sabato 26 aprile 2008

Il Brasile di Barbara Casini

Immaginate il Brasile, quegli otto milioni e mezzo di chilometri quadrati di terra, di conflitti sociali, di passioni smisurate e anche di amore per la musica. Che può chiamarsi samba o forró, xote o maxixe, baião o frevo, pagode o MPB, cioè tutto quello che non è compreso nelle altre dizioni. Immaginate l’orgoglio della gente di quel posto per la propria identità culturale che pure l’appiattimento globale cerca di insidiare: riuscendoci abbastanza. E immaginate la quantità di note esportate o riproposte per esclusivo uso interno. Che, da sole, bastano e avanzano. Immaginate, poi, la storia della Musica Popular Brasileira. I suoi volti, la sua tradizione. E i suoi miti. Pensate, infine, a quanto possa essere difficile, per chi non è brasiliano, entrare nel meccanismo nazionale e, anzi, insediarvisi con naturalezza. Malgrado proprio gli artisti brasiliani, da sempre, siano quelli geneticamente meglio disposti a confrontarsi oltre confine, oppure entro i propri, con espressioni di altre culture e diverse latitudini. Traducendo, immaginate quanto possa essere improbabile proporre musica brasiliana in Brasile arrivando – magari – dall’Europa. Esprimendosi, ovviamente, in portoghese. Eppure, ultimamente, è accaduto. Con ottimi risultati, ci dicono le cronache. Barbara Casini, psicologa mancata e vocalist fiorentina di solido retroterra jazzistico (la collaborazione con Nicola Stilo, ad esempio, è antica; quella con Enrico Rava si rivelò preziosa e formativa; quella con Bollani è ancora attuale; quella con Bosso è il presente e il futuro assai prossimo) ama il Brasile. E non da pochi mesi. Anzi, il legame è sufficientemente datato: diciamo trent’anni, o poco meno. E pure saldo. Tanto da essersi sensibilmente avvicinata prima agli autori più prestigiosi della MPB (Buarque, Veloso, Lobo, Jobim: quattro nomi che, ovviamente, ne nascondono altri) e, sùbito dopo, all’idioma lusobrasiliano. Giostrando tra vinili e vocabolario, tra grammatica e viaggi al di là dell’oceano. Inventandosi, nel tempo, una decina di dischi, tra cui un tributo dedicato a Caetano Veloso («Uma Voz Para Caetano», Philology, 2003), un altro al lavoro raffinato di Chico Buarque de Hollanda, uno all’universo della musica del nordest («Nordestina») e un omaggio sonoro ad Elis Regina («Uragano Elis», Via Veneto Jazz, 2004), la voce più amata del Brasile, prematuramente scomparsa nel 1982. Elis, cioè la «voce per la quale continuo a scrivere canzoni»: parole di Milton Nascimento, non di un artista qualunque. Fatiche discografiche ampiamente pubblicizzate in Italia e, quindi, coraggiosamente presentate (è storia degli ultimi tempi) anche in Brasile. Dove l’accoglienza (al “Tom Jazz” di São Paulo e al “Mistura Fina” di Rio) si è scoperta vivace. Suffragata, cioè, da partecipazione (del pubblico) e apprezzamento (della critica). Piovuti prima di concedersi una divagazione sulla musica panamericana di radice popolare (progetto intrapreso con Javier Giotto e Natalio Luís Mangalavite) e una parentesi su quella francese: la riscoperta dell’opera di Charles Trenet è condivisa con Fabrizio Bosso, Ares Tavolazzi e Pietro Lussu. Ecco Barbara Casini. Ecco la sua passione, la sua musica. Riproposte dal vivo al Petra Live Club di Ceglie Messapica. Dove l’artista fiorentina, con la chitarra e con la voce, attraversa qualche punto essenziale del percorso artistico di Caetano Veloso (“Saudosismo”, “Para Ninguém” e “Os Passistas”), Gilberto Gil (“Eu Vim da Bahia” e “Febril”), Tom Jobim (“Outra Vez”, “Aguas de Marco”), Vinícius De Moraes (Eu Sei Que Vou Te Amar”), Ary Barroso (“A Baixa do Sapateiro”), Edu Lobo (“Ponteio”) e del cià citato Buarque ( “O Meu Guri”, “O Funcionário a Dançarina”, “Tatuagem”, “O Meu Amor”, “O Futebol” e “Vai Trabalhar, Vagabundo”). Ritagliandosi, tuttavia, un momento di sola voce surdo per la nordestina “Marambaia” e un angolo di musica italiana (ci piace sottolineare la versione di “Estate”, che segue “Angelo”, incisa nel duemila con Rava e Bollani, e l’inedita “Per Cena”, una produzione propria). «Una scaletta – rivela – partorita senza un preciso filo conduttore, ma seguendo l’istinto del momento, cercando di raggruppare i brani per autore». Senza mai rinunciare, aggiungiamo, alla cura del particolare. E attigendo compiutamente dal bagaglio dell’eleganza. Provando a creare un’atmosfera intima, quasi confidenziale: se non altro, con metà della platea, quella più attenta ed educata. Ma il malessere (per chi si esibisce e per chi vuole ascoltare) è ormai antico. E non sappiamo quanto risolvibile. Particolarmente indisponente in una location come quella cegliese: ovvero un club aperto esclusivamente in occasione dei live. E, dunque, espressamente pensato per la fruizione musicale.

Barbara Casini (voce e chitarra)

Ceglie Messapica (BR), Petra Live Club

(pubblicato sul sito www.levignepiene.com)

sabato 19 aprile 2008

Quarant'anni di musica. Senza sentirli

Patty Pravo accompagna i suoi primi sessant’anni con grazia e mestiere. Con la sua eleganza mai inamidata. Con un look giovane e ancora aggressivo. Con una voce sempre sensuale. E con quell’inflessione un po’ nordica e algida. Snodata, più che vagamente rockettara, esuberante quando serve. Cioè quando va shakerato il rapporto (abbastanza confidenziale) con il suo pubblico. Con il quale sa creare complicità. Nicoletta Strambelli da Venezia è giovanile e ancora visibilmente virtuosa. Perché si concede alla gente, con grinta e una buona dose di passione. Che la platea capta e gradisce. Le parole, magari, sono di pura circostanza, propedeutiche allo sviluppo del concerto, leggere e un po’ frivole: ma, sul palco, le note e i testi partono, procedono ed arrivano. Senza intralci. Non solo approccio e atteggiamento, però: a sessant’anni (appena) compiuti, Patty Pravo è un’artista che possiede ancora qualcosa da dire e molto da offrire. Per quella sua carica positiva, per quell’abilità di resistere a quarant’anni di musica, sempre guidata sul filo del buon gusto. E, comunque, sempre viva. Il live presentato al “Nuovo” di Martina, peraltro, ribadisce i concetti, preoccupandosi poi di inseguire i dettagli della carriera della ragazza del Piper. Le canzoni che ne hanno, nel tempo, segnato il percorso artistico ci sono tutte, nessuna esclusa: a cominciare da “Pensiero Stupendo”, un tributo personale di Ivano Fossati e Oscar Prudente, “Pazza Idea”, pietra miliare della produzione italiana degli anni settanta, e “La Bambola”. Ma ci sono anche “Ragazzo Triste”, che è poi il primo singolo registrato, nel 1966, le più recenti “Les Etrangers”, “Bisanzio”, tratta dall’album «Oltre l’Eden», e “Tristezza Moderna”. E poi, ancora, “E Dimmi Che Non Vuoi Morire” di Vasco Rossi, oppure “Se Perdo Te”, affianco alle quali si affacciano la versione di un’altra produzione di Fossati come “Angelus” e la battistiana “Io Ti Venderei”, ritoccata nel ritmo e negli arrangiamenti.A sessant’anni, intanto, Patty Pravo può permettersi pure l’ironia («con la scusa del compleanno, mi hanno fatto diventare santa», confida) e molti slanci, anche squisitamente fisici. Puntualmente assecondati dagli uomini della sua band, che persegue tonalità sempre robuste: Gabriele Bolognesi (ai sassofoni, al flauto e alle percussioni) e Alberto Clementi (alle chitarre) su tutti. Con i quali cooperano il batterista Massimiliano Agati, il chitarrista Edoardo Massimi, Giovanni Boscariol (piano e tastiere) e Adriano Logiudice (basso e contrabbasso). Slanci che non mancano di solleticare il giudizio della gente, sotto il palco: «Afrodisiaca», grida qualcuno. «E’ meraviglioso», ribatte lei, effervescente nello spolverino giallo e nei pantaloni di pelle, neri. O nella tunica bianca, con cui affronta il bis, composizione dal sapore di fiaba. Perché, di una fiaba, talvolta c’è bisogno. Così come necessita, sottolinea, «di tirare un po’ su le maniche». Frase aperta a troppe sfumature, che plana alla fine della serata, dai toni persino familiari. Serata di vecchi successi, di desideri incrollabili, di energia e sinergia, tra amici antichi. Il modo migliore di festeggiare sessant’anni. Quaranta dei quali spesi attorno alla musica.

Patty Pravo (voce), Gabriele Bolognesi (sassofoni, flauto e percussioni) , Alberto Clementi (chitarre), Edoardo Massimi (chitarre), Giovanni Boscariol (piano e tastiere), Adriano Logiudice (basso e contrabbasso) & Massimiliano Agati (batteria)
Martina Franca (TA), Cineteatro “Nuovo”

(pubblicato sul sito www.levignepiene.com)

martedì 15 aprile 2008

Dischi - Songs (Vincenzo Mastropirro Ensemble)

«Per quanto mi riguarda, ritengo faro ispiratore di questo progetto l’indimenticabile Fabrizio De Andrè, a cui è espressamente dedicato il lavoro. “Songs”, infatti, è la sintesi tra la poesia di Vittorino Curci e la mia musica colta-popolare-improvvisata, dove ho cercato di trovare il giusto equilibrio formale tra il testo e la musica. Il mio auspicio è quello di aver composto un lavoro che possa aver incontratio, almeno in parte, la sensibilità poetico.-musicale del grande Fabrizio De Andrè». Note di copertina come un manifesto programmatico. Dietro le quali si condensano un’intuizione, un percorso. Tra le quali si snodano esperienze, orientamenti, alleanze artistiche, complicità sonore. Sotto le quali cova il fuoco sacro della sinergia che abbatte la barriera dei vincoli musicali. Attorno alle quali danzano le parole del poeta, gli spartiti più classici, gli arrangiamenti più avanzati, la voce del contralto, il tessuto armonico del quintetto d’archi, le acrobazie dei fiati, la radice popolare della fisarmonica e l’arte dell’incontro. Tra un’orchestra e gli ospiti da accogliere, tra un solido bagaglio culturale e la contaminazione. Il progetto, appunto, si chiama “Songs”. “Canzoni”: così, semplicemente. Il suo regista è Vincenzo Mastropirro, flautista ruvese che circumnaviga la musica, senza stopparsi di fronte alla sua provenienza, né al suo indirizzo. Cioè autore di ciascuna composizione (sono dieci) del disco commercializzato alla fine dello scorso anno dall’etichetta Terre Sonore, nonchè direttore del Mastropirro Ermitage Ensemble, gruppo che fonde la chitarra di Antonino Maddonni, il piano di Antonio Piccialli, il basso elettrico di Paolo Montaruli, la batteria e le percussioni di Tonino Dambrosio, la viola di Flavio Maddonni e quella di Francesco Capuano, i violini di Giuseppe Amatulli e Rita Iacobelli e il violoncello di Elia Ranieri. La voce, invece, è Patrizia Nasini, artista particolarmente vicina a Giovanna Marini, di estrazione popolare (qualcuno ricorderà che debutta con il Canzoniere Internazionale, a metà degli anni settanta). E, poi, ci sono le liriche di Vittorino Curci da Noci, un amabile incrocio tra un poeta, un sassofonista e un politico fuori dagli schemi e dagli schieramenti, uomo di garbo e di sensibilità che riesce a coniugare il gusto per i versi (le sue pubblicazioni sono sufficientemente frequenti) e l’attività di assessore regionale alla Cultura. Curci, peraltro, è uno dei musicisti al sèguito dell’Ermitage Ensemble. Che si arricchisce della presenza di Gianni Coscia (alla fisarmonica) e di Roberto Ottaviano (al sax soprano: e il suo contributo si sente, per intero).L’articolazione – spesso complessa - della struttura musicale dell’album (registrato dal vivo, in un’esibizione consumatasi al “Curci” di Barletta, sette anni addietro) lo rende sempre solido, robusto, originale. Talvolta vibrante: è il caso di “Amore, Non Bevo Più i Veleni”, una delle tracce più sapide. “Songs”, intanto, vive sull’onda delle emozioni, sul filo degli assoli, ma si appoggia sulla cooperazione, sulla varietà dei toni. E, perché no, sulle evoluzioni delle immagini, ricche e insistenti. E, qualche volta, felicemente barocche. Non è un lavoro unicamente colto, però: perché la matrice popolare resta sempre presente, viva. Senza, tuttavia, mai impossessarsi né degli spartiti, né degli esecutori. E non è, probabilmente, neppure un disco di impatto immediato, per chi non è abituato alla mescita di sonorità e di situazioni: nonostante possieda una sua leggerezza sostanziale. Cioè, non pesa all’ascolto. Lasciandosi inseguire. E apprezzare.

