venerdì 19 aprile 2013

Far Libe, yiddish con stile

I colori del canto e il garbo del pianoforte. La cultura yiddish e la voce sicura di Giovanna Carone, che coltiva un passato vissuto sulla sponda delle note barocche, e la buona educazione musicale di Mirko Signorile, sempre più versatile e orientato verso accordi e scenari diversi da quelli squisitamente jazzistici che pure continua proficuamente a frequentare tra un progetto e l'altro. Il desiderio di ripercorrere un certo tragitto già calpestato (il precedente si chiama Betam Soul, la prima produzione realizzata in sinergia, anno duemiladieci) e il vezzo di voler accostare al progetto di partenza nuove emozioni, nuove suggestioni. Far Libe ("Per Amore" è la traduzione) è un disco di quindici brani, quasi tutti espressamente coniati per l'occasione dallo stesso Mirko Signorile (allo spartito) e nei testi da Luca Basso, paroliere e voce ufficiale dei Fabularasa, da