sabato 25 novembre 2006
L'Argentina vista da Córdoba
Córdoba Reunión (Javier Girotto: sassofono; Gerardo Di Giusto: pianoforte; Carlos Bruschini: basso e contrabbasso; Minino Garay: batteria e percussioni)
Locorotondo (BA), Auditorium Comunale
Antiphonae 2006
(pubblicato sul sito www.levignepiene.com)
venerdì 10 novembre 2006
Intrecci suggestivi
Antiphonae 2006, atto secondo. Con due protagonisti già stabilmente accreditati sulla scena nazionale. E una trama niente affatto convenzionale. Perché inusuale (e suggestivo) è l’intreccio tra un pianoforte e un bandoneón. Lì, nel mezzo del palco, quello dell’Auditorium Comunale di Locorotondo: strumenti di stuzzicante convivenza, oltre tutto senza ulteriore accompagnamento. Evidentemente, però, l’esperimento può azzardarsi. E riuscire. Arricchendo la lista dei significati della rassegna, partita ad ottobre con il live dei Talea e ormai all’ottava edizione. Il piano è tra le mani di Rita Marcotulli, versatile quarantasettenne romana, jazzista della seconda ora (l’approccio con la musica è legato, piuttosto, alle sonorità sudamericane), ma assolutamente stimata. E non solo in Italia o in Svezia, dove ha vissuto e sperimentato. La cura del bandoneón, invece, è affidata a Daniele Di Bonaventura, marchigiano di Fermo, compositore di estrazione classica, eppure affascinato e contagiato dalle atmosfere di molti angoli di mondo (Argentina, innanzi tutto) e da progetti differenti tra loro (qualcuno, forse, ricorderà la collaborazione con Francesco Guccini nell’album «Ritratti», del 2004). L’alchimia partorisce un risultato arioso, cioè un concerto di facile assorbimento, che svicola senza intoppi, che si sparge senza frizioni, confezionato con leggerezza. Malgrado il prodotto custodisca una certa impronta classica, lasciando qualche metro di distanza dall’interpretazione jazzistica. E dove, comunque, la Marcotulli e Di Bonaventura provano a mescolare stili e preferenze, cercando soluzioni nuove. E senza oscurarsi (e togliersi spazi) a vicenda, ma compensandosi. Il repertorio è ispirato a musiche popolari raccolte un po’ ovunque. Canto alla Terra diventa così l’occasione buona per divagare tra la geografia e la musica, con eleganza, forma e sostanza. Ovvero un percorso sonoro che oltrevalica le terre conosciute, raggiungendo luoghi in cui le radici musicali riemergono con vigore. Affidandosi a brani originali (come “Just Feel”, tratto da «Koiné», del 2002, già eseguito dall’israeliana Noa, che – anzi - l’ha dirottato su un proprio album) e successi altrui, riarrangiati e riadattati. Tutti frutti di un progetto recente, proposto a Locorotondo per la seconda volta assoluta (il debutto è avvenuto ad aprile, a Pedaso, nelle Marche), come Rita Marcotulli sottolinea, lasciando trasparire un alone di orgoglio. Ma anche di un progetto fresco e impegnato, sentito: che va a collocarsi in fondo alla lista delle diverse esperienze della pianista, molto spesso rapita dai richiami del cinema o della letteratura o della poesia. E sempre pronta a ispezionare nuovi sentieri: come dimostra la prossima data pugliese, quella del 15 dicembre, quando al Teatro Paisiello di Lecce dividerà il palcoscenico di Jazle 2006 con il sassofonista britannico Andy Sheppard. Assieme al quale, detto per inciso, sta per pubblicare un nuovo lavoro, diretta conseguenza di un’intesa musicale datata già un paio d’anni.
Rita Marcotulli (pianoforte) & Daniele Di Bonaventura (bandoneón)
Locorotondo (BA), Auditorium Comunale
Antiphonae 2006
(pubblicato dal sito www.levignepiene.com)
martedì 7 novembre 2006
Talento e buon gusto
Il talento al servizio del buon gusto. E il buon gusto al servizio del talento. E, ancora, la felicità di esprimersi con raffinatezza, sobrietà. Ma anche pienezza, intensità. E brio, quando serve. L’offerta (la prima, generosa offerta: più avanti è previsto un ulteriore appuntamento) della Camerata Musicale Barese ai cultori del jazz di qualità di casa nostra si chiama Dave Douglas, americano del New Jersey prolifico – oltre venti lavori originali dal 1991 ad oggi – e navigato. Che, al Nuovo Palazzo di Bari (per la sessantacinquesima stagione concertistica) si presenta con l’interessantissimo Donny Mc Caslin al sassofono, James Genus al contrabbasso, Clarenc Penn alla batteria e – addirittura – Uri Caine al rhodes (sì, avete letto bene: al rhodes e non al pianoforte, su specifica richiesta dell’artista). Il quintetto si dota, cioè, di un’impronta moderna che, però, nulla sottrae all’altissima densità delle esecuzioni e al calore del prodotto finito. E questo va detto sùbito, per inciso: per dribblare qualsiasi possibilità di equivoco. Malgrado – e anche questo va sottolineato – il rhodes non renda giustizia piena alla classe e alla personalità di Uri Caine. Diventando, di fatto, un passaporto insostibuibile per la tromba di Douglas e per il sassofono di Mc Caslin: che si assicurano così, dall’inizio alla fine, il fulcro delle attenzioni, gravitando a proprio piacimento tra note e improvvisazioni. E riempiendo il palco, anche da sole. Senza dimenticare, tuttavia, di offrire lo spazio vitale agli altri strumenti, utilissimi ad aprire la strada, a modellare gli assist migliori. Attorno al repertorio (impegnato, ma godibile; anzi, godibilissimo) emergono un’esibizione confezionata con accuratezza e non poche virtù. Che sono poi la leva capace di azionare l’intera serata, accompagnandola per mano. E colpisce anche la quantità di combinazione di accordi, che lascia trattenere il fiato e consumare velocemente i due set (complessivamente, un’ora e mezza di musica sempre carica di significati). Comunque, Dave Douglas, consacratosi sulla scena newyorchese, non rinuncia per neppure un minuto a fortificare la propria etichetta di innovatore, guadagnata in trentott’anni (ne ha quarantatre, a cinque comincia a studiare pianoforte, a sette si avvicina al trombone; solo più tardi si dedica alla tromba) vissuti con la musica, per la musica. Un altro buon motivo, questo, che ha evidentemente spinto la Camerata Musicale Barese a sottoporlo ai propri abbonati e a quanti hanno voluto esserci (e chi non c’era, ha perso parecchio). Camerata che, a marzo, nel gran mare degli eventi dedicati alla classica e alla danza, ha previsto un secondo momento jazzistico con il live di John Abercrombie, chitarrista che presenterà il suo ultimo progetto. Con lui, il violino di Mark Feldman, il contrabbasso di Marc Johnson e la batteria di Joey Baron. Niente male, davvero.