Songs (Terre Sommerse, 2007)
Patrizia Nasini (voce), Gianni Coscia (fisarmonica), Roberto Ottaviano (sax soprano), Vittorino Curci (sax alto) & il Mastropirro Ermitage Ensemble diretto da Vincenzo Mastropirro

(pubblicato sul sito www.levignepiene.com)

domenica 30 marzo 2008

Dischi - Cantinaria (Cantinaria)

Certe volte, basta la comunicazione. Un contatto, un semplice contatto. Sufficiente per scoprire che ampliare un progetto più o meno intimamente segreto si può. Un progetto quasi inconfessabile, soltanto accarezzato dalle intenzioni. Sufficiente per armarsi e partire. In questo caso, per incidere un disco. «La Sana Records di Milano, un’associazione-etichetta impegnata da anni sul territorio nazionale nella promozione e nella sensibilizzazione di progetti emergenti nati attorno alla cultura popolare, mi contattò per una co-produzione: cioè quello che, per tanto tempo, ho cercato. A volte, invano. La proposta, peraltro, si è rivelata interessante, credo per entrambe le parti: e così è iniziato questo rapporto di collaborazione che, intanto, è un’esperienza da poter raccontare». Davide Berardi, musicista crispianese e leader indiscusso dei Cantinaria, ripercorre la gestazione dell’omonimo disco prodotto con Gianfranco Berardi e distributo da Venus, commercializzato dall’inizio di quest’anno e ampiamente divulgato dal circuito di Radio Popolare. «Le dieci tracce – continua - raccontano questi anni di crescita, di lavoro, di qualche sacrificio e, soprattutto, di vita. Dieci tracce per partire verso una nuova avventura. L’idea del disco è nata proprio dopo quel contatto stabilito con la Sama Records, mentre il gruppo di lavoro era in studio di registrazione per partorire un demo».Dieci tracce che, private di un intermezzo ironico non musicato (il “Saluto del Sindaco Ricky Mandorla”), diventano nove: tutte musicalmente ben strutturate, fresche, vivaci. Pitturate dal dialetto che si stempara nell’idioma nazionale e puntellate da testi (originali, come gli spartiti, del resto) che accerchiano temi semplici e comuni. «Mi è piaciuto parlare, innanzi tutto, di amore e di unità, ma anche di queegli aspetti quotidiani che non sempre si sviluppano come dovrebbero. “Semb Povr”, invece, è un omaggio a Matteo Salvatore». «Cantinaria», però, non è cantautorato nell’accezione classica del termine: è, piuttosto, musica popolare trasferita ai giorni nostri, trasportata da una dimensione (quella tradizionale, più ruspante) a un’altra (quella più complessa di questi anni ardui). Consapevole del mutamento delle situazioni, della mentalità, dei punti di riferimento sociali. Ma misurata con toni anche goliardici: perchè, appunto, sempre di musica popolare si tratta. «Del resto – puntaualizza Davide Berardi - è durissimo creare uno stile proprio. Perciò, nel frattempo, mi sono ispirato al cantautorato italiano, ma anche ai cantastorie pugliesi e alla tradizione popolare campana e garganica. Attingendo idealmente a Modugno, De Andrè, Sacco e Salvatore». Il progetto, dicevamo, non fiorisce all’improvviso. «Il cd, infatti, porta il nome di quello che era il nostro gruppo, alle origini. Parlo del 2002: fu allora che cominciai con i miei amici a suonare in una cantina. E, comunque, il termine è da intendersi in un duplice significato: “della cantina” e “dalla cantina”. Nel primo caso, è qualcosa che riguarda il genere; nel secondo traspare l’intenzione di ricordare da dove siamo partiti. Il sottoscritto, il batterista Cisky Chiarelli, il pianista Lorenzo Semeraro, il bassista Dany Colucci e il violinista Mimmo Quaranta. In corso di incisione dell’album, tuttavia, hanno offerto il proprio apporto anche Antonello D’Urso alla chitarra, Giancarlo Pagliara e Vito Santoro alla fisarmonica, Antonio Vinci al basso e Tanya Pugliese, che ha prestato la voce. Così come non vanno dimenticate le incursioni umoristiche di Gaetano Colella. Al di là di tutto, però, nel corso di questi anni, grazie a questa esperienza, ognuno di noi ha potuto capire la propria strada, i propri interessi, il proprio stile».

Cantinaria (Sama Records, 2008)
Davide Berardi (voce) & Cantinaria (Tanya Pugliese: voce; Lorenzo Semeraro: piano; Dany Colucci: basso; Antonio Vinci: basso; Mimmo Quaranta: violino; Antonello D’Urso: chitarra; Giancarlo Pagliara: fisarmonica; Vito Santoro: fisarmonica, Antonio Vinci basso; Cisky Chiarelli: batteria)

(pubblicato sul sito www.levignepiene.com)

giovedì 13 marzo 2008

Paola Arnesano canta Peggy

L'eleganza, il garbo e l'arte di Peggy Lee. In un disco. E' il tributo personale di Paola Arnesano a una delle voci più belle, intense e raffinate del panorama jazzistico del secolo appena fuggito. A una protagonista assoluta. A un'artista completa. E' una testimonianza che, materialmente, ancora non c'è: ma che è già stata incisa nello studio di registrazione e che verrà partorita dalla YVP, l'etichetta tedesca che, con la vocalist barese, ha consolidato nel tempo un rapporto di stima, fiducia e collaborazione proficua. In attesa del disco, però, Paola Arnesano presenta il progetto a Gioia del Colle, tra le mura della rassegna «Enarmonie», curata dall'associazione "La Fenice". Consegnandoci un live ben strutturato di un'ora e tre quarti, condotto con l'abituale personalità al fianco di un quartetto di esperienza collaudata (Guido Di Leone alla chitarra, l'olandese Barend Middelhoff al sassofono, Maurizio Quintavalle al contrabbasso, il torinese Alessandro Minetto alla batteria). Malgrado l'evidente zoppia maturata a seguito di un banale incidente domestico. Che, tuttavia, non può scalfire né l'idea (la passione di Paola per Norma Deloris Egstom detta Peggy Lee è datata, oltre che assolutamente sincera), né l'esibizione: fresca, agile, efficace, per niente didascalica. Convinta e convincente. Dove l'Arnesano attraversa per intero l'opera della cantante e della compositrice statunitense, ma anche del personaggio Peggy Lee, manager di se stessa, attenta (anzi, maniacale) nella cura del particolare, nella rincorsa alla consacrazione, nei gesti quotidiani del palcoscenico, nel perfezionamento delle movenze, della postura, della mimica. Regalandoci un concerto vivo, ricco di modulazioni della voce, di intuizioni felici. «Peggy Lee, sin da sùbito, è stata una delle interpreti che più hanno influenzato la mia vocazione musicale. Lo swing di questa donna bionda e bianca che la colloca a stretto contatto con le voci nere che hanno costruito la storia del jazz mi ha contagiato immediatamente. Il mio omaggio è sentito e doveroso. Il disco, invece, non tarderà ad essere definito». Paola Arnesano canta e rivela tutta la sua versatilità, firmando gli arrangiamenti di ogni singolo brano. Poi, il quartetto di Guido Di Leone (dal vivo, tuttavia, appare il pugliesissimo Quintavalle in luogo del contrabbassista ufficiale, Paolo Benedettini) cuce la trama, offre la sponda. Confermando le belle parole scritte, lette e ascoltate dopo la pubblicazione del primo lavoro discografico («Walking in Ahead»), al quale - proprio di questi tempi - si è aggiunto «Blue Night», secondo album uscito per l'etichetta Philology Jazz e in fase di promozione e commercializzazione. A proposito: «Blue Night» è una raccolta di nove tracce, tratte in parte dal bagaglio musicale di Wes Montgomery ("Double Deal"), Gershwin ("Fascinating Rhythm"), Karl Suessdorf ("Moonlight in Vermont"), María Grever ("Wht a Difference a Day Made") e del brasiliano Ary Barroso (la leggendaria "Bahia"), ma anche frutto della produzione personale dello stesso Guido Di Leone (la bellissima "Blue Night", "Mad Blues", "L'Ultimo Valzer" e "Another's Wonderful"). L'omaggio a Peggy Lee, peraltro, si ritaglia una finestra: tra il pubblico del Teatro Rossini c'è anche Michele Hendricks, voce black d'impatto e suggestione, ospite del quartetto per un paio di appuntamenti pugliesi. La figlia di Jon Hendricks (proprio lui, il custode del "vocalese" e vincitore di sette Grammy Award), invitata sul palco, si alza e offre momenti di scat pulitissimo e improvvisazione espressiva, duettando con Paola Arnesano. Ottima proposta. Nel segno dell'eleganza, del garbo. Nel segno dell'arte di Peggy Lee.

Paola Arnesano (voce), Guido Di Leone (chitarra), Barend Middelhoff (sassofono), Maurizio Quintavalle (contrabbasso) & Alssandro Minetto (batteria)
Gioia del Colle (BA), Teatro Rossini
Enarmonie

(pubblicato dal sito www.levignepiene.com)

martedì 26 febbraio 2008

Dischi - Do It! (Berardi Jazz Connection)

Il progetto prosegue, si amplia. La Berardi Connection riabbraccia il sentiero discografico. La seconda pietra miliare del suo percorso è «Do It!», album licenziato dall’etichetta romana Antibes nello scorso dicembre. E, se la prima produzione («The Way I Like») del duo tarantino (Ettore Carucci al pianoforte, alla tastiera e al fender rhodes e Francesco Lomagistro alla batteria) si avvaleva dell’amichevole presenza di diversi artisti pugliesi (da Guido Di Leone ad Andrea Sabatino, da Paola Arnesano a Marco Bardoscia, da Giuseppe Bassi a Cristian Lisi), puntando sulla commistione delle atmosfere jazzistiche con quelle più latine, la seconda esperienza si affida all’apporto, in sala di registrazione, del bassista Aldo Vigorito, dei sassofonisti Max Ionata e Vincenzo Presta, del chitarrista barese Alberto Parmegiani, del percussionista Cesare Pastanella e della vocalist statunitense Wendy Lewis (eccola, da Chicago, in una rivisitazione di “Change”, dei Tears for Fears). Ma anche della confermata tromba di Sabatino e dell’interpretazione vocale della già citrata Paola Arnesano, protagonista di due delle dodici tracce complessive ("O Prazer de Ser" e "Lies" sono, peraltro, due brani di sua composizione). Dilatando, oltre tutto, il proprio orizzonte.«La caratteristica di “Do It!” – spiega Francesco Lomagistro – è, infatti, quella libertà di espressione e quell’assenza di ogni tipo di preclusione stilistica, nel rispetto dello stile che caratterizza il sound dei Berardi Jazz Connection». Un sound metropolitano sempre fresco, che non dimentica di voltarsi indietro, ma che guarda dichiaratamente avanti. Senza inventare nulla, ci mancherebbe, ma distribuendo momenti di buona musica (anzi, di buon nu jazz, oggi si dice così) e dettagli di groove pulsante. E, allora, si può transitare dal ritmo frizzante – un po’ latin, un po’ swing – di “Last Night a Cat Stopped Me”, scritta dal batterista jonico, che apre l’album, a quello più moderno di “F.D.P.” e alle sonorità più intime di “Le Sere” e “The Renegade”. “Play Kid”, poi, è una produzione personale di Ettore Carucci, mentre Lomagistro firma anche “Friendly” e “To Brian”, un omaggio a Brian Blade, esponente del nuovo batterismo jazz internazionale. “Relax”, invece, è una composizione del salentino Vincenzo Presta (che si occupa anche degli arrangiamenti dei fiati) e, infine, “The Jody Grind” è una cover tratta dal repertorio di Horace Silver.

Do It! (Antibemusic, 2007)
Berardi Jazz Connection

(pubblicato dal sito www.levignepiene.com)

lunedì 18 febbraio 2008

Il violino che scavalca il tempo

L'interpretazione intensa, il ritmo serrato, il guizzo. C'è un violino che taglia trasversalmente la scena e la musica, il palco e il repertorio. Che si rincorre, incalza, che frena e riparte, che detta i tempi e si accoda e irrompe ancora. Libero e avido. Tenace e leggero. C'è la grazia e la forza, dentro. E il piacere denso di condizionare l'ascolto. C'è un violino protagonista e c'è un violinista sanguigno e partenopeo. Lino Cannavacciuolo è personaggio di temperamento e mestiere. Replicato anche al Teatro Orfeo di Taranto, per il sedicesimo cartellone dell'Orchestra della Magna Grecia. E, di fronte, appare per un po' la voce ufficiale di Sardegna, Elena Ledda, timbro e passato da soprano ed esperienza consumata nell'alveo del folk e della musica popolare dei cantadores, frequentatrice antica delle piazze del Logudoro, guest dalla presenza scenica e caratteriale. Il sodalizio, in realtà, è datato, già amalgamatosi in «Amargura», album del 2005 che traffica tra i meandri tradizionali di Napoli e quelli di Gallura e dintorni: e, quindi collaudato, rodato, saldo, verace, viscerale. La finestra sull'isola della Ledda, seppur breve, è incisiva, robusta. E' un lampo, un topazio. E il suo contributo è ricco, saturo di atmosfere, di un'espressività fascinosa: anche quando la musica non l'accompagna, lasciando al palcoscenico solo alla voce. Attorno, poi, c'è un gruppo di musicisti animati da istinti un po' ancestrali, viaggiatori tra note che arrivano da lontano e che scavalcano il tempo. L'ensemble di Lino Cannavacciuolo inventa un programma arioso e fantasioso, delicato e sapido, febbrile e dolce, scandito dall'arroganza tecnica del suo leader, tra sentimento e melodia. L'apporto dell'elettronica non disturba, ma aggira solo gli schemi predefiniti. E un'ora e tre quarti di concerto, bis compreso, è un dato di quantità che non scalfisce né la qualità, né l'ampio respiro del repertorio, che ammara infine nella tarantella montemaranese, sùbito prima che cali il sipario. Tra la partecipazione discreta di un pubblico abituato a esibizione più classiche e più compassate.

