sant’Anna
24.06.2009

Lisa Manosperti (voce), Davide Santorsola (pianoforte) & Giovanna Buccarella (violoncello) in “La Foule – Omaggio ad Edith Piaf”. Guest Javier Girotto (sassofoni)
Bari, Auditorium Diocesano Vallisa
24.06.2009

Furio Di Castri (contrabbasso), Nguyen Lee (chitarre), Rita Marcotulli (piano e tastiere), Marco Tamburini (tromba e flicorno), Mauro Negri (sax alto e clarinetto) & Joel Alluche (batteria) in “Zapping”
Bari, Cortile del Castello Svevo
25.06.2009

Gavino Murgia Quintet (Gavino Murgia: voce e sax soprano; Michel Godard: tuba e serpent; Luciano Biondini: accordeon; Francois Tortiller: vibes e marimba; Pietro Iodice: batteria) in “Megalitico”.
Bari, Cortile del Castello Svevo
25.06.2009

Arundo Donax Sax Quartet (Pasquale Laino: sax soprano; Pietro Tonolo: sax alto; Mario Raia: sax tenore; Rossano Emili: sax baritono)
Bari, Chiesa di San Giacomo
26.06.2009

Tom Harrell Quintet (Tom Harrell: tromba e flicorno; Wayne Escoffery: sax tenore; Danny Grissett: piano; Ugonna Ukegwo: contrabbasso; Johnathan Blake: batteria)
Bari, Cortile del Castello Svevo
26.06.2009

Ivo Papasov Band (Ivo Papasov: clarinetto; Maria Karafizieva: voce; Matjo Dobrev: kaval; Nesho Neshev: fisarmonica; Ateshhan Yousseinov: chitarra; Vasil Denev: tastiera e gadulka; Salif Alì: batteria)
Bari, Chiesa di San Giacomo
25.06.2009
Bari, Cortile del Castello Svevo
26.06.2009

(pubblicato dal sito www.levignepiene.com)