Dave Douglas Quartet (Dave Douglas: tromba; Donny Mc Caslin: sassofono; James Genus: contrabbasso; Clarenc Penn: batteria) & Uri Caine (rhodes)
Bari, Cinema Nuovo Palazzo
65ma Stagione Concertistica della Camerata Musicale Barese
(pubblicato dal sito www.levignepiene.com)
domenica 29 ottobre 2006
L'opera prima di Tenneriello
Leo Tenneriello (voce), Marco Nuzzo (voce), Marcello Ingrosso (tastiera), Egidio Maggio (chitarre), Tonino Semeraro (sassofono, fisarmonica e tamburello)
Novoli (LE), Saletta della Cultura “Gregorio Vetrugno”
Tele e Ragnatele 2006
(pubblicato dal sito www.levignepiene.com)
sabato 28 ottobre 2006
Tra i Balcani e il jazz
La seconda vita di Antiphonae abita a Locorotondo, nella raccolta – ed evidentemente più accogliente – cornice dell’Auditorium comunale. E sì, perché il punto della questione (o della discordia) era la casa. E i suoi affittuari. Il fatto è più o meno universalmente conosciuto: la rassegna jazzistica più longeva e interessante della provincia di Taranto si trasferisce. Anzi, emigra. Da Martina Franca, per sette edizioni sede tradizionale di un cartellone talvolta persino importante. Emigra: trascinando attriti, disguidi, incomprensioni e qualche spicciolo di polemica. Leggera, ma anche risentita. Consumando, di fatto, quella che era sembrata una minaccia. E che, invece, adesso è diventata realtà. Dunque: c’è un nuovo direttivo, quello dell’Associazione Antiphonae, creatice della kermesse, edificato sulle macerie del precedente, scioltosi polemicamente lo scorso inverno: se Martina non ci segue e l’Amministrazione Comunale non ci ama – dissero i protagonisti - abbassiamo la saracinesca. C’è un nuovo presidente (Caterina Mutinati invece di Pasquale Mega) e c’è una nuova piazza (oltre provincia, appena sei chilometri più in là, dove si sono concentrate più attenzioni e qualche aiuto economico e logistico, particolarmente gradito). E c’è, ovviamente, anche un nuovo programma: più limitato (la recessione, del resto, non si cancella facilmente, neppure cambiando indirizzo), eppure dignitosissimo. E, complessivamente, godibile: malgrado qualche nome - Javier Girotto, ad esempio - già visto e ascoltato la scorsa stagione (cambia, però, il progetto) e nonostante il massiccio impiego (ma chi ha detto che possa rappresentare un problema?) di musicisti pugliesi. Ai quali, peraltro, in passato la rassegna non ha mai fatto mancare il sostegno, cioè la visibilità e il cachet. E, allora, la prima pietra miliare dell’esilio di Antiphonae, ancora saldamente martinese nelle sue radici e nella composizione del direttivo, si chiama Talea. Il gruppo, ultimamente riemerso sui palcoscenici dopo il debutto (positivo) di qualche anno addietro e un periodo contraddistinto da una minore frequenza concertistica, apre un cammino che, di qui a dicembre, sarà percorso anche da Rita Marcotulli, Daniele Di Bonaventura, i Córdoba Reunión, il già citato Javier Girotto, Raffaele Casarano & Locomotive, il Vertere String Quartet e l’Antonio Dambrosio Ensemble. Primo appuntamento dai larghi orizzonti, verrebbe da dire. Perché l’idea che sorregge la formazione (incrociare le sonorità dell’area balcanica alle esperienze jazzistiche di casa nostra) è buona, anche se ormai sfruttatissima, a tutte le latitudini. Un’idea che, però, si appoggia anche sulla consapevolezza di aver intrapreso il sentiero prima di altri, in tempi maturi, ma non eccessivamente sospetti. Riassumendo, le espresssioni vocali dense dell’albanese Meli Hajderaj e l’esperienza consumata dello slavo Hadnan Hozic (compagno di viaggio, per intenderci, di Cesare Dell’Anna in una formazione di culto come Opa Cupa) incrociano i sassofoni di Gaetano Partipilo (la provenienza è Cassano Murge, Puglia, Italia), il contrabbasso di Giorgio Vendola (barese, vicinissimo all’area di influenza di Mirko Signorile), la tromba del cistranese Giorgio Distante, il sax contralto di Alessandro Nocco, la batteria del cilentano Vincenzo Bardaro e le percussioni di Mario Grassi. Tutti, orfani, per l’occasione, del capobanda, Admir Shkurtaj, fisarmonicista albanese perfettamente integrato nel panorama musicale di queste contrade e bloccato da un problema di salute. Assenza, questa, che toglie qualcosa al prodotto finito, ma che tuttavia non lo svilisce: elemento utile, però, a dimostrare la solidità del gruppo, malgrado gli imprevisti. Una solidità che, peraltro, non impedisce a nessuno di crearsi spazi corposi di creatività e di ritagliarsi applausi privati. Assoli (frequenti) a parte, il repertorio e le atmosfere sono profondamente balcaniche. Le incursioni e qualche interpretazione, invece, più specificamente jazzistiche. La commistione, di fatto, riesce a scaldare la gente e a infrangere le incertezze dei mesi passati a cercare soluzioni diverse e a inseguire nuove strategie. Perché, come sottolinea nella brochure di presentazione della manifestazione Caterina Mutinati, presidente dell’Associazione "Antiphonae", «nessuna edizione è stata più sofferta di questa. Solo un paio di mesi fa nessuno avrebbe più scommesso su di noi. Il risultato è qui, in questa rassegna che non doveva più esistere e che invece esiste ancora, ostinatamente e a dispetto delle crescenti difficoltà e del placido disinteresse che la cultura, a volte, incontra presso certe istituzioni». Traducendo, esserci è già una vittoria.