Lino Cannavacciuolo Ensemble & Elena Ledda (voce)
Taranto, Teatro Orfeo
Stagione Concertistica dell'Orchestra Ico della Magna Grecia di Taranto

(pubblicato dal sito www.levignepiene.com)

lunedì 11 febbraio 2008

Dischi - Filo Spinato (Max Marangione)

La quotidianità dei numeri e il diletto dei versi tra le note. Massimo Marangione detto Max insegna matematica: scienza schematica e ingabbiata che non inventa nulla, che non dedica tributi alla fantasia. E, nelle ore più o meno liete, compone: districandosi tra parole e spartiti. Proprio lì dove la fantasia può svicolare e, se vuole, scardinare gli schemi, dribblare, posarsi, rialzarsi, schizzare. Produrre emozioni. O solleticare pensieri. Il cantautore tarantino sembra uno strano incrocio di desideri (la vita parallela) ed esigenze (la vita reale). Legittimato da «Filo Spinato», cd autoprodotto alla fine dello scorso anno e pensato con la collaborazione di Marco de Bartolomeo, responsabile della cura e degli arrangiamenti del disco: realizzato in riva a Mar Piccolo, presso il Master Recording Studio. «Il progetto scaturisce dalla passione viscerale per la musica, ma è anche il prodotto degli stati d'animo e dei disagi più intimi», ammette Marangione. «E il rock, da questo punto di vista, sembra essere terapeutico». Le prime registrazioni dell'album, tuttavia, non sono recenti: grazie alle quali, peraltro, il musicista jonico ha potuto coprire alcuni spazi nella programmazione di Radiouno. Provvedendo, poi, a confezionare anche un videoclip (interamente girato nella zona industriale del capoluogo bimare) proposto da Rainews 24. Passando, oltre tutto, pure attraverso la colonna sonora di un cortometraggio. «"Filo Spinato" si inquadra nel genere rock d'auore - aggiunge Marangione - . I caratteri fondamentali sono l'immediatezza e l'emotività che hanno contribuito a generare il lavoro. E il filo spinato è un'immagine che riassume il mestiere della vita: a volte duro, a volte più leggero. Ma da vivere, sempre e comunque». I brani acustici come "Filo Spinato" («Voglio resettare tutto/ Ogni ricordo, l'acqua che scotta/ L'educazione, i sensi di colpa») e quelli più rockeggianti come "Prendere o Lasciare" («Non bussare alla porta se questo è il momento/ Aprila adesso e adesso che va/ Tempo al tempo, non c'è distorsione, niente religione, mezze verità/ Prendi il treno in corsa, prova l'ultima scossa/ Chi non cede crede che qualcosa sarà») si accavallano a tracce ermetiche come "Linea di Confine" («Mi porto dietro da troppo tempo/ Pensieri che non vanno via/ A furia di dire e di pensare dei sogni non so più che fare/ Troppi discorsi su quello che siamo/ Ci portano troppo lontano/ Tracciare una linea su questo orizzonte/ Che poi dove porta non so») o dal testo ruvido come "Ridatemi il Mio Nome" («Salto nel buio giù/ Nevrotico confuso/ Voglio sentire, voglio vivere e capire perché/ Quello che vedo è confusione, ipocrita reazione/ Ma voglio farmi male, voglio accelerare»). Dove lo accompagnano il basso di Ivano Corvaglia, la chitarra di Nico Albanese e la batteria di Gianpiero Tripaldi, naviganti ormai esperti del panorama live tarantino. Le nove canzoni assieme, va detto, rappresentano la prima esperienza discografica di Max Marangione. Che non rinuncia ad una forte matrice pop e neppure al sostegno dell'elettronica, sempre accarezzando temi di assoluta contemporaneità e una strisciante diffidenza nei confronti della complessità che ci circonda e avvolge, giorno dopo giorno. Mescolando rabbia («Chiamami come ti pare/ Spregevole o normale») e speranza («Prendimi per mano e portami con te/ Sarà banale, ma io non ti trovo più/ Fammi vedere quello che non so/ Almeno un istante, quello che non so/ Non riesco a capire più di quello che sai»). Attraversando i ricordi scomodi e le asperità di un percorso («Guardami e poi cancellami/ Ricordami, ricordami/ Vedi luce intorno adesso/ Guardami e poi cancellami»). Con la sostanza dei verbi, dei sostantivi e degli aggettivi. Che sanno essere taglienti e, talvolta, glaciali. Come un'espressione algebrica. Come un'equazione: che cerca un risultato.

Filo Spinato (autoprodotto, 2007)

Max Marangione

(pubblicato dal sito www.levignepiene.com)

giovedì 7 febbraio 2008

Dischi - Bossa na Minha casa (Guido Di Leone 4tet)

Guido Di Leone è un vecchio amico del Brasile. Inseguito (e riproposto) con la chitarra nelle notti di note e nelle atmosfere di un disco. Di tre dischi: quelli condivisi con Paola Arnesaano e Mario Rosini («Abrasileirado») o, qualche tempo più avanti, con la stessa vocalist e il percussionista Enzo Falco (è il progetto "Trio De Janeiro") e con il gruppo allargato di Paola Arnesano («Falando de Jobim»). Tre registrazioni, quelle, eseguite in uno studio: come qualsiasi altra, del resto. Ma i tempi si evolvono e la tecnologia avanza. Anzi, emigra. In casa propria, magari. E sì, perché il quarto tributo alle sonorità oroverdi del chitarrista barese si compie (e si realizza) tra le pareti del suo domicilio, in una stanza opportunamente preparata. Proprio come se fosse una sala di registrazione. Incensando il concetto di autoproduzione: uno dei segni distintivi di questi tempi autarchici, dove è necessario arrangiarsi per non soffrire. E uno degli ingredienti della Puglia musicale che pulsa, che fermenta sempre più. A proposito: il suo ultimo lavoro è firmato dalla Fo(ur), etichetta che lo stesso Di Leone ha inaugurato e lanciato da un paio di anni con alcuni compagni di musica, come Mino Lacirignola e Larry Franco. E, allora, l'autoproduzione è davvero totale. Come lo stesso cd («Bossa na Minha Casa», «Bossa a Casa Mia») si sforza di sottolineare: cominciando dal titolo. E passando per le foto di copertina e per le note scritte a margine: «Siamo seduti sul divano bianco dopo aver ascoltato i dischi di Baden Powell. la pasta bolle in pentola. Guido prende la sua chitarra classica e comincia a suonare qualche brano di bossa. E se provassimo a registrare con il cd recorder questo incontro tra amici? Sono le 23,30 e tutto è pronto».Le tracce sono quattordici: si va da "Samba de Verão" di Menescal (interpretata in inglese dalla voce di Francesca Leone) a "Chove Chuva" di Jorge Ben, da "Brigas Nunca Mais" della "dupla" Jobim-De Moraes alla meno ripercorse "Reza" di Edu Lobo e "Samba de Duas Notas" de Luís Bonfá, dalla più leggera "Chiclete con Banana" di Gilberto Gil alle più popolari "Bim Bom" e "Um Abraço no Bonfá" di João Gilbero, "Você e Eu" di Carlinhos Lyra, "Samba da Minha Terra" di Dorival Caymmi, "Este Seu Olhar", "Berimbau", "O Pato" e - poteva disertare? - "Garota de Ipanema". E il prodotto - come dicevamo, fortemente artigianale, nell'accezione migliore del termine - è assolutamente credibile.Pugliese è anche il resto del quartetto ritrovatosi in circostanze più o meno casuali esattamente un anno fa (ma la masterizzazione avverrà più avanti, nel novembre del 2007, così come il completamento della produzione, ad inizio di quest'anno): detto della chitarra di Guido Di Leone e di Francesca Leone (che continua a spiare le tonalità brasiliane con un'altra formazione, quella dei Marchio Bossa), ecco il contrabbassista castellanese Bepppe De Lilla e il batterista barese Fabio Delle Foglie: per l'occasione, assorbito da rullante e charleston. Intanto, «la città dorme, pioviggina, noi suoniamo, relax e saudade si diffondono per la stanza. Sono le 3,30. Forse, in studio, non avremmo registrato questi brani, forse ovvi e scontati, forse avremmo cercato a tutti i costi perfezione di suoni, dinamiche. Ma questa volta ci piace così. Ci salutiamo contenti e rilassati. Ecco "Samba na Minha Casa"».

Bossa na Minha Casa (Fo(u)r, 2008)
Guido Di Leone (chitarra), Francesca Leone (voce), Beppe De Lilla (contrabbasso), Fabio Delle Foglie (batteria)

(pubblicato dal sito www.levignepiene.com)

mercoledì 23 gennaio 2008

Dischi - En Plein Air (Fabularasa)

Il primo album, spesso, traccia un percorso e incoraggia l'artista. Questa volta, però, sintetizza il viaggio già intrapreso, rappresentandolo. Diventando un'operazione di raccolta di brani distribuiti nel tempo e già metabolizzati: da chi li ha scritti e interpretati per qualche tempo e anche da chi li ha ascoltati. Rigorosamente dal vivo: perché le parole e la musica dei Fabularasa, quartetto maturato un po' di anni addietro a Bari, possevano sin qui un pubblico persino fedele e uno spazio garantino nel club della musica d'autore, ma non testimonianze ufficiali e biglietti da visita. Come, a volte, solo i dischi sanno essere. Anche perché le semplici incursioni in lavori discografici interessanti, ma più generalisti (ricordiamo «Musicultura», produzione dell'omonima kermesse maceratese, «Espagna» e «Voci per la Libertà») non possono coprire per intero il desiderio di esprimersi. Nel tragitto artistico della formazione, dunque, mancava qualcosa. E, allora, Luca Basso, paroliere e voce della formazione, il chitarrista Vito Ottolino, il batterista Giuseppe Berlen e il bassista Poldo Sebastiani hanno avvertito l'esigenza di colmare il vuoto. Confezionando «En Plein Air», un prodotto di undici tracce più o meno datate: quelle che raccontano il progetto e le emozioni che lo hanno partorito. O che il progetto ha alimentato nei primi anni di questo millennio. La produzione discografica, affidata a "Radar", catalogo di un'etichetta pregiata come l'Egea, e scandita da una presentazione ufficiale recentemente avviata (a Perugia nello scorso mese di novembre e, successivamente, a Mola e proprio a Bari, prima di dirottare verso Capurso e Fragagnano) si avvale peraltro di collaborazioni prestigiose: da Paul McCandless (al sax soprano, all'oboe, al flauto e al corno inglese) a Bruno De Filippi (armonica), dall'algerino Abbes Boufrioua (voce e percussioni) a Nicola Stilo (al flauto). Che si assommano a quel laboratorio artigianale di suoni, musiche e versi che, dal duemilaquattro, genera canzoni schiette e levantine, corsive e corsare, generate tra il jazz e i suoni mediterranei, secondo quanto rivelano gli stessi Fabularasa. Laboratorio, per intenderci, già esibitosi anche al Festival della Canzone d'Autore di Recanati 2005, con il singolo "Fiorile", dedicato alla ricorrenza del 25 aprile e ovviamente inserito in n Plein Air» assieme all'elegante "Una Giornata Serena", ambientata nel giorno della distruzione dell'ecomostro di Punta Perotti («Cosa mi fai/ Cosa mi fa bella sirena/ Che socchiudi gli occhi mentre mi sorridi?/ E' una carezza la fantasia/ E' audace il gioco della fortuna / In questa magnifica giornata serena»), a "Il Campo di Girasoli", "Al Safar" (storia di ordinaria immigrazione), "Allende" (Premio Amnesty 2004), "Case Portoghesi", "Lontano Amore", "Diario di un Seduttore", "Vecchio Frac", Giovanni, Telegrafista" e, infine, a "Dolenda Carthago" (brano, quest'ultimo, scritto dal leader della formazione Luca Basso e dallo scrittore Stefano Di Lauro). Tra storie di sapore quotidiano e buone frequentazioni msuicali, «En Plein Air» si è solidificato nel tempo, giorno dopo giorno, senza rincorrere la data della sua pubblicazione e, quindi, senza rincorrere se stesso. Attingendo, nei tre anni di attesa, come si fa nelle migliori famiglie musicali, dalle esperienze adottate da ciascun componente: in ambito jazzistico e cantautorale, ma anche in quello sconfinato della world music. E proponendoci atmosfere a volte delicate, spunti sobri, versi scanditi da vasti orizzonti e anche pensieri ricercati. E, infine, contribuendo attivamente alla riscoperta della canzone d'autore: un impegno che, in riva all'Adriatico, sembra diventato costante, ancorchè apprezzato. Non è mai troppo tardi per ritrovare le parole giuste.

En Plein Air (Egea, 2007)
Fabularasa (Luca Basso: voce; Vito Ottolino: chitarra; Poldo sebastiani: basso e contrabbasso; Giuseppe Berlen: batteria), con la partecipazione di Paul McCandless (sax soprano, oboe, flauto etnico e corno inglese), Bruno De Filippi (armonica), Nicola Stilo (flauto) e Abbes Boufrioua (voce e percussioni)

(pubblicato dal sito www.levignepiene.com)

sabato 12 gennaio 2008

L'impronta netta di Irio de Paula

Dal Manuja al Ramblas. Dalle note di notte romane all'evento di gennaio del club tarantino. Sembra che il tempo sia passato lento. E, invece, sono scivolati trent'anni e anche qualcosa di più. Tutti spesi abbracciando una chitarra avvolta negli accordi della bossa nova e dei suoi immediati dintorni: dallo choro al baião. Tutti consumati nelle atmosfere di un Paese sospeso tra ricordi e magia, quel Brasile lasciato nel millenovecentosettantatre e sempre troppo distante. Tutti collezionati a rincorrere ingaggi e concerti, luoghi e situazioni. Irio De Paula è in Italia quasi da sempre, ma trasporta ancora la delicatezza della sua terra. E della sua musica, radicata e immutata. Come è immutata la trasparenza del suo talento e quella tecnica che avvolge e che ancora sconvolge chi non lo conosce.Irio, oggi, è un anziano signore che si perde con nonchalance tra le finezze acustiche del suo strumento. E' schivo e riservato come una volta, ma è lo stesso virtuoso che ricordavamo. Sì, forse il tempo si è fermato. Oppure è passato troppo lento. Ma quelle sonorità un po' datate del violão sono ancora vive, fresche. E anche se il repertorio proposto non attinge alla fonte della novità (il pubblico italiano ha l'irrefrenabile bisogno di riparare sotto il tetto dei motivi più navigati, più conosciuti e l'artista non può ignorare il dato), il chitarrista fluminense si fa amare ugualmente: per la sua leggerezza. E per l'impronta netta, il valore dei dettagli, l'esecuzione pulita. In Brasile, ormai, il nome di Irio De Paula dice abbastanza poco: tre decenni vissuti oltre oceano condannano all'oblio. Ma, in Italia, l'etichetta è ancora di pregio molto più che discreto: che il mulatto di Rio non dimentica mai di lucidare. Con concerti rigorosi e sapidi.Al Ramblas, De Paula si concede nella situazione che preferiamo. Quella più pura: chitarra e microfono. Anche se, gli appassionati più attenti lo ricorderanno, ultimamente ha spesso duettato con il giovane trombettista torinese Fabrizio Bosso, esibendosi anche in compagnia di Stefano Rossini e Giorgio Fontana (parliamo del progetto "Sambajazz", transitato nel 2004 anche da Martina Franca). Questa volta, peraltro, non usa neppure la voce: e, dalla scaletta, ad esempio, scompare un pezzo distribuito - in passato - sempre molto volentieri come «Rosa Morena». Ci sono, tuttavia le immortali «Ponteio» di Edu Lobo e "Odeon" di Ernesto Nazareth, «Canto de Ossanha», una versione molto personalizzata di «Asa Branca» di Luís Gonzaga, la jobiniana «Luíza», la buarquiana «Atrás da Porta», l'antica «A Baixa do Sapateiro» di Ary Barroso, l'intramontabile «Manhã de Carnaval» di Bonfá, «Menino Desce Daí» (un brano di Paulinho Nogueira che non gode di larga diffusione, a queste latitudini) e, come accennavamo, ripetuti omaggi alla musica brasiliana più nota in Italia («Tristeza», «Garota de Ipanema», «Aquarela do Brasil», «O Que Será» e «Wave»). Sopravvivono, piuttosto (e ci piace sottolinearlo), l'abitudine di impossessarsi delle note altrui e di centrifugarle in un tappeto sonoro molto personale e, a volte, dichiaratamente confidenziale; quel gusto di divagare attorno al tema centrale, puntualmente ripagato con ricami e arabeschi, attinti dal bagaglio dell'antica e premiata scuola della bossa nova. E, ovviamente, sostenuti fortemente dalla sua propria abilità. Quella che ci spinge, ogni volta, a tornare ad ascoltarlo, appene se ne presenta l'occasione. Quella che continua a scolpire la meraviglia in chi, Irio De Paula, l'ha solo sentito nominare o lo conosce appena. E che, immediatamente dopo, si lascia catturare da una chitarra suadente e dal profumo del suo Brasile lontano, vicino, antico ed attuale. Perché la qualità non è mai un'opinione.

Irio De Paula (chitarra)

Taranto, Ramblas Musiclub

(pubblicato dal sito www.levignepiene.com)

lunedì 24 dicembre 2007

Intimità nel gelo

Amalia, intimamente. Quasi sussurrando, con quella voce che sa navigare nelle note. Ma sempre misurata, calcolata, distribuita in dosi contenute. Amalia Grè è la musica che non vuole aggredire. E' una voce che non vuole abusare di se stessa. Ed è un personaggio che non ama debordare. Anche la gestualità è discreta. E l'approccio al concerto può persino sembrare un po' algido. La ragazza detta sul palco il suo talento, ma senza approfittarne. Poi, la notte di Locorotondo è umida e gelida. E il palcoscenico è esposto all'atmosfera amara, a immediato ridosso della campagna di Val d'Itria. Amalia è una vocalist infreddolita: non fa nulla per nasconderlo. Né per dimenticare di averlo più volte sottolineato. E' infreddolita e, per questo, forse un po' fredda, distaccata. Certo, il live non si priva di una godibilità di fondo, ma non decolla mai per davvero. Probabilmente, anche perché - quando potrebbe farlo - esaurisce il suo viaggio. L'esibizione, cioè, è corta (sessantacinque minuti, bis compreso) e la platea abbastanza indisciplinata. La stagione concertistica del Mavù parte con un nome divenuto importante: e anche giustamente. L'artista ostunese si è guadagnata speso specifico e spessore con ottime produzioni discografiche, critiche generose e una partecipazione recente nel gran circo mediatico di Sanremo. E la stessa location, da un po' di tempo, ha abituato i frequentatori della notte a proposte stuzzicanti. Le premesse migliori, dunque, ci sono. Però, manca qualcosa. La Grè non frantuma la patina di gelo (meteorologico e figurato) tra la scena e il pubblico, limitandosi. Trattenendosi. Non concedendosi mai completamente. O, almeno, questa è la sensazione. Anche se l'idea fondamentale è felice: perché galleggia tra jazz e pop, tra standard (una sofisticata e interessante versione di Moon River, ad esempio) e produzione propria, tra inglese ed italiano. Puntando deliberatamente sulla modulazione della voce e sulla delicatezza, che restano due punti di riferimento all'interno del suo bagaglio musicale. Di più: Amalia Grè interagisce assai poco con la gente, spendendo pochissime parole: quelle che ribadiscono gli inconvenienti atmosferici. Crediamo che, a certi livelli, non basti. E poco importa se il pianoforte è uno solo (in sede di presentazione, invece, il concerto prevedeva due pianisti). Anche perché Michele Ramauro sfrutta benissimo il suo, regalando momenti agili e vivaci e sonorità amabilissime. Il quartetto, peraltro, si appoggia sul basso di Marco De Filippis e sul timbro marcato della batteria governata da Alessandro Graziani. Talvolta, infine, Ricchezza Falcone garantisce le scene: compensando, in qualche maniera, la distanza tra la voce e la piazza. Diciamola tutta, allora: avremmo immaginato un concerto più caloroso, più avvolgente. Anche più ricco, sotto il profilo della quantità. Un concerto nato soprattutto per dignificare l'ultima fatica discografica della cantante pugliese, "Per Te": anche intrigante sotto il profilo musicale, ma - riteniamo - complessivamente banale nei testi in italiano. E questa volta, almeno, Amalia Grè e la sua voce possono ritenersi in credito.

Amalia Grè (voce), Michele Ranauro (pianoforte), Marco De Filippis (basso acustico e basso elettrico), Alessandro Graziani (batteria) e Ricchezza Falcone (scene)

Locorotondo (BA), Mavù Club

(pubblicato sul sito www.levignepiene.com)

sabato 15 dicembre 2007

L'oriente sudamericano

Il violino e la voce arrivano da Tokio: la morbida raffinatezza di Aska Kaneko si allarga e diventa intensa, vibrante. E anche le percussioni trascinano l’accento nippnico: Yahiro Tomohiro sa dosare il ritmo e le esplosioni. E’ l’anima orientale di Gaia Cuatro, un agglomerato di suoni speziati e anche veementi, di inventiva e intuizioni feconde. E, qualcuno dice, anche un azzardo musicale. Perché l’altra metà della formazione sorge nell’altra metà del mondo, nell’Argentina dei mille colori, e si consolida in Europa: anzi, in Italia. Con il pianismo fresco, ma anche vigoroso e colorito di Gerardo Di Giusto, un cordobés che ha lavorato (e, tuttora, lavora) anche con Javier Girotto. E con il contrabbasso di Carlos Buschini, detto “El Tero”, probabilmente il collante di anime così diverse. L’avrete capito: il live dell’insolito quartetto, penultima presenza nel cartellone di «Antiphonae Jazz 2007», per l’omonima associazione martinese costituiva – sin dall’inizio – una sfida nella sfida. Una sfida al conformismo jazzistico, concettualmente non troppo tenero con la proposta dei Gaia Cuatro e, più in generale, con la commistione di due universi (culturali, ancor prima che musicali) diametralmente diversi. Una sfida al pubblico di casa nostra, discretamente disabituato ad incontri così arditi. Una sfida all’intero progetto stesso, che – da ottobre a oggi – ha voluto presentare percorsi differenti che si incrociano e si sovrappongono al jazz: dalla pizzica e dalla musica popolare italiana rielaborata da Nico Morelli alle sonorità shorteriane di Ondina Sannino e Riccardo Di Stasi; dall’incontro tra il quartetto d’archi dei Vertere e la produzione originale di Pasquale Mega alla contaminazione intercontinentale. In attesa dell’ultimo concerto in programma, quello di Dado Moroni ed Enrico Pieranunzi: due pianoforti, insieme. E nient’altro.Una sfida, certo. Anche alle asperità meteorologiche. In questo caso, inattesa. E, purtroppo, persa: perché la neve e il ghiaccio sull’asfalto scoraggiano molti. Anzi, moltissimi. Privando della cornice adeguata un appuntamento variegato e venato di ritmi anche sostenuti, dove il jazz entra ed esce, lasciando il terreno all’improvvisazione, alla mescolanza di stili e sonorità, ad una contaminazione suggestiva che corre spedita, senza inciampare. «Ci siamo trovati nel 2003, a Parigi – spiega El Tero Buschini – e, da quell’esperienza, abbiamo capito che si poteva approfondire il discorso, partire con un progetto comune. Insistere. E non è assolutamente facile, al di là delle esperienze artistiche di ciascuno di noi, ritrovarsi: per ovvi motivi logistici. Eppure, ci stiamo riuscendo. In quattro anni, abbiamo realizzato anche due dischi: il primo registrato a Tokio, il secondo in Italia, a Udine». Il violino di Aska Kaneko impartisce la variazioni sui temi; la batteria etnica di Tomohiro è discreta, ma presente. E, all’occorrenza, vigorosa, impetuosa. Il fraseggio di Gerardo di Giusto è fresco, ma anche energico. Buschini si divide tra basso e contrabbasso, istruendo la navigazione tra jazz e funk, tra chacaraca e baguala, due sentimenti musicali profondamente argentini. Il concerto si mantiene sempre lieve, frizzante. Custodendo con sapienza la propria originalità e la sua musicalità generosa. E i protagonisti si spartiscono equamente spazi ed evoluzioni, slanci e propagazioni. Vincendo la sfida, superando il pregiudizio, abbattendo la diffidenza. E sconfiggendo, sul palco, la colpa di non possedere un nome ancora facilmente spendibile. Quello che, magari, avrebbe solleticato il coraggio di affrontare la neve incostante e il freddo aggressivo di Locorotondo.