Talea Modern Balcan Project (Meli Hajderaj: voce; Hadnan Hozic: voce e chitarra acustica; Gaetano Partipilo: sax soprano e sax contralto; Alessandro Nocco: sax contralto; Giorgio Distante: tromba; Giorgio Vendola: contrabbasso; Vincenzo Bardaro: batteria; Mario Grassi: percussioni )
Locorotondo (BA), Auditorium Comunale
Antiphonae Jazz 2006
(pubblicato dal sito www.levignepiene.com)
domenica 22 ottobre 2006
Alta produttività
Guido Di Leone Quartet (Guido Di Leone: chitarra; Barend Middelhoff: sassofono; Pietro Ciancaglini: contrabbasso; Alessandro Minetto: batteria)
Capurso (BA), Sala Botticelli dell’Hotel ‘90
Questions & Notes
(pubblicato dal sito www.levignepiene.com)
lunedì 9 ottobre 2006
Anima popolare
La musica popolare non si crea e non si inventa, né si reinventa. Piuttosto, si interpreta. O, di questi tempi, si contamina. E si evolve (o si involve: fate voi). Semmai, si può inventare una nuova formazione: non per stupire, ma per divertirsi. E, magari, per divertire. O, più semplicemente, per intrattenere, con un po’ di gusto. Senza effetti speciali. Senza artifici. E senza stravolgimenti musicali. Mimmo Gori, tarantino con la passione del tamburello e dell’organetto, accarezzava da tempo un’idea. Da quando, probabilmente, aveva abbandonato il “progetto Demotika Orchestar”, una band niente male nata sull’asse jonico-salentino sulla scia della tradizione. Un progetto disgregatosi, però, nel tempo: diciamo pure der diversità di vedute affiorate all’interno del gruppo. Dove diversità di vedute significa dover rispondere ad uno specifico quesito: perseguire la via maestra oppure concedersi all’innovazione? L’idea di Mimmo Gori, alla fine, si è materializzata e solidificata. Per chiamarsi Terminal Jonio, ensemble che ha cominciato a bussare sulle piazze e nei locali della provincia di Taranto, porzione di Puglia che sta lentamente (o, rispetto al profondo Salento, molto meno velocemente) cercando di riappropriarsi di una parte delle proprie peculiarità culturali. E che, a Mottola, all’interno del Dreams Bar (sede non ufficiale in cui il concerto, organizzato per omaggiare il Parco delle Gravine e inizialmente previsto in piazzetta La Rotonda, è stato spostato a causa delle cattive condizioni atmosferiche), ha riproposto brani conosciuti e anche (generalmente) meno ascoltati, tutti ben rifiniti e ovviamente attinti dall’immenso bagaglio della tradizione meridionale. Passando dalla pizzica alla tammurriata, dalla tarantella alle note importate dal Gargano o dalle Murge, puntando alla conservazione di certe atmosfere, di certe sonorità. Affidate, peraltro, anche alle doti del polistrumentista barese Gianni Gelao, alla voce profonda e popolare e alla chitarra di Peppe Zerruso, alla voce e al tamburello di Pietro Balsamo e al violino di Claudio Merico, affianco ai quali si agita la danza di Simona Tempesta. «Vogliamo solo contribuire a tutelare questo patrimonio musicale, nient’altro. Rifuggendo dalle tentazioni del nuovo che avanza. Non aspettatevi niente di più: il Terminal Jonio Ensemble è un’occasione per stare assieme, per suonare assieme. E per riscoprire qualche strumento ormai dimenticato, perché no. Come la cornamusa o la zampogna. E ci stiamo adoperando per acquisire qualche canto ormai disperso, direttamente dalla voce degli anziani delle Murge. Come vedete, niente di nuovo. Ma è questo che ci piace. E non è detto che rinunceremo a qualche brano originale, anzi» Se è per questo, il progetto del gruppo è più ampio: e prevede, tra l’altro, una collaborazione stretta e imminente con gruppi di ottimo spessore quali quello di Nando Citarella & i Tamburi del Vesuvio, Canto Discanto e Spakka-Neapolis 55, oltre alla Banda di Montemesola. Che, assicura Mimmo Gori , «dispone di musicisti interessanti e, soprattutto, versatili, con i quali sarà possibile impostare un discorso artisticamente intrigante». E, chissà, assicurarsi anche un respiro musicale più vasto e nutrito. Senza doversi necessariamente avventurare per sentieri più o meno oscuri.
Terminal Jonio Ensemble (Peppe Zerruso: voce e chitarra; Pietro Balsamo: voce e tamburello); Mimmo Gori: organetto e tamburello; Claudio Merico: violino; Simona Tempesta: danza)
Mottola (TA), Dreams Bar
(pubblicato dal sito www.levignepiene.com)
venerdì 29 settembre 2006
Ritmi senza confini
L’Orchestra di Piazza Vittorio diretta da Mario Tronco
Bari, Fiera del Levante
Mediterre 2006
(pubblicato dal sito www.levignepiene.com)
venerdì 22 settembre 2006
Il nastro è riavvolto
Ivano Fossati (voce, chitarra e pianoforte), Mirko Guerrini (sassofono, fisarmonica, pianoforte e tastiera), Pietro Cantarelli (pianoforte e tastiera), Fabrizio Barale (chitarre), Riccardo Galardini (chitarre), Daniele Mencarelli (basso e basso elettrico), Claudio Fossati (batteria), Marco Fadda (percussioni)
Lecce, Chiostro del Palazzo dei Celestini
(pubblicato dal sito www.levignepiene.com)
sabato 12 agosto 2006
La parola prima della musica
Claudio Lolli (voce e chitarra) & Paolo Capodacqua (chitarra)
Carovigno (BR), Castello Dentice di Frasso
Interferenze Sonore 2006
(pubblicato dal sito www.levignepiene.com)
domenica 16 luglio 2006
Dulce, ritardo perdonato
Per la prima volta in Puglia. E con tre mesi di ritardo: ampiamente perdonati. Dulce Pontes è il fado di oggi. Che è, poi, il fado di sempre. Poco riveduto e poco corretto: per fortuna, aggiungiamo. Perché il sentimento portoghese rispetta e risparmia ancora la tradizione. Alla quale il lusitano concetto di saudade è saldamente e indissolubilmente legato. Dulce Pontes ha chiuso la sessantaquattresima stagione concertistica dell’Associazione Amici della Musica “Arcangelo Speranza”, protrattasi in estate proprio per garantire il live di maggior richiamo, inizialmente previsto per aprile e successivamente posticipato tra i pini del teatro all’aperto allestito all’interno di Villa Peripato. Dulce Pontes, però, è soprattutto la voce ufficiale del Portogallo più vero, erede diretta di Amália Rodrigues. Ed è una voce piena, pregnante, drammatica. Con la quale, probabilmente, da Trás-os-Montes all’Algarve, di questi tempi può competere solo quella di teresa Salgado, leader consacrata dei Madredeus, formazione che si è ormai abituata a guardare al futuro. Dulce Pontes, invece, no. Perché racconta un Portogallo antico, forse ancestrale. Con sentimento ed emozioni violente. Il suo è ancora il fado del cavaquinho e della chitarra portoghese: attraverso il quale sfilano immaginariamente i miradouros di Lisbona, l’anima di Alfama e di Socorro, il Tago onnipresente, l’idendità di un Paese che si sta freneticamente allineando su ritmi sconosciuti, appena quindici anni addietro. Senza concedere tributi alle contaminazioni, alla modernità galoppante. E senza dimenticare di bagnarsi nelle note di uno dei canti tradizionali più famosi, “Andorinha”, che chiude il concerto al secondo bis. Ecco, il concerto: sobrio, elegante. Intenso. Che il pubblico (strano, ma vero, a queste latitudini) insegue con attenzione, in silenzio quasi devoto. Dettagli di non trascurabile spessore, dei quali si cominciava ad avvertire l’esigenza. Dulce modula la voce e si presenta al pianoforte. Più tardi, si alza e lascia la totale responsabilità musicale ad Amadeu Magalhães (cavaquinho, chitarra acustica, braguesa, flauti e corno), Felipe Lucas (chitarra portoghese); José Soares (chitarra acustica), Paulo Feitera (chitarra acustica), Lopes Da Graça (oboe), Daniele Zaccaria (violoncello) e Beto Betuk (percussioni). Regalando, soprattutto, la fragranza del suo Portogallo.