Gaia Cuatro (Aska Kaneko: voce e violino; Gerardo Di Giusto: pianoforte; Carlos Buschini : basso e contrabbasso; Yahiro Tomohiro: batteria etnica e percussioni)

Locorotondo (BA), Auditorium Comunale

Antiphonae Jazz 2007

(pubblicato sul sito www.levignepiene.com)

mercoledì 12 dicembre 2007

Il mondo di Gaber

Il mondo di Gaber è questa contemporaneità controversa e irriguardosa dei sentimenti, lo spazio di quarant’anni discussi e intensi, è la nostra storia incerta, è la società difettosa che sfugge, è questa strada che si torce e si biforca. E’ un mondo reale, lo specchio di quel che siamo. La variante di quello che avremmo dovuto essere. Il risultato, lucido e scabroso, di quello che abbiamo voluto diventare. Ma il mondo di Gaber è quello che Gaber ci ha lasciato. Né più, né meno. Come se il tempo non fosse transitato. Perchè l’evoluzione degli anni non ci ha spronati, non ci ha modificati, non ci ha migliorati. E’ lo stesso mondo che Giorgio Gaber ci ha raccontato. Trent’anni fa. Vent’anni fa. E dieci anni fa. Ancora vigorosamente attuale, immutato. Con i suoi tic, le sue debolezze, i suoi opportunismi, le proprie convenienze, tutti i conformismi, le cattive abitudini. Il mondo di Gaber è sempre qui. Tra noi. E Raffaele Zanframundo, massafrese ormai navigato sui palcoscenici della finzione, ha voluto riproporlo. Davanti ad una platea, quella del Teatro Pubblico Pugliese, circuito per il quale ha assemblato “Mondo G”, spettacolo teatral-musicale presentato alla stampa a Crispiano e, successivamente, al pubblico dell'Ideal di Manduria. In attesa di esportare il progetto a Castellana, Massafra, Manfredonia, Cerignola, Andria, Molfetta e Sannicandro Garganico. Proposta fedele all’originale, chiariamo sùbito. Perché i monologhi e le canzoni del repertorio gaberiano sono esattamente quelli che abbiamo conosciuto, senza sofisticazioni o rimaneggiamenti. Ma soltanto estrapolati da contesti (e spettacoli) diversi e, quindi, assemblati in un nuovo percorso: ovviamente propedeutico all’omaggio (perché di omaggio a Gaber, dichiaratamente, si tratta) pensato da Zanframundo. Che, peraltro, si arroga soltanto il diritto di collegare testi e situazioni. Facendosi accompagnare dalla voce e dalla gestualità di Davide Berardi e da musicisti storicamente aperti alla progettualità e, talvolta, anche alla sperimentazione. Come Vittorio Gallo, sassofonista versatile e ispirato, Adolfo la Volpe – chitarrista di impronta moderna – e Vito Maria Laforgia, contrabbassista che ama l’improvvisazione e che cura la direzione musicale dello spettacolo.“Mondo G” entra sulle note di “Torpedo Blu” e si lascia scivolare tra concetti di solidarietà e appartenenza, tra ideologie e politica, tra valori e libertà, fobie e amore («una parola strana»), paure e ipocrisie, potere e corruzione: sondando la caratura dei rapporti, l’uomo tra la gente, la gente attorno all’uomo. Strisciando contro tutti gli egoismi. Toccando le angolazioni del mondo, che poi è il mondo di Gaber. E che è ancora il nostro mondo: anche se Gaber non è più tra noi. E anche se il tempo continua a incalzare. Mentre, alle spalle, sfila l’Italia che sopporta, l’Italia di chi non possiede nomi e cognomi facilmente spendibili. L’Italia raccontata ne “Il Conformista” o ne “La Democrazia”, oppure in “Destra e Sinistra” e “Se Io Sapessi”, in “Si Può” e “La Libertà”. «E’ vero – ammette Raffaele Zanframundo- : Giorgio Gaber è la radiografia del mondo attuale, che è poi la ragione che mi ha spinto a proporre questo spettacolo. Nel mio modo di essere uomo di teatro c’è dell’ironico e del decadente, del grottesco e del lirico: e, in quest’ambito, la sua figura ha rappresentato un versante della cultura europea che è quanto di più frizzante e vivo la scena teatrale italiana abbia prodotto negli ultimi anni. Lo spettacolo si concentra su un attore e un quartetto che agiscono su una scena scarnificata, in cui gli unici elementi visibili sono un tavolino e due sedie che ospitano vari personaggi». Tutti rigosamente credibili.

Raffaele Zanframundo (voce recitante) & il Quartetto G (Davide Berardi: voce; Vito Maria Laforgia: contrabbasso; Adolfo La Volpe: chitarra-looping; Vittorio Gallo: sassofono)
Crispiano (TA), Centro Polivalente

(pubblicato dal sito www.levignepiene.com)

martedì 4 dicembre 2007

L'emozione di un incontro

L’emozione di un incontro. L’incontro per un’emozione. L’incontro di due vecchi compagni di musica. La musica sempre nuova di un incontro che si perde nel tempo. Gino Paoli e Luís Bacalov. Due personalità e due storie. Il Teatro Orfeo di Taranto li accoglie e li riavvicina in un concerto che sostiene il cartellone e l’attività dell’Orchestra della Magna Grecia. Di cui il pianista argentino è, da tre anni, il direttore principale. “Eventi Musicali”, del resto, è una rassegna che si nutre di momenti speciali. Come un incontro particolare deve essere. «Ci siamo ritrovati sul palco, insieme, dopo un po’ di tempo». Bacalov viaggia sui ricordi personali. «Ci siamo conosciuti ed eravamo ancora giovani. Frequentavamo il gruppo di lavoro della RCA, io ero soprattutto un arrangiatore, allora. Ma poi ci siamo incrociati di nuovo, più volte. Questa, però, è la prima serata in assoluto in cui ci siamo divisi il palco. Anzi, in cui ho accompagnato Gino. Uno che, con il passare del tempo, migliora. Sì, adesso è ancora più bravo, adesso interpreta la musica anche meglio. Uno che non dimentica cos’è l’umiltà. E che non ha problemi a cantare spartiti altrui. E vi dico un’altra cosa: non c’è altro autore italiano che abbia scritto tante cose straordinarie». L’italiano fluente dell’argentino Luís divaga con garbo, planando su una fetta di storia del cantautorato di casa nostra. E Gino spiega al microfono, tra le note di sempre, la colonna sonora di un tragitto infinito, fiorito nei club degli anni sessanta, dietro quegli occhiali scuri e una voce ancora da plasmare, domare, accomodare. E, poi, finalmente affinata. Voce inconfondibile, impressa nella memoria collettiva. Il concerto è la scontata introspezione di un’epoca, di più epoche. Di un percorso (atteso: la gente è lì per quello) che congiunge i punti nodali di una vita condensata nella canzone. Ci sono i titoli più facili da ricordare (“La Gatta”, “Il Cielo in una Stanza”, “Senza Fine”, “Quattro Amici al Bar”, “Ti Lascio una Canzone”, “Sapore di Sale”, “Ma Come Si Fa”), ma anche le intense “Albergo a Ore” e “Coppi”, la tenchiana “Mi Sono Innamorato di Te” e poi, ancora, “Sassi”, “Averti Addosso” e persino un omaggio allo stesso Bacalov, che con Vinícius de Moraes, negli anni settanta, incise “O Velho e A Flor”, riproposta in un portoghese teneramente scolastico. Dunque, pochissime eccezioni a parte, il repertorio ampiamente previsto, macchiato di ricordi e solcato da incursioni strumentali che traducono motivi celebri utilizzati dal cinema: del maestro argentino, ma anche di Morricone. All’interno, va detto, di un live fluido. E non ingessato come l’ultimo proposto a queste latitudini (e che non ci piacque affatto) dall’autore genovese. Pochi anni addietro, a Saturo, c’era però la Vanoni. E, sicuramente, un’altra situazione. Dicevamo, piuttosto: il gusto dell’incontro. Sentite Paoli: «La qualità di un essere umano che vuole considerarsi vivo è l’umiltà. E umiltà è anche coltivare quegli incontri che arricchiscono. Purchè emerga la predisposizione ad imparare, ad apprendere. Chi ritiene di sapere non sa più niente. Qualsiasi incontro non può prescindere, però, neppure dal rispetto: per la musica, per le parole di una canzone, per le regole della musica. E ogni incontro permette di entrare in una nuova dimensione. Purchè ci si adatti alle contingenze». In questo caso, ad un ensemble orchestrale, che possiede tempi e rituali propri. «Io, quando canto, mi adatto a chi mi è vicino. Cambio interpretazione in base all’apporto offerto da chi suona al mio fianco». L’artista, cioè, non distribuisce solo musica, ma anche concetti integri, degni. Che valorizzano il personaggio, la carriera. Ad esempio: «Non scrivo canzoni per avere, ma per dare. E per formulare delle domande». Oppure: «La vita è un buffo gioco che ciascuno cerca di capire con le parole». Ancora: «La canzone è un’arte di seconda categoria, ma ha un vantaggio enorme: diventa di chi la canta. E un attrezzo: che chiunque può usare». Infine: «La poesia è una maniera di vivere, una strana signora che appare nei posti più impensati». La musica è passata, i messaggi rimangono. Raccogliamoli.

Gino Paoli (voce), Luís Bacalov (pianoforte e direzione) & l’Orchestra ICO della Magna Grecia di Taranto
Taranto, Teatro Orfeo
Eventi Musicali 2007/2008

(pubblicato dal sito www.levignepiene.com)

martedì 20 novembre 2007

Dischi - Come le Parole (Enzo Granella)

«E’ un disco un po’ pop, un po’ soul, un po’ rock. Cantautorale? Ma sì, se vogliamo è anche quello». Enzo Granella parla di «Come le Parole», il suo ultimo album, autoprodotto, assemblato e confezionato l’estate appena trascorsa e infine presentato anche al pubblico tarantino all’interno dello spazio vendite della Bottega Cochicho, caposaldo jonico del commercio equo e solidale. «Sono undici tracce – fa sapere l’autore – nate in maniera spontanea, che segnano una discontinuità con il passato. Diciamo che volevo svincolarmi da quel filone musicale che mi aveva sempre contraddistinto negli anni precedenti, che poi è quello etnico». Territorio, peraltro, a lungo navigato dal chitarrista tarantino, da tempo stabilitosi a Bari: prima con un ensemble che rievoca discrete nostalgie come i Maranjapoint e, successivamente, con i Radicanto, formazione che recentemente ha modificato il proprio percorso artistico e anche la propria line-up. Oppure, con i Kiltartan, un gruppo vicino alle sonorità celtiche.«Ho cercato di esprimermi liberamente, senza soffermarmi sulle esigenze del mercato discografico, dedicandomi specificatamente alla composizione dei testi: particolare, per me, sufficientemente nuovo, dal momento che, prima di adesso, mi ero limitato a delle stesure dialettali e, ovviamente, alla parte squisitamente musicale. Le sensazioni? Ritengo che “Come le Parole” si discosti nettamente dalle atmosfere etniche, basandosi su un vissuto personale e sulla leggerezza del messaggio. Malgrado mi sia sforzato di applicarmi su temi anche profondi. La matrice sonora, però, si avvicina al rock». Non quello duro, intendiamoci. Ma quello d’autore, appunto. Giusto per chiarire. Il chitarrista jonico propone argomenti di pubblica quotidianità: tra una nota e l’altra, condivisa con Alessandro Pipino (tastierista dei Radiodervish), il batterista ruvese Daniele Abbinante, il piano elettrico di Raffaele Stellacci e il flauto di Massimo La Zazzera, il disco parla dei sogni consumati in provincia, davanti al mare, di equivoci, immoralità, di libertà, di ideali e stati d’animo, ma anche dei discriminati e dei più deboli. Senze patine aggressive, senza parole eccessivamente ruvide o partorite per stupire o, peggio, per attirare l’attenzione. Quelle stesse parole che il corso di sociolinguistica dell’Università degli Studi di Bari ha preso in prestito per esaminarle: niente male, per chi è praticamente un esordiente, da questo punto di vista. Le parole che sono poi le fondamenta del brano che porta il titolo dell’intero album, impreziosito dalla presenza dei Diomira Invisible Ensemble (Vittorio Gallo al sassofono, Adolfo La Volpe alla chitarra elettrica, Pierpaolo Marino al basso e il già citato Daniele Abbinante).E, se il singolo “Pecore e Lupi” può essere definito una favola moderna, “Nazzica e Scazzica” è una canzone che incuriosisce particolarmente, anche per il suo lessico profondamente bimare (“Mi nazzico il bambino che c’ho dentro/ E s’addormenta/ Dorme e sogna / Cammina e rusce nel sonno/ Ma svela i segreti più nascosti/ Nel mio profondo/ Ma poi si sveglia e scazzica/ Non lo puoi più fermare nella danza/ E skama e zompa, gli scazzica la fame/ Di occhi, bocche e pane”). «Scriverla – continua Enzo Granella – è stato un divertimento, innanzi tutto. E solo i miei conterranei possono captare sino in fondo il senso di certe frasi». Attorno ad una voce matura, intanto, il tessuto sonoro resta di agile ascolto, mentre scorrono le parole. Come quelle di “Fuori”, l’ultima traccia: “Tu lo sai quanto dura un minuto/ Quanto a lungo so essere felice/ Tu lo sai quanto dura un minuto/ Cosa c’è nel mezzo, tra felicità e tormento”.

Come le Parole (autoprodotto, 2007)

(pubblicato dal sito www.levignepiene.com)

sabato 17 novembre 2007

Dischi - La Foule (Lisa Manosperti)

Ogni disco è un viaggio. Dentro la musica, dentro i suoi umori, i suoi colori. Dentro un progetto, all'interno di un tessuto di trame sonore. E il viaggio di ciascun artista è parellelo e convergente a quello di altri ancora: perché ognuno custodice angolazione, sensibilità, postura, tecnica e filosofia musicale proprie. «La Foule», l'ultimo disco firmato dalla voce di Lisa Manosperti per l'etichetta «Dodicilune», nel circuito commerciale da settembre, è anch'esso un viaggio. Ed è un viaggio ardito: con la sua filosofia e la sua postura, con la propria sensibilità. "Un voyage dans les lieux d'Edith Piaf", cioè un viaggio per i luoghi di Edith Piaf. Cioè di un'icona assoluta. Cioè, un percorso (periglioso, ammettiamolo) nelle maglie del passato, negli anfratti più suggestivi della musica d'autore francese, nell'opera acclamatissima di una personalità complessa e fascinosa che ha marchiato indelebilmente un'epoca. Undici tracce, alcune ampiamente conosciute (non poteva mancare "La Vie en Rose", ma ci sono anche "Les Feuilles Mortes", L'Accordéoniste", "Ne Me Quitte Pas" e "La Foule", che offre lo spunto per il titolo dell'intero album), undici interpetrazioni condivise con musicisti pugliesi (Davide Santorsola, Roberto Ottaviano, Felice Mezzina, Francesco Lomangino, Gaetano Partipilo e Nicola Pisani): è la Piaf di Lisa, è un tributo di buon gusto, ma anche gravido di personalità propria. Spieghiamo: la Manosperti non è la Piaf e, sicuramente, non ha la presunzione di esserlo. Eppure, riesce a creare ugualmente tanta atmosfera, senza autocondannarsi - per questo - a rincorrere il mito e quell'alone di maledettismo storicamente impregnato nel percorso musicale (e nella vita privata) dell'artista parigina. Eppure, il disco viaggia speditamente sui binari di una lucidità che scolpisce tutti i brani, ponderatamente arrangiati (da Santorsola e dalla stessa vocalist) e fortemente spruzzati di jazz, un jazz sempre presente e pregnante.L'interpretazione di Lisa piace perché appassionata. Più appassionata che aggressiva. E più avvolgente che tagliente. Ovvero, più melodica che frenetica. Più tenera, che tesa. Il viaggio è strutturato e il lavoro musicale che lo sorregge è evidente. E l'omaggio è privo di ovvietà, di decisioni scontate, di passaggi prevedibili: la perizia dei protagonisti del disco, ci pare, si pesa proprio qui. Perché il pericolo di impantanarsi, in una sequenza di cover (particolarmente prestigiose, oltre tutto), è sempre grande. Chi naviga i sentieri musicali lo sa. E chi non lo sa troverà facile immaginarlo. Ascoltando "La Foule", quella folla che - racconta Lisa nelle note di copertina - è un momento di solitudine. Cioè un'immagine, un'emozione, una condizione. La solitudine di una voce che s'insinua tra gli strumenti e il loro suono. E il suono è netto, solido.

La Foule - Voyage dans les Lieux d'Edith Piaf (Dodicilune, 2007)
Lisa Manosperti (voce), Davide Santorsola (pianoforte), Roberto Ottaviano (sax soprano), Francesco Lomangino (sax tenore e flauto), Felice Mezzina (sax tenore), Gaetano Partipilo (sax alto) & Nicola Pisani (sax baritono)

(pubblicato dal sito www.levignepiene.com)

lunedì 12 novembre 2007

Fiorella Tropicale

Il Brasile incanta. Ma fa anche tendenza, da qualche anno. Praticarlo, cioè, è una moda assai comoda, spontanea: dopo decenni di isolamento culturale. E mediatico. Non che adesso la gente, soprattutto in Italia, possieda un quadro chiaro sul Paese, la sua filosofia e la sua musica: anzi, le facili convinzioni che circondavano (e, spesso, stritolavano) quella terra al di là dell’Oceano si agitano ancora. Sminute, forse, dalla crescente informazione che caratterizza questi tempi difficili: ma ancora ben radicate, ben presenti. Il Brasile, ora, monta persino gli indici dell’audience. E, contemporaneamente e involontariamente, continua a provocare danni: pensate a quanta mediocrità musicale si avvicini alle sue sponde, pensando di confezionare un prodotto interessante. Impalcando, appunto, le proprie convinzioni sui luoghi comuni e sulla superficialità. Distruggendo la sua lingua e il suo bagaglio di fragranze, umori, sapori. Il Brasile chiama e attira. Non solo i mediocri, però. Del resto, si è lasciata attirare dal suo sinuoso richiamo, già in un passato transitato con la semplice pubblicità di nicchia e con il supporto delle traduzioni di Ivano Fossati, anche una signora della canzone italiana di qualità come Fiorella Mannoia. Che, da professionista attenta e da artista sensibile, ha raccolto la proposta, dignificandola però di attenzione e, soprattutto, di rispetto. E avvicinatasi ad un universo così composito con deferenza e umiltà. L’umiltà degli intelligenti: che, poi, sono i migliori. La Mannoia, ma ormai lo sanno in tanti, da gennaio gira per l’Italia diffondendo le note di “Onda Tropicale”, disco (da cui nasce il tour) che rilegge, riarrangia e – ovviamente – traduce in italiano alcuni classici e meno classici della musica popolare brasiliana. Esperienza nata da una passione assorbita progressivamente e da una forte attrazione, che l’interprete romana giudica particolarmente positiva: sotto il profilo umano (ha duettato, in sala di registrazione e anche dal vivo, con Chico Buarque de Hollanda, Lenine, Milton Nascimento, Chico César, Gilberto Gil, Caetano Veloso, Adriana Calcanhotto, Carlinhos Brown) e sotto l’angolazione professionale: tanto da consigliarne una seconda tappa, ovvero un secondo album di canzoni tratte dal repertorio della MPB, già ben avviato e prossimo alla pubblicazione. Operazione duplice che completa e amplia il primo approdo verso certe sonorità: e non potremmo dimenticare la fortunatissima (e sfruttatissima, da parte di molti autori, anche jazzisti) versione di "O Que Será", di Chico Buarque, sviluppata negli anni novanta. “Onda Tropicale” è un lavoro che ha estremamente stimolato Fiorella. Portandola diverse volte anche in Puglia, ad intervalli più o meno regolari: ricorderemo le tappe invernali e primaverili (a memoria: Bari, Lecce, Brindisi), alle quali si aggiungono gli impegni di agosto (Cannole, Barletta e, appunto, Ostuni). E imprimendole un atteggiamento che ci è sembrato più diretto, più immediato, forse anche meno affettato del solito. Più informale e persino più sciolta: ecco la Mannoia filobrasiliana, in ossequio alla terra che ha voluto omaggiare e, soprattutto, alla fantasia e alla giovialità del popolo che la rappresenta. Informale anche dentro il paio di jeans che sostituiscono il tradizionale abito scuro. E, ovviamente, nei passi di danza, ammiccati con frequenza. All’interno di una scaletta che, per evidenti motivi, ha integrato il repertorio brasiliano (insufficiente a coprire le due ore e un quarto di spettacolo) con qualche successo del passato (“Quello Che le Donne Non Dicono”, “Il Tempo Non Torna Più”, “Il Cielo d’Irlanda”, “L’Amore Con l’Amore Si Paga”, “I Treni a Vapore”, “Non Sono un Cantautore”) e con tributi sparsi (a Paolo Conte, con «la freschissima e colorata» “Messico e Nuvole”; a Sergio Endrigo, con “Io Che Amo Solo Te”; a Iavano Fossati, con “Panama” e “Belle Speranze”; e a Capossela, con “Che Cos’è l’Amor”). Una scaletta, peraltro, ben strutturata e abile a collegare temi e situazioni, autori e contesti storici e culturali diversi. E così, partendo da “Cravo e Canela” del mineiro Milton Nascimento, uno dei compositori brasiliani più geniali, e da “13 di Maggio”, versione mutuata dal repertorio di Caetano Veloso (che, in sintesi, racconta dell’abolizione della schiavitù in Brasile, datata 1888), sembra quasi naturale passare allo spartito di “Caterina”, brano italianissimo che, racconta la Mannoia, parla di un tipo di schiavitù più subdola, celata dietro altre cause. La voce, poi, riattraversa l’atlantico per intonare “Senza Paura”, traduzione di Sergio Bardotti di un vecchio testo di Vinícius de Moraes (“Sem Medo”), già utilizzato negli anni ottanta da Ornella Vanoni: che – per inciso – non fa parte di “Onda Tropicale”. E, immediatamente, si torna in Italia: tra le altre, è accorata l’interpretazione della fossatiana “C’è Tempo”, brano relativamente recente («Quando l’ho ascoltato per la prima volta, sapevo già che l’avrei cantato», ammette lei stessa) e molto energica appare la personalizzazione di “Dio E’ Morto”, canzone griffata Guccini che «ha quarant’anni, ma è ancora attualissima». Gli arrangiamenti sono calibratissimi, mai banali. Il sèguito, cioè la band, è di comprovata affidabilità. E, allora, si può sbarcare ancora in Sudamerica, provando a esprimersi (correttamente) in portoghese, con “Mama Africa” di Chico César, la consumatissima “Mas Que Nada” di Jorge Ben e l’altrettanta inflazionata “Sina” di Djavan (fa niente: qualche scelta è scontata, ma lo spessore artistico della Mannoia azzera ogni dubbio). E, infine, ci piace sottolineare la delicata performance di “Canzoni e Momenti”, tratta dall’opera di Milton Nascimento, uno dei momenti più intensi dell’intero concerto, vagamente imballato alla partenza, ma decollato (e poi esploso) abbastanza presto. Perché condito da voce, buon senso, concetti dosati e alta professionalità. Che, ancora una volta, riconosciamo ad un’artista pregiata, sicura di sé, affascinante. Con gratitudine.

Fiorella Mannoia (voce), Julian Mazzariello (piano), Marco Brioschi (tromba e flicorno), Bruno Giordana (fisarmonica e sassofono), Diego Borotti (sassofono e flauti), Massimo Fumanti (chitarre), Dario Deidda (basso), Elio Rivagli (batteria), Carlo Di Francesco (percussioni), Emanuela Gramaglia (cori) & Cristina Montanari (cori)
Ostuni (BR), Nuovo Foro Boario

(pubblicato dal sito www.levignepiene.com)

domenica 11 novembre 2007

L'Otello tra le Gnostre

Va bene, ci sono le castagne. Calde, arrostite. E le noci. E poi le zuppe, gli involtini, il cinghiale e quanto una sagra - ben definita e molto ben divulgata - sa offrire. Novello compreso, ovviamente. Perché è quello che si festeggia a Noci, nel tradizionale appuntamento di «Bacco nelle Gnostre», tra vicoli e piazze del borgo antico. Va davvero tutto bene, ma serve anche il programma musicale di supporto. Ecco, allora, diverse location e differenti indirizzi sonori. E, tra le varie proposte, s'inserisce l'intervento di un amico antico, di un cantore fiero, di un ambasciatore di storie di ordinaria quotidianità meridionale: Otello Profazio da Rende, Calabria centrale, sud profondissimo, mastru cantaturi ancora fortemente motivato. E testimone di quella letteratura popolare che, a settantatre anni anni (ben trasportati), continua a ricercare nella provincia lontana e a proporre. Non rinunciando - è notizia fresca - a collaborazioni nuove, come quella appena saldata con un gruppo emergente di queste terre, la Banda Wagliò di Alberobello. Profazio - sia chiaro, però - è quello di sempre: dissacrante, ironico, sferzante, incisivo, tagliente. Governa il palco con l'autorevolezza dei saggi e la spavalderia dei più navigati. E intrattiene il pubblico verbosamente, tra gli accordi della chitarra e il retroterra che si spalanca dietro ogni canzone, ogni ballata. E' il Profazio paradossale di "Qua Si Campa d'Aria", singolo di un disco storico che ha venduto un milione di copie e forse anche di più, qualche tempo fa. Ed è il Profazio di "Filo di Seta", album recente di racconti piccanti, attinti qua e là, a costo di non poche fatiche e di richieste pressanti, direttamente alle fonti, scavalcando il pudore popolare delle donne di una volta. Ma attorno, è scontato, si agitano i canti del sud, di tutti i sud: della Puglia e della Lucania, dell'Abruzzo e della Calabria, delle Madonie e, perché no, dello spoletino, che proprio sud non è. Ma fa lo stesso. Dove il massimo comun divisore è la vita ardua, la terra amara, le piccole ricchezze: come l'asino (no, meglio: il ciuccio), più prezioso di una moglie o di un padre. La cui perdita è lutto vero, un lutto più stretto. Dove la cultura contadina è mito ed è realtà. E la realtà di oggi è quella di ieri. Basta ripercorrere brani datati, del primo dopoguerra: quando i più umili maledicevano le tasse e il governo. Ora il nemico possiede un nome più fine e si chiama pressione fiscale, eppure non è cambiato niente. Profazio è la passione e l'immediatezza di sempre. La busta di plastica che si trascina è un pozzo di dischi da passare in rassegna. C'è anche quello confezionato con le poesie di Ignazio Buttitta. Al suo fianco, due partner pugliesi: Davide Torrente al tamburello e Germano della Banda Wagliò alla fisarmonica. Il bicchiere (novello, sì) si svuota discreto. Proprio mentre transitano le ombre dei maestri del passato. Il concerto è soprattutto per loro, un tributo naturale. A chi ha edificato la storia della canzone popolare italiana, a chi ha attraversato il Paese tramandandone spicchi di tradizione, a chi ha contribuito a disegnare un'epoca. A chi non c'è più. «Rosa Balestreri è morta. Maria Carta è morta. Matteo Salvatore, il più grande, è morto. E io non mi sento tanto bene».