Dulce Pontes (voce e pianoforte), Amadeu Magalhães (cavaquinho, chitarra acustica, braguesa, flauti e corno), Felipe Lucas (chitarra portoghese); José Soares (chitarra acustica), Paulo Feitera (chitarra acustica), Lopes Da Graça (oboe), Daniele Zaccaria (violoncello) e Beto Betuk (percussioni)
Taranto, Teatro all’aperto di Villa Peripato
64ma Stagione Concertistica dell'Associazione Amici della Musica "Arcangelo Speranza”
(pubblicato dal sito www.levignepiene.com)
sabato 15 luglio 2006
Emozioni da palcoscenico
Radiodervish (Nabil Ben Salameh: voce e chitarre; Michele Lobaccaro: basso e chitarre; Alessandro Pipino: piano e tastiere; Giovanna Buccarella: violoncello)
Torre Egnazia di Fasano (BR), Area degli Scavi Archeologici
Egnazia Estate 06
(pubblicato sul sito www.levignepiene.com)
venerdì 14 luglio 2006
La signora scalza
Cesária Evora
Lecce, Piazza Duomo
Salento Negroamaro Festival
(pubblicato dal sito www.levignepiene.com)
mercoledì 12 luglio 2006
La prima volta del Trio de Janeiro
Trio de Janeiro (Paola Arnesano: voce, surdo e congas; Guido Di Leone: chitarra; Enzo Falco: percussioni)
Taranto, Motonave Cala Junco
Jazz nei 2 Mari
(pubblicato dal sito www.levignepiene.com)
venerdì 19 maggio 2006
Dischi - L'Ultimo Bivio (Martino De Cesare)
L’idea è raffinata, farcita di atmosfere, ben curata. E il suo ideatore è ormai pienamente inserito nel panorama musicale di qualità. Martino De Cesare da Crispiano, già da un po’ strettissimo collaboratore di Eugenio Bennato, ha presentato anche in Puglia (più precisamente, al Teatro Verdi di Martina) il suo ultimo lavoro, L’Ultimo Bivio… Tra Sogno e Realtà, un disco edito da Rai Trade e Mad Management che segue il percorso dell'omonimo libro (di Rosaura Di Giuseppe) che lo accompagna.
Il cd e il libro nascono da una visione onirica dello stesso Martino De Cesare: un sogno viene trascritto di botto su un foglio il mattino dopo e riposto poi in un cassetto per quasi vent’anni. Più tardi, quel sogno diviene soggetto per il libro e anche sceneggiatura per la realizzazione di un film. Il protagonista del romanzo è Dave, musicista per passione, accattone per mestiere, un ragazzo che inizia la sua carriera nella Taverna di Elektra, ma che si vede costretto a mendicare ancora per poter sopravvivere. La storia, pubblicata da Lupo Editore, parla di un uomo riservato, schietto e sincero, un personaggio misterioso che vive l’avventura della sua vita tra avversità, sventure, dolori, fughe, bisogno d’amore e grandi e piccole fortune. Il racconto scorre leggero e veloce, come una pellicola, in cui le verità di un sogno possono essere delle comode maschere che proteggono dall’assenza e dal bisogno d’amore. Il disco, invece, è composto da dieci tracce in cui canzoni, suoni e melodie, spesso registrate in acustico, fondono le sonorità della chitarra tradizionale con il riff folk e il nu-jazz.. Un lavoro per il quale, racconta Martino De Cesare, «è indispensabile lasciarsi cullare dalle immagini, dalle atmosfere e abbandonarsi al tempo di una melodia», consapevoli del fatto che «la vita diventa più leggera con un po’ di fantasia». Al fianco di Martino De Cesare si sviluppa l’apporto del già citato Eugenio Bennato (è la voce de "La Canzone di Iuzzella", scritta dallo stesso autore partenopeo), di Pietra Montecorvino (voce nella traccia "Jac") e di Edoardo Bennato (autore di "Se Non Ci Fosse Lei"), ma anche quello di Tonio Rugolo (chitarrista di estrazione classica) e Daniele Brenca (al basso). Senza dimenticare la funzione armonica sviscerata durante il live di maggio dal Quartetto d’Archi Flegreo (tre violini e un violoncello). Concerto nel quale, inoltre, si sono alternati diversi interventi di Ivan Raganato, dove l’attore ha proposto alcuni adattamenti teatrali tratti dal romanzo.