Otello Profazio (voce e chitarra), Davide Torrente (tamburello) & Germano della Banda Wagliò (fisarmonica)
Noci (BA), Piazza Garibaldi
Bacco nelle Gnostre 2007

(pubblicato dal sito www.levignepiene.com)

sabato 10 novembre 2007

Dischi - Two in One (Larry Franco)

Fedele alla linea, alla sua passione di crooner, al suo jazz quasi dimenticato – diciamo anche stagionato, non è un’infamia -, così fortemente anni cinquanta. E anche qualcosa in meno. Con il suo bagaglio di compostezza, che sa di garbo e di tempi distanti. Fedele alla strada tracciata, che non ha mai abbandonato. E che, ne siamo certi, non tradirà mai. Perché quel jazz datato, quelle note di Natalino Otto o Gorni Kramer, quel jazz italiano del dopoguerra, quegli standard made in Usa e quelle trame dixie sono il suo mondo, la sua palestra, il suo modo di sentire (e fare) musica. Eseguita puntualmente in patria (è tra i musicisti di casa nostra che produce più live, dentro e fuori la Puglia) e anche oltre i confini nazionali (Cuba, Romania, Marocco, Australia, Dubai: e dimentichiamo qualche altra mèta più o meno recente).Larry Franco è un pianista e una voce che ha ritagliato, negli anni, un proprio spazio. Coltivandolo attentamente, anche con spirito manageriale: curando i contatti, promuovendo capillarmente i propri progetti: e, quindi, sponsorizzando se stesso e il gruppo che lo segue assiduamente (il contrabbassista Ilario de Marinis, il batterista Enzo Lanzo, il sassofonista Michele Carrabba, il banjoista Renzo Bagorda). Incidendo, anche. Anzi, facendolo spesso. E sì, perché Lorenzo Franco detto Larry, tarantino di Fragagnano, corre spesso in sala di incisione. Persino più di una volta all’anno. E l’ha fatto anche ultimamente. L’ennesimo disco a suo nome, peraltro, è appena stato confezionato (viene distribuito proprio in questi giorni), si chiama «Two in One» e vanta l’etichetta Philology Jazz. Le dodici tracce posseggono una particolarità: possono essere considerate ventiquattro. E questo perché ogni passaggio mistura e sviluppa due spartiti diversi, che Franco interpreta con la sola voce, senza dedicarsi allo strumento. Voce accompagnata, sempre e soltanto, dal piano. Di alcuni amici, ma – soprattutto – artisti di solida militanza e riconosciuta classe: come Dado Moroni (presente in “These Foolish Thing” e “Portrait of Jenny” e in “You’d Be So Nice to Come Home to” e “In Cerca di Te”), Franco D’Andrea (in “East of the Sun and West of the Moon” e “Merci Beaucop” e in “Wild Waves” e “Do You Know What it Means to Miss New Orleans”), Nico Morelli (in “Sweet Georgia Brown” e “Non Sparate sul Pianista” e in “”My One and Only Love” e “le Tue Mani”), Renato Sellani (in “Donna” e My Foolish Heart” e in “Goodbay” e “Arrivederci”), Antonello Vannucchi (in “I’m Confessin I Love You” e “In un Vecchio Palco della Scala” e in “In a Sentimental Mood” e “Colpevole”), Eddy Olivieri, musicista tarantino stabilitosi a Los Angeles (“But Not for Me” e “Resta cu ‘Mme”) e, infine, Giorgio Cuscito (“Oh Lady Be Good” e “Marilù”). Ricapitolando, sette duetti, per cinquantasette minuti e mezzo di piano elegy, come lo stesso Larry Franco marchia l’intero lavoro, registrato tra la fine del 2005 e l’inizio del 2006 tra i due Mari e Roma, Bari e Milano e, infine, missato al Ciao Studio di Taranto. Dove, tra una tounée e la direzione artistica di alcune rassegne pugliesi, il crooner ama trovare nuove soluzioni discografiche. Fedeli alla linea, ci mancherebbe.

Two in One (Philology Jazz, 2007)
Larry Franco (voce), con Dado Moroni (pianoforte), Franco D’Andrea (pianoforte), Nico Morelli (pianoforte), Renato Sellani (pianoforte), Antonello Vannucchi (pianoforte), Edy Oliveri (pianoforte), Giorgio Cuscito (pianoforte)

(pubblicato dal sito www.levignepiene.com)

sabato 27 ottobre 2007

Se la pizzica incontra il jazz

Pizzica e jazz. Insieme. Fuse e servite in una soluzione unica. Che non vuol dire situazione ibrida. Né congestionata dall’esigenza di mescolare, di apparire e di rincorrere il mito della modernità che tanto piace ai discografici e al mercato. Quel mercato che si accartoccia su qualsiasi novità. Pizzica e jazz, non separati. Ma ciascuno con la propria funzionalità, con la propria personalità, con le proprie caratteristiche. Liberi di esprimersi, interagendo. Piazzate sul tappeto sonoro parallelamente, eppure abilitate a convergere. Sentimenti popolari e note ricercate, gli uni affianco alle altre. Sfidando gli istinti della logica. Evidentemente, si può. E il risultato è molto migliore di quanto si possa sospettare o prevedere. Lo dimostra «Un[folk]ettable», il disco (ormai sufficientemente datato, ancorchè ancora giovane) e, quindi, il progetto che Nico Morelli e il suo gruppo (quello italo-francese, con il quale il pianista tarantino viaggia da qualche tempo) hanno recentemente promosso oltralpe con la prospettiva di promuoverlo degnamente anche in Italia. Un’dea che, almeno per il momento, ha attirato la curiosità di «Antiphonae Jazz 2007», contenitore pronto a suggellare la rinnovata partnership con il Comune di Locorotondo. E, va detto, anche la curiosità popolare: del resto, il live del quintetto, aprendo ufficialmente il nono cartellone della rassegna, ha richiamato nella raccolta location dell’Auditorium Comunale un numero corposo di amici personali e di appassionati. Molti dei quali sono rimasti in strada, per sopraggiunto sold-out. Ad ascoltare, defilati. «Un[folk]ettable» rievoca foneticamente un antico successo di Nat King Cole, ma il prodotto è figlio legittimo di questi tempi, dove è pratica comune scavalcare il già ascoltato. Ma è anche la somma dell’incrocio tra un musicista pugliese (Morelli, appunto), un contrabbassista francese di origini croate (Stephane Kerecki), un batterista dal nome italiano e dall’animo e dall’accento fortemente francese che arriva dalla world music (Bruno Ziarelli), un polistrumentista della Normandia innamorato delle sonorità meridionali della terra di Dante (Mathias Duplessy) e una voce calabrese emigrata da anni lunghissimi a Parigi (Tonino Cavallo). Pensate, cioè, ad una commistione di queste proporzioni e immaginate il resto. Cioè una formazione effervescente, decisamente informale (qualche sprazzo di cabaret musicale regala simpatia e ammorbidisce i toni) e abile a incrociare due ambiti musicali (la pizzica e il jazz, dicevamo) distinti e distanti da sempre. Eppure, integralmente shekerati, in giusta dose: quanto basta per non complicare il cammino di nessuno. «Io sono pugliese – rivela Nico Morelli – e da sempre compongo jazz. Ad un certo punto, però, mi sono chiesto: “Perché suono jazz?”. E, allora, ho pensato che mescolare la musica popolare della mia terra e le sonorità jazzistiche fosse una buona intuizione. Certo, avevo necessità di un cantore popolare che conoscesse il repertorio: e, a Parigi, dove risiedo e opero, non è facile trovarlo. Ce n’è uno, però. Ed è l’unico: Tonino Cavallo, che ho prontamente coinvolto in questo progetto. La cui base musicale è quella tradizionale, riarrangiata (finemente, ndr) da me». E, aggiungiamo noi, puntualmente portata sui binari di un jazz limpido. Con naturalezza. Perché, attorno al cuore del tema, che attinge dichiaratamente alla pizzica, alla tarantella o a i motivi più classici dell’universo popolare (anche di area campana, per capirci), s’installano forti e chiari gli assoli e le divagazioni di preciso stampo jazzistico. Che mai rinunciano a un tessuto elegante, sia detto. E neppure ai ritmi serrati e alla licenza di improvvisare, che rendono la performance semple fluida e agile, capace di rimanere in piedi, da sola. Per due ore, senza trascinarsi. Tra titoli familiari (“Menamenamò”, “Contropizzica”, “Cantilena”, “Pizzica Strana” e “Antidoto alla Tarantola”) e un omaggio a Thelonius Monk, unico tributo alla galassia degli standard. Tra un rammarico profondo (la stampa francese, spiega Morelli, non ha decodificato e, dunque, apprezzato il lavoro discografico) e una consolazione: che la gente, la gente di Puglia, sembra aver ben accolto «Un[folk]ettable», un disco fabbricato in Francia pensando ai terragni orizzonti di questo fazzoletto di mondo. Ancora ispirato, ancora affascinante.

Nico Morelli Quintet (Nico Morelli: pianoforte e tamburello; Tonino Cavallo: voce, tamburelli e organetto; Mathias Duplessy: voce, chitarra, tamburelli e berimbau; Stephane Kerecki: contrabbasso; Bruno Ziarelli: batteria)
Locorotondo (BA), Auditorium Comunale
Antiphonae Jazz 2007

(pubblicato dal sito www.levignepiene.com)

domenica 21 ottobre 2007

Dischi - Seven (Massimo Carrieri)

Massimo Carrieri è martinese, ha trentatre anni e qualcosa da dire. E da dare. Con la musica. Con composizioni corpose. Di quelle che lasciano trasparire il lavoro che esiste alla base, nelle fondamenta. E' un autore giovane, ma sufficientemente navigato. Eppure, sgambettato dalla scarsa visibilità: sin qui. Perché assorbito da studi lunghi (di arrangiamento e orchestrazione, con Luís Bacalov), in Italia e anche all'estero (al Berkler College of Music di Boston, per esempio). Perché il ritorno alle origini (la Puglia, appunto) è un avvenimento ancora abbastanza giovane. Perché il pianismo contemporaneo è una zona ancora di frontiera: non è musica classica e non è neppure jazz o altro: e, allora, gli spazi per esprimersi si affievoliscono. Perché la materia è complessa: e poi possiede già i suoi miti, quei nomi e cognomi rampanti che un po' tutti conoscono e cominciano ad amare. E che, magari, prima o poi, apriranno la strada a chi è arrivato dopo, cronologicamente parlando. Massimo Carrieri è un compositore discretamente eclettico. Dentro la sua musica sgomitano impegno e intuizioni. Ma la sua carta d'identità è tuttora sconosciuta ad un pubblico più vasto. Anche a queste latitudini: che, alla fine, sono anche le sue. Malgrado abbia scritto pure per Antonella Ruggero. E nonostante si siano avvicinati alla sua fonte Nico Morelli o Massimiliano Pitocco, uno dei principi del bandoneón in Italia. Perché, forse, mancava un disco a suo nome, chissà. E la pubblicità è il motore del commercio: anche in campo musicale. Quel disco, però, ad ottobre dell'anno duemilasette è infine arrivato. E regolarmente presentato nel decentrato, ma accoglientissimo (e raffinato) Caffè Letterario Altrove di Crispiano: uno di quei posti di un tempo che escono dall'album dei ricordi o da quello delle nostalgie. Le nostalgie di un luogo che non si è mai creduto potesse esistere davvero, in questa Puglia di contraddzioni infinite. Dove la differenza è dentro l'atmosfera, nei soffitti affrescati o sul pavimento di quelle case di una volta. E parentesi chiusa. Il disco è "Seven", cioè "Sette", praticamente autoprodotto, partorito e gestito con calma e con cura, nel tempo. "Sette", perché sette sono le tracce - tutte ben strutturate - che lo assemblano. «Sette anche perché - confida l'autore - quello è il numero che mi accompagna da sempre in tutte le date importanti. E anche perché il lavoro è stato ultimato nel 2007: proprio quando, alla settima composizione, mi sono accorto di dover confezionare il prodotto. Di più: sette tracce con sette quadri distinti e, quindi, sette significati differenti». Album intimista e, sicuramente, anche molto intimo, "Seven" affonda le radici nella classica contemporanea e nasconde una storia suggestiva: «Esatto: è stato interamente registrato all'interno dell'Istituto di Meditazione e Preghiera "Le Sorgenti", tra Lecce e Novoli. Per scelta, la mia. Un giorno ci passai davanti e mi affascinò l'archiettura da castello medievale. Poi, è passato del tempo. Successivamente, a spartiti completati, volevo evitare la freddezza di uno studio di registrazione e la routine dei tecnici. Mi ricordai di quel luogo: ci sono rimasto cinque giorni, da solo. C'ero io e la strumentazione appositamente trasportata sin lì per autoregistrarmi: bastava premere un pulsante e suonare». Massimo Carrieri esegue quello che scrive, senza abbandonarsi all'improvvisazione. Che non fa parte, almeno per adesso, dei suoi progetti. Proprio perché il progetto è scrivere. «E, in effetti, scrivo da tempo. Sono arrivato alla registrazione tardi. Ma gran parte dei brani sono stati ideati nel periodo in cui studiavo e vivevo lontano da Martina, dove sono tornato due anni fa. "Romance", per esempio, è una composizione del 2000. Solo "Alba a Leuca" è abbastanza recente». E neppure il jazz rientra ancora nel progetto. «Anche se - continua - l'interesse con il jazz bianco, peraltro scoccato non più tardi due anni addietro, abbia contribuito a formarmi. Quelle note, non lo nego, mi attirano: ma non sono un jazzista. Scrivere jazz è un'altra cosa, occorrono altre logiche per farlo». E, scavando, neppure il mercato discografico è una priorità: «Assolutamente. "Seven" non nasce con pretese commerciali, ma per il desiderio di comunicare». Chapeau, maestro Carrieri. Il disco merita il successo. Se non altro, per le parole spese. Quelle che non tutti osano spendere. Perché il mercato pretende personaggi, prima di tutto. Abili ad autopromuoversi, soprattutto. Perché, oggi, apparire è sempre più conveniente di essere. E la regola non scritta recluta regolarmente soldati sempre più numerosi. Ma noi, in fondo, siamo inguaribili romantici: e attendiamo ancora fiduciosi il momento in cui l'apparenza mostrerà l'inganno.