L'Ultimo Bivio - Tra Sogno e Realtà (Rai Trade, 2006)
Martino De Cesare
(pubblicato dal mensile "Pigreco")
domenica 14 maggio 2006
Dischi - Le quattro linee di Fo(u)r
L’idea è quella di promuovere qualsiasi tipo di lavoro che possa suscitare interesse, senza limitazioni dettate dal prestigio del nome del musicista che vuole promuoversi con un cd. «Ma, soprattutto – continua Guido Di Leone – la Fo(u)r vuole seguire il prodotto dopo la sua realizzazione in studio. Curandone particolarmente la distribuzione e la pubblicizzazione. Non siamo sognatori, ma possiediamo buone intenzioni. Perciò, abbiamo già intavolato un discorso concreto con la Feltrinelli e con altri soggetti che hanno mostrato di gradire l’iniziativa».
La Fo(u)r prevede quattro binari musicali. Il primo è riservato al classic jazz, il secondo al contemporary jazz, il terzo a quelle sonorità che dal jazz si discostano, senza però rifiutarlo, e il quarto alla realizzazione dei promo. I primi due album usciti sotto la nuova etichetta sono già in commercio. Parliamo del debutto discografico di Nino Di Leone («Quel Che Non Si Fa Più», ventotto tracce in cui il pianista ripercorre musicalmente gli anni cinquanta e sessanta, passando da autori come Kramer, Buscaglione, Luttazzi, Batacchi e Cichellero) e di «All the Way», il disco griffato Francesca Leone, vocalist barese che ha dedicato il lavoro a Jimmy Van Heusen con il suo quartetto, composto dallo stesso Guido di Leone (chitarra, batteria e arrangiamenti), da Teo Ciavarella (al pianoforte) e da Aldo Vigorito (al contrabbasso). Il terzo prodotto, invece, è uscito in questi giorni: «Sì – conclude Guido Di Leone – e si chiama «Tribute Duez», per la linea contemporary jazz. Il sottoscritto è il protagonista al fianco di quattordici musicisti, tra i quali spiccano Franco Cerri, Dado Moroni, Gerry Smulian, Ira Coleman, Marco Tamburini e Paola Arnesano. Con ognuno dei quali, ovviamente, mi esibisco in duo. La collana, però, si allungherà molto presto. I primi riscontri sono positivi. Inoltre, sta per essere pubblicato, sempre sotto l’etichetta Fo(u)r, il libro di tecnica trombettistica curato da Mino Lacirignola. Significa che non abbiamo tralasciato neppure questa opportunità».
(pubblicato dal mensile "Pigreco")
martedì 2 maggio 2006
Dischi - Legend (Raffaele Casarano & Locomotive)
Per la cronaca, «Legend» – prodotto e distribuito dalla leccese Dodicilune, etichetta specializzata in ambito jazzistico e affidata alle cure di Gabriele Rampino, che è poi l’organizzatore máximo di una delle più interessanti rassegne musicali pugliesi, Jazle – è stato battezzato a marzo in un live tenuto a Casarano e, il 30 aprile, riproposto dal vivo alla platea tarantina, all’interno della programmazione del Ramblas Musiclub. Senza Fresu e senza orchestra, ovviamente, ma con lo spirito che ha spinto Raffaele Casarano e Locomotiva (è il nome della band, che nasce per caso, in treno) a progettare un lavoro dall’impronta frizzante ed elegante, sobria. Dove esiste un forte sapore di jazz colto, ma dove non mancano gli spazi per ogni singolo musicista (bellissimi gli assoli dei fiati). Un disco, tra l’altro, ripercorso con personalità e da scoltare con attenzione. Di notte, magari. E che, peraltro, ha saputo nutrirsi della collaborazione di Giuseppe Bassi (contrabbasso), Dario Congedo (batteria) e Alessandro Monteduro (percussioni), confidando sugli arrangiamenti di Simona Borgia e Fabrizio Piccinno e anche sul nome del brasiliano Chico Buarque de Hollanda, autore dell’unico pezzo non originale ("O Que Será").
Legend (Dodicilune, 2006)
Raffaele Casarano (sassofono) & Locomotive (Ettore Carucci: piano e fender rhodes; Marco Bardoscia: contrabbasso; Alessandro Napolitano: batteria). Guest Paolo Fresu (tromba) & l'Orchestra del Conservatorio "Tito Schipa" di Lecce
(pubblicato dal mensile "Pigreco")
sabato 25 marzo 2006
Il poeta e l'amore
Tra il jazz e la canzone d’autore. Attingendo da questo e da quella, ma salvaguardando la propria concezione musicale. Innervandola di ironia, perché no. Daniele Dall’Omo è bolognese. Ed è un chitarrista al seguito di Paolo Conte, da diverso tempo: quindi perfettamente integrato nella sofisticata orchestra dell’esigentissimo chansonnière piemontese. Ma l’artista pretende anche uno spazio interamente suo: e, allora, Daniele Dall’Omo si trasforma in cantautore, sfornando un disco («Il Poeta e l’Amore»), realizzato con Davide Blandamura (basso elettrico e tastiere) e Marcello Benetti (batteria) e recentemente uscito sotto la protezione di Fonoprint. Un disco da far conoscere alla gente. Anche a quella di Puglia. Il tour è maturato in tre tappe, tutte consumate a marzo: prima a Casarano (Le Signorie), poi a Lecce (Prosit Café) e, infine, a Taranto (Ramblas Musiclub). Tappe, peraltro, condivise con un trio pugliese: Raffaele Casarano al sassofono, il giovanissimo Marco Bardoscia al contrabbasso e il tarantino Alessandro Napolitano alla batteria. «Come al solito – ammette Dall’Omo – nelle serate live ho ritenuto opportuno alternare i brani di mia produzione ad alcune cover (segnaliamo, fra tutte, “It’s Wonderful”, del già citato Paolo Conte e “Una Fetta di Limone” del duo Gaber-Jannacci, “Destra – Sinistra” di Gaber, “Mille Lire al Mese” di Gilberto Mazzi e “Guarda Che Luna di Fred Buscaglione”, ndr). Il disco, invece, contiene dieci tracce originali: e marzo era il momento giusto per pubblicizzare il mio ultimo lavoro, prima di essere nuovamente assorbito dalla tournée di Paolo Conte, che a giugno toccherà anche Bari». «Il Poeta e l’Amore» è un album versatile, orecchiabile, ma che sa concedere anche spazio ai testi: è il caso di “Fragil”i, ultima fascia del cd. Senza dimenticare l’aspetto puramente musicale. Perché, come scrive Dall’Omo, «la musica non ha confini, non ha colore, né vestito e parlka tutte le lingue del mondo. Non puoi vederla, né toccarla, è un’arte astratta, inafferrabile, che va dritto in fondo all’anima».