Seven (autoprodotto, 2007)
Massimo Carrieri (pianoforte)

(pubblicato dal sito www.levignepiene.com)

domenica 14 ottobre 2007

Dischi - L'Immagine di Te (Radiodervish)

Ipotizziamo: il progetto-Radiodervish, sin dagli inizi, s’impregna di originalità, per niente scalfita dalle frequenti operazioni di avvicinamento altrui. La rincorsa a certe sonorità, cioè, esiste e resiste, assalendo da diverse direzioni: ma l’originalità, quando si scopre e appare, non sfugge ed emerge. Per questo, la gente avrà captato il messaggio, dilatatosi nel tempo. Accettandolo e incoraggiandolo. Quel messaggio che nasconde tra le note una sua limpidezza, un istinto diretto e profondo. E la versalità vocale di Nabil Ben Salameh, leader di una formazione ormai fortemente (e affettivamente) radicata nel territorio, quello di Puglia, ma facilmente esportata: e non da oggi. Una formazione che, di questi tempi, può essere considerata di culto: affermazione difficile, ma suffragata dai fatti. E non alberga il timore di ritrovarsi smentiti. E poi, ancora: la band galleggia sicura su indubbie qualità musicali, sapientemente shekerate tra gli arrangiamenti puliti e ricercati di Michele Lobaccaro e le composizioni solide, disposte ad affrontare il peso degli anni e gli attentati subdoli della memoria. Tra atmosfere mediorientali e la world music di impronta europea. Infine: certa musica è musica di questi tempi e occorre pure tenerne conto. La moda, cioè, trascina anche gli spartiti e si fa cavalcare. Le cause, forse, spiegano gli effetti. Ma, se non lo fanno, cambia poco. La verità è che ogni apparizione dal vivo dei Radiodervish crea attesa. Ovvero, affluenza: recentemente confermata a Conversano, in un live all’aperto con le controindicaziooni della tramontana e la concorrenza ingombrante del calcio in tv (la Nazionale giocava e vinceva). Non è poco. E ogni novità discografica del gruppo appulo-palestinese diventa un evento: come la presentazione ufficiale de «L’Immagine di Te», album di nove tracce griffato Radiofandango, avvenuta nell’affollatissima (e, per questo, angusta) ma preziosissima sede barese della Feltrinelli. Prima nazionale ovviamente: in attesa di pubblicizzare il prodotto (in commercio dal 19 ottobre) nel resto del territorio italiano: sfruttando, appunto, la catena dei punti Feltrinelli. Il lavoro segue il binario del successo evidente degli ultimi tre dischi realizzati dai Radiodervish (“Centro del Mundo” del 2002, “In Search of Simurgh” del 2004 e “Amara Terra Mia” del 2006), ma non lo rincorre. Non completamente, almeno. E non solo per il singolo che presta il nome all’intero album: una canzone, diciamo così, saldamente agganciata ai vagoni del pop. Partorita con un gusto meno esotico, forse a beneficio di un pubblico ancora più ampio. Che, riteniamo, sia uno degli obiettivi precipui della produzione, affidata a Pino Pinaxa Pischetola (responsabile del missaggio e della programmazione dei suoni) e, soprattutto, a Franco Battiato. La cui presenza, da questo punto di vista, è assolutamente itinerante, nonché vincolante. Lavoro basato su brani inediti, di amore e di vita, che sa continuare ad attingere dalle tonalità arabeggianti, ma che concede numerosi ammiccamenti alla musica largamente distribuita negli anni ottanta e anche alla disco music del decennio precedente. «Battiato, per noi, ha sempre costituito un punto di riferimento – svela Nabil -. Oggi, è anche qualcosa di più». Guida spirituale, ambasciatore nobile di un progetto che vuole ampliarsi, ramificarsi, complice di un sogno che vuole durare nel tempo. A dieci anni dalla costituzione del gruppo, che adesso può contare – dopo qualche apparizione fugace del passato – anche sul violino di Anila Bodini, che numericamente ha rimpiazzato il violoncello di Giovanna Buccarella, compagna di viaggio degli ultimi tempi. C’è sempre, invece, Alessandro Pipino, tastierista (e fisarmonicista) storico dei Radiodervish, che è anche il coautore musicale di tutti i brani (“L’Immagine di Te”, “Tutto Quello Che Ho”, “Babel”, “Se Vinci Tu”, “Milioni di Promesse”, “Yara”, “Avatar”, “Sama Beirut” e “Stella Briciola di Campo”). E c’è, alla batteria, anche Antonio Marra, il quinto uomo di una formazione che, se non cambia indirizzo, comincia a perseguire pure altre direzioni musicali. Evitando, se non altro, di ripetersi e di adagiarsi sulle fortune già conosciute. Affrontando, semmai, un altro problema: le reazioni dei più affezionati, abituati ad un certo cliché, fresco e raffinato. Reazioni che conosceremo presto. Consapevoli che il concetto di qualità è salvaguardato anche dall’ultimo disco. Da cui si può ripartire: avvicinandosi con fiducia.

L'immagine di Te (Radiofandango, 2007)
Radiodervish (Nabil Ben Salameh: voce e chitarra acustica; Michele Lobaccaro: basso e chitarra acusstica; Alessandro Pipino: tastiere; Anila Bodini: violino; Antonio Marra: batteria)


(pubblicato dal sito www.levignepiene.com)

venerdì 12 ottobre 2007

Coraggiosa Ondina

Napoletana vera, spontanea, estroversa. Fuori dal palcoscenico, Ondina Sannino è vivace, frizzantina. E, davanti al microfono, sa essere anche intrigante. Senza aggrapparsi alla prestanza della voce. No, non possiede voce potente, Ondina. Ma la sua voce sa avvolgere il brano, accompagnarlo: e sa modellarsi su di esso. Non ci sono forzature, ma molte sfumature. Forse, la sua musica non folgora e non rapisce immediatamente. Ma va pedinata e scoperta con calma, ascoltandola. E poi la voce porta in dote lo scat, quella vocalizzazione di sillabe senza senso compiuto che è uno dei suoi marchi distintivi. Che fa tanto jazz, quello di cinquant'anni fa. E che fa tanta atmosfera, senza però apparire anacronistico: perché reinventato sulla base di sonorità attualissime, come le sole percussioni di accompagnamento. E, comunque, perché sistemato in un tessuto sonoro adattato ai tempi. Malgrado il live presentato a Locorotondo dalla Sannino (anzi, dal suo settetto) abbia duplicato le note di Wayne Shorter e, dunque, una fetta del suo mondo musicale, galleggiato tra gli anni sessanta e quelli settanta del novecento.E sì: la seconda proposta di "Antiphonae Jazz 2007" è un omaggio (a Shorter, appunto) senza divagazioni, espressamente confezionato - già tre anni addietro - da un disco che, adesso, Ondina Sannino e il pianista Riccardo Di Stasi hanno avuto il piacere di presentare al pubblico di questa porzione di Puglia. Un disco generato, almeno in parte, con nomi diversi (in sala di registrazione c'erano Fabrizio Bosso alla tromba, Stefano Calcagno al trombone e Giuseppe La Pusata alla batteria; dal vivo si esibiscono Marco Sannini, Lello Carotenuto e Gaetano Fasano), che non si limita a trasportare gli spartiti e a rischiare gli arrangiamenti (firmati Di Stasi). Andando, invece, oltre. Perché il progetto è proprio questo: «Abbiamo selezionato una certa quantità di composizioni - ammette la Sannino - e formato il gruppo. Poi, mi sono preoccupata di scrivere dei testi che si inserissero nel contesto e che, dunque, sono un arricchimento postumo. E' stata una sfida. Difficile». Una sfida, esatto. Vinta con un pizzico di fascino (della Sannino: un fascino informale, non imbalsamato), con una sezione di fiati tosta (i già citati Lello Carotenuto e Marco Sannini e Giulio Martino), una batteria robusta (Fasano si fa sentire e, sonoramente, incide), un contrabbassista di indubbie e accertate qualità (Aldo Vigorito) e il coordinamento di un entuasiasta (e divertito) Di Stasi. Tutti centrifugati in un concerto dai tratti spesso marcati ma, a volte, delicati, che non rinuncia a dispensare immagini e colori. Immagini e colori disposti a sottolineare l'originalità della scrittura di Shorter. «Quell'originalità che mi ha conquistato», sussurra Ondina, di rosso vestita, napoletana di Castellammare che arriva dalla musica popolare, coltivata in tempi ormai lontani, vivace e sopantenea, estroversa e frizzantina, informalmente affascinante. E, evidentemente, anche coraggiosa.

Ondina Sannino (voce), Riccardo Di Stasi (pianoforte e trastiere), Marco Sannini (tromba), Giulio Martino (sax tenore e sax soprano), Lello Carotenuto (trombone), Aldo Vigorito (contrabbasso) & Gaetano Fasano (batteria e percussioni) in "Homage to Wayne Shorter"
Locorotondo (BA), Auditorium Comunale
Antiphonae Jazz 2007

(pubblicato dal sito www.levignepiene.com)

giovedì 11 ottobre 2007

Il Mediterraneo di Savina

Il Mediterraneo si apre. Sempre di più. Alle relazioni interetniche, all’interscambio artistico. Il processo di confronto e condivisione (di ideali: musicali e, quindi, culturali) procede sicuro, s’intensifica. Ne hanno parlato e ne parlano diffusamente, ne parliamo anche noi: da tempo. La novità non esiste. Registriamo, piuttosto, il fiorire di iniziative che tendono a consolidare i rapporti tra genti di estrazione e provenienza diversi: oggi assolutamente necessari e conseguenziali, a fronte dei mutamenti sociali del ventesimo e, soprattutto, del ventunesimo secolo. Il Mediterraneo si apre e, perciò, si restringe. Nel senso che le distanze si abbattono e che quel mare un po’ chiuso e bollente non è più frontiera, ma campo aperto. Malgrado certe occlusioni mentali resistano forte, un po’ ovunque. E nonostante lo scenario politico non produca troppi argomenti per rallegrarsi. Il Mediterraneo può essere attraversato anche nello spazio di qualche canzone, da una riva all’altra. Incrociando le rotte dei fenici e gli istinti migratori dei giorni nostri. Accompagnando l’esigenza di plasmare peculiarità differenti, abitudini diverse e religioni oppostre. Del resto, la canzone (tradizionale oppure no: fa lo stesso) e, più in generale, la musica hanno insegnato e insegnano a riunire. Obiettivo che anima anche la produzione di Savina Yannatou, greca minuta dalla voce duttile e marcata. Una di quelle voci abili a dispensare atmosfere senza tempo, a scavare in profondità, a strappare dalla terra – da tutte le terre – le nostalgie ancestrali, il dolore quotidiano, la bellezza dei momenti più semplici. Che, poi, sono i fotogrammi di una storia, di una storia comune. La storia di tutti noi: musulmani, cristiani, ebrei, atei e maroniti, conservatori e progressisti. Il fascino mediterraneo e l’eleganza spontanea di Savina Yannatou è riapparso sui palcoscenici di Puglia. Per l’occasione, su quello del Teatro Kismet OperA di Bari, che ha ospitato la terza puntata di “Soul Makossa”, la (ormai rituale) rassegna approntata dal dinamico Centro Interculturale Abusuan di Bari, un contenitore attento all’importanza e alla complessità del vocabolo “contaminazione” e del concetto di interscambio. Il live dell’artista ateniese, oltre tutto, costituiva uno dei cardini del cartellone dell’ottava edizione, interamente dedicata alla figura femminile. Scelta, peraltro, dettata da una particolarità del duemilasette, anno europeo per le pari opportunità e l’uguaglianza tra uomini e donne, direttamente promosso dal Parlamento di Strasburgo. E, allora, in un’ora e mezza ben strutturata, partendo proprio dalla Grecia, Savina e la “Primavera en Salonico”, formazione che la accompagna (contrabbasso, fisarmonica, violino, percussioni, chitarra, bouzouki e fiati) hanno immediatamente sconfinato nel repertorio dei canti del sud dell’Italia (dalla Sicilia alla Sardegna), dell’Armenia, delle terre arabo-andaluse, della Galizia, delle genti israelite e della Palestina (con una canzone tradizionalemnte eseguita nel corso delle ricorrenze di nozze). Non dimenticando la delicatezza terragna e quella leggerezza penetrante che attualizza il passato, riproposto con giochi vocali ricorrenti, ma non ingombranti. E regalando momenti di musica autentica, agile. Buona a sostenere l’idea di Mediterraneo su cui insistere e applicarsi ancora: anche se ne parlano tutti. Anche se le rotte che lo solcano possono rivelarsi eccessivamente sfruttate, prigioniere di una moda o, peggio ancora, di un’assuefazione. Nemici subdoli dai quali diffidare. Vigilando con cura.

Savina Yannatou (voce) & Primavera in Salonico
Bari, Teatro Kismet OperA
Soul Makossa 2007

(pubblicato dal sito www.levignepiene.com)