Daniele Dall’Omo Quartet (Daniele Dall’Omo: voce e chitarra; Raffaele Casarano: sassofono; Marco Bardoscia: contrabbasso; Alessandro Napolitano: batteria)
Lecce, Prosit Café
(pubblicato dal sito www.levignepiene.com)
domenica 12 febbraio 2006
Incroci di tendenza
Ci affidiamo alla memoria, senza vincoli cronologici: prima Dalla, poi Battiato, Minghi, Antonella Ruggiero, quindi Teresa De Sio. Anche da queste parti, persino ultimamente. I nomi della canzone (d’autore) italiana scelgono sempre più spesso - sembra questa la tendenza – a incrociarsi e misurarsi (e, magari, ad affinarsi, completarsi, divertirsi: fate voi) con le note e le sonorità più classiche o seriose di un’orchestra sinfonica. Elaborando un progetto fuori dagli schemi, eppure dentro la logica musicale. Cercando percorsi alternativi che valichino il confine del deja vu e del già sentito. Inseguendo, forse, qualcosa di nuovo che, di fatto, nuovo non è più, da un po’. Tributando, tuttavia, sensazioni (quasi sempre, immaginiamo) godibili: e, dunque, rispondendo ad un’implicita richiesta della gente, che di sensazioni vuole vivere. Almeno dentro un teatro, un auditorium, uno stadio o un palazzetto dello sport. Dove cioè, si produce spettacolo: musicale e non solo. Il fenomeno che avanza si chiama commistione. Anzi, diciamo pure ci piace chiamarlo così. E ci provano in tanti, ormai. Dicevamo di Dalla: ha inaugurato, anni addietro, il discorso e proprio questo mese, a Taranto, si esibirà al fianco dell’Orchestra della Magna Grecia diretta da Luís Bacalov. Lo stesso ensemble che, a febbraio, ha condiviso per cinque serate gli applausi con Teresa De Sio, decurtando – probabilmente- il potenziale sonoro degli abutuali compagni di viaggio della cantante cavese, la Folkorkestra, ma assicurando al pubblico un’impressione finale di appagamento. Alla lista, poi, si è aggiunto anche Sergio Cammariere, autore che sa essere raffinato e intrigante, delicato e versatile. E ritrovatosi, ad inizio di marzo, sul palco dell’Auditorium della Guardia di Finanza del quartiere San Paolo, al fianco dell’Orchestra Sinfonica della Provincia di Bari diretta da Paolo Silvestri. Detto per inciso, il live, inserito nell’ambito della stagione concertistica dell’Orchestra stessa, ha convinto tantissimo: innanzi tutto per il suo confezionamento, semplice e diretto, cioè efficace, ma anche per la facilità di conversazione instauratasi tra l’attrazione principale (Cammariere, appunto) e l’esercito (quarantacinque elementi) dei musicisti di supporto, ai quali si sono aggiunti i fedelissimi del compositore calabrese (il sempre più interessante Fabrizio Bosso alla tromba, vero e proprio guest della serata, il navigato Luca Bulgarelli al contrabbasso e il batterista Amedeo Ariano, asciutto e, al contempo, vivace). Così come ha convinto lo stesso Cammariere, più sciolto e comunicativo rispetto al passato e, soprattutto, più disposto a improvvisare. E, perche no, a diversificare la scaletta (costituita dai passaggi più belli dei suoi due lavori pubblicati, “Dalla Pace del Mare Lontano” e “Sul Sentiero”), tanto da interpretare un omaggio a Luigi Tenco e proporre una rivisitazione di “Caravan”, di Duke Ellington. Sia chiaro, però: diversificare non è assolutamente necessario. E’ necessario, piuttosto, un progetto che sappia offrire e offrirsi: operazione, per l’occasione, pienamente riuscita. Conseguenza logica, quando nessuno ruba lo spazio altrui. E, in un’epoca dove impera il concetto di commistione, assicurarsi il rispetto dei ruoli non è mai facile.
Sergio Cammariere (voce e pianoforte), Fabrizio Bosso (tromba e flicorno), Luca Bulgarelli (contrabbasso), Amedeo Ariano (batteria) & l’Orchestra Sinfonica della Provincia di Bari diretta da Paolo Silvestri
Bari, Auditorium della Guardia di Finanza
Stagione Concertistica 2005/2006 dell’Orchestra Sinfonica della Provincia di Bari
(pubblicato dal sito www.levignepiene.com)
venerdì 13 gennaio 2006
Dischi - The Way I Like (Berardi Jazz Connection)
Il senso (delle cose, della musica: fate voi) che piace. «The Way I Like» è il cd appena confezionato da due musicisti fortemente tarantini e da tempo avvolti nella propria dimensione jazzistica. Il primo si chiama Ettore Carucci, pianista già prestatosi a diverse formazioni regionali e affezionato compagno di viaggi di Guido Di Leone, tanto per fare un nome. Il secondo è il batterista e percussionista Francesco Lomagistro, peraltro dedicatosi – in un passato niente affatto lontano – anche alla cura del blues live. Un cd, «The Way I Like», che peraltro si avvale di sinergie qualitativamente interessanti: nelle dieci tracce del disco, difatti, troviamo il lavoro dei contrbbassisti Giuseppe Bassi (da Bari) e Marco Bardoscia (da Lecce), della vocalist Paola Arnesano (presente nel brano "Estou Falando de Amor", da lei stessa composto), del sassofonista Vincenzo Presta, di Emanuele Coluccia (al sax tenore), di Andrea Sabatino (alla tromba), del già citato Guido Di Leone (sua la chitarra in "Over Leaf") e di Christian Lisi (al contrabbasso in Amorio). Dieci tracce, per la cronaca, racchiuse in un album registrato nello scorso mese di giugno per l’etichetta Antibemusic, e tutte arrangiate dalla Berardi Jazz Connection: dalla premiata ditta Carucci&Lomagistro, appunto.
Il lavoro, distribuito dalla romana Goody Music, si presenta anche bene (la copertina, realizzata nella penombra della metropolitana di Barcellona, è intrigante) e lascia trasparire l’esigenza di misturare le tonalità tradizionalmente più legate al jazz (è il caso di "Amorio", traccia numeo otto) con sonorità più calde, proprie del mondo latino (si spiega così la presenza di un brano dall’inequivocabile timbro brasiliano, quello di Paola Arnesano, di "Jive Samba" di Nat Adderley, di "Walking With My Sons" o di "Una Más", di K. Dorham). Anche "Offside", il pezzo che apre l’album, possiede un ritmo viace, fluido, persino frizzante (bello l’intervento dei fiati). "Mr. Rhodes", invece, è un omaggio personale di Ettore Carucci al Fender Rhodes largamente utilizzato in questa traccia e, più in generale, in tutto il cd (è ben presente anche in "Over Leaf"). Il tutto per un prodotto globale fresco e godibile. La musica, del resto, deve seguire il suo percorso. E il senso è quello giusto. Quello che piace.
The Way I Like (Antibemusic, 2006)
Berardi Jazz Connection (Ettore Carucci: piano e fender rhodes; Francesco Lomagistro: batteria, percussioni e vibrafono; Giuseppe Bassi: contrabbasso; Marco Bardoscia: contrabbasso; Christian Lisi: contrabbasso; Paola Arnesano: voce; Vincenzo Presta: sax tenore; Emanuele Coluccia: sax tenore; Andrea Sabatino: tromba; Guido Di Leone: chitarra)
(pubblicato dal mensile "Pigreco")
lunedì 3 ottobre 2005
Note intime
La musica di Gianluca Petrella sembra diventare più erudita. E il concerto presentato dal giovane trombonista barese e dal contrabbassista Furio Di Castri all’interno della chiesa rupestre di San Pietro Barisano a Matera (ad ottobre, per la rassegna «Gezziamoci» dell’Onyx Jazz Club) ha saputo riservare note pensate, intuiti intrisi di sperimentazione e momenti di buon jazz, sapientemente miscelati con la natura non propriamente jazzistica (non sempre, almeno) degli standard eseguiti (da “Light My Fire” dei Doors a “Brazil”, giusto per fare due esempi). Musica meno sparata, insomma. E propedeutica al concerto stesso, assolutamente acustico e tenutosi in un luogo particolare, peraltro di ridotte dimensioni, quasi intimo. Location, questa, che ha addirittura suggerito a Petrella e Di Castri di cambiare – quasi in corsa – abitudini: e sì, perchè l’elettronica (che i due musicisti hanno cominciato ad utilizzare stabilmente) è apparsa a quel punto superflua. Spazio, dunque, a note spesso sussurrate e al talento di ciascuno, senza accoppiamento tecnologico. Il tutto per una scaletta che ha regalato anche una puntata nel mondo di Ornette Coleman (“Congeniality”) e in quello di Monk (“Let’s Cool One”) e di Ellington (“The Blues”).Per la cronaca, il duo Petrella-Di Castri ha inaugurato il ciclo invernale di “Gezziamoci 2005”, che a novembre proporrà altre due situazioni (ci sono il trio di John Scofield e la The Bass Gang), mentre a dicembre porterà sul palcoscenico dell’Auditorium comunale di Piazza Sedile, sempre a Matera, il quintetto di Paolo Fresu, offrendo anche iniziative diverse (quali il live degli allievi e dei docenti del progetto «PerCorsi Sonori e la voce recitante di John De Leo in Belcanto, Pierino e il Lupo: favole per voci, strumenti musicali, anime fanciulle e gli Ottoni di Basilicata).
Gianluca Petrella (trombone) e Furio Di Castri (contrabbasso)
Matera, Chiesa di San Pietro Barisano
Gezziamoci 2005
(pubblicato dal sito www.levignepiene.com)
venerdì 12 agosto 2005
Dischi - Of Course! (Mimmo Campanale)
E sì: Campanale, da queste parti, si è misurato spesso, continuamente: con la grinta che non travalica mai la giusta misura. E affiancando diversi compagni di viaggio: da Mario Rosini a Guido Di Leone, passando per Mirko Signorile e per l’erudito cammino di Davide Santorsola. Senza smettere di coltivare l’idea di fabbricarsi un proprio spazio. E una propria produzione. Come quella in circolazione da meno di due mesi. «Mimmo Campanale, of course!» è un cd realizzato ad otto mani in cui il band leader si circonda della puntualità e della perizia di Maurizio Quintavalle (uno dei contrabbassisti storici di Puglia), Nico Stufano (chitarrista storico della Bari jazzistica che non rinuncia a sonorità più moderne, cioè più elettriche) e Nicola Andrioli (di lui, brindisino, ventitreenne, Pigreco ha già parlato bene: adesso vive per sei mesi all’anno a Parigi, dove sta affinando il suo indiscutibile talento).
E proprio di Nico Andrioli è "Si Kar Bi Si Barak Bi", brano vivace e fresco (dove emerge il contrabbasso di Quintavalle) che apre l’album, composto da altre sei fasce ("Andrea Be Quiet" è dello stesso Quintavalle; la più intima "Dear Karol" e la più mediterranea "Maki Papi!" portano la firma di Campanale; "Call 65 – 65" è una composizione di Nico Stufano; "Giants Steps" e "People" sono due cover, rispettivamente disegnate da John Coltrane e J. Styne). Il disco si rivela sùbito equilibrato nelle sonorità, rifinito, sobrio e, nel contempo, frizzante. E, soprattutto, assolutamente aperto alla libera interpetrazione di ciascun protagonista: interessante l’assolo di Campanale in "Giant Steps", quello di Stufano in "Call 65 – 65" e l’impronta di Andrioli in "Dear Karol". Il prodotto finale, detto per inciso, soddisfa ampiamente: perchè si fa ascoltare volentieri. Che è poi l’unica vera motivazione che dovrebbe animare il musicista in sala di incisione.
Of Course! (autoprodotto, 2005)
Mimmo Campanale Quartet (Mimmo Campanale: batteria; Nico Andrioli: pianoforte; Nico Stufano: chitarre; Maurizio Quintavalle: contrabbasso)
(pubblicato dal mensile "Pigreco")
venerdì 20 maggio 2005
Graffiando il silenzio
Guinga e Gabriele Mirabassi: una voce (fugace e vellutata, apparsa in un solo pezzo), una chitarra (puntuale, ricercata, talvolta accademica) e un clarinetto (quello dell’artista perugino, virtuoso e ispirato). Misturando tutto, ne esce un repertorio incisivo, raffinato, elegante. Di matrice colta, ma popolare quanto basta: dove emerge la cura del particolare, del dettaglio. E una robusta dose di ironia: all’interno di uno spettacolo niente affatto legato o ingessato. Né stantio: ma vivo, intenso. E denso. Dove fioriscono un interplay assoluto e una complicità collaudata. E un’amicizia consolidata. «Ogni sera Guinga rinnova un’emozione fortissima. E’ un bel personaggio», fa sapere Mirabassi alla gente. Che ascolta in silenzio. Un altro sucesso, di questi tempi sgarbati.
Guinga (voce e chitarra) & Gabriele Mirabassi (clarinetto)
Lecce, Teatro Paisiello
Jazle 2005
(pubblicato dal sito www.levignepiene.com)
sabato 19 marzo 2005
Dischi - My Love and I (Giuseppe Bassi)
Il personaggio è Giuseppe Bassi, contrabbassista che attraversa uno dei momenti più prolifici del proprio percorso artistico. E che, ultimamente, si distribuisce con altissima frequenza nelle location jazzistiche più attive della Puglia: accompagnando diverse situazioni e diventando parte integrante di progetti diversi, ovvero partoriti da soggetti differenti. Il disco, invece, è My Love and I, presentato a marzo al Uéffilo di Gioia del Colle e al Taylor’s di Bitritto: laddove, cioè, si stanno rincorrendo molte di quelle note che non devono passare inosservate: senza distinzioni di provenienza. Dove, anzi, si è installata l’abitudine (buona) di guardare molto in casa propria. Prima ancora che altrove.
Bassi, del resto, maturava da un po’ l’idea di regalarsi quello che oggi costituisce, di fatto, il terzo album confezionato a suo nome. Idea concretizzatasi in un cd in cui il ragazzo di Bari, trentaquattrenne magistrato mancato, non è solo esecutore di note, ma anche autore di spartiti. Come nel caso di "Big Eyes", o di "Sweet King Kong!", oppure di "Jazz in Love", o – ancora – di "Your Double Smile" (dedicata ad una ragazza etiope, adottata a distanza) e di "God Bless The Dog". Brani che si affiancano, per esempio, a "Love for Sale" di Cole Porter, "Never Let Me Go" (di Livingston ed Evans) e "Sugar" di Stanley Turrentine. All’esecuzione dei quali compartecipano Fabrizio Scarafile, sassofonista cistranese ormai maturo per gli appuntamenti di prestigio, il pianista brindisino Nicola Andrioli (seguitelo con attenzione, possiede talento e un’età giovanissima) e il più navigato batterista tranese Mimmo Campanale.
«Tutta gente pugliese, mi piace sottolinearlo. Come pugliesi sono il chitarrista Guido Di Leone, la vocalist Paola Arnesano e un altro pianista, il tarantino Ettore Carucci, che hanno voluto omaggiarmi del loro apporto in Portrait, Love for Sale e Blues in the Closet. L’unico straniero – continua Bassi - è il genovese Dado Moroni, che si esibisce al contrabbasso proprio in Blues in the Closet, offrendo una performance straordinaria che, lo dico senza problemi, finisce per oscurare la mia. Ma questo non è affatto un problema. Tutti pugliesi, dicevo: dai musicisti ai produttori, dal grafico al fotografo. Che, per l’occasione, è un tarantino, Marcello Nitti. Il quale mi ha consigliato di scattare le immagini che illustrano il cd sul lungomare di Taranto, che è uno dei luoghi più affascinanti di Puglia. Si tratta di foto realizzate in bianco e nero, controluce: della scelta sono contentissimo».
Dentro My Love and I , però, c’è anche posto per Pietro. «Giusto. Pietro è il mio cane e a lui è dedicata "God Bless the Dog". Anzi: la voce, in quel pezzo, è la sua. Non solo: ha seguito da vicino tutte le prove, rifugiandosi sotto il pianoforte. E’ il mio modo di ricambiare tutto l’amore che mi ha tributato in questi anni. Ed è sicuramente una scelta fuori dal normale: una delle tante del sottoscritto.Tracciata sul solco dell’ironia, che riempie il disco intero. Un disco che si nutre del tepore dei suoi suoni, delle sue note. E del calore del mio amore».
My Love and I (Philology, 2005)
Giuseppe Bassi (contrabbasso), Fabrizio Scarafile (sax tenore), Nicola Andrioli (pianoforte) & Mimmo Campanale (batteria). Guest Dado Moroni (pianoforte), Guido Di Leone (chitarra), Paola Arnesano (voce) ed Ettore Carucci (piano)
(pubblicato dal mensile "Pigreco")
martedì 15 marzo 2005
Giovani di successo. Che verrà
L’Andy Davies Quartet sta presentando il suo primo (e omonimo) lavoro discografico, mostrando coesione e dispensando improvvisazioni interessanti. Ma, soprattutto, Il repertorio - godibile - sa catturare le attenzioni di chi ascolta. Esattamente quello che è accaduto al Uéffilo di Gioia del Colle a metà marzo, nel live che ha caratterizzato l’unica tappa italiana al sud dell’ensemble, già passato anche per il Giappone. Un live (arricchitosi, nella seconda parte, con la voce di Chrissie Oppedisano, prestata in tre brani) che voluto anche fortificare il già ottimo rapporto stabilitosi tra la cantina di Filippo Cazzolla, inaugurata a metà dello scorso dicembre, e il jazz (non solo di casa nostra).
E sì, perchè l’eno-food-jazz club di via Boscia, all’interno delle sue mura cinquecentesche ha già ospitato in quattro mesi di attività – con la collaborazione di Jazzitalia– Daniele Scannapieco, Antonio Onorato, Joe Amoruso, Maurizio Giammarco, il bopper canadese Bob Bonisolo, Marco Tamburini, JD Allen & il Fabio Morgera Quintet e alcune formazioni rigorasamente pugliesi (per esempio quella capitanata da Larry Franco, il quintetto di Cinzia Tedesco, il quartetto di Giuseppe Bassi e il Cinzia Eramo Trio, che ha riletto alcune composizioni di Duke Ellington). Senza contare gli appuntamenti in programma nel corso di aprile: ingredienti, questi, che hanno ormai eletto lo Uèffilo (uèffile, in dialetto gioiese, significa sorso di vino) nella cerchia ristretta delle location di riferimento del jazz, come – del resto – dimostrano le sempre più frequenti jam session organizzate da Guido Di Leone.
Andy Davies Quartet (Andy Davies: tromba; Eivind Lodemel: pianoforte; Lorenzo Bassignani: contrabasso; Reinis Axelsson: batteria)
Gioia del Colle (BA), Uèffilo Cantina a Sud
(pubblicato sul mensile "Pigreco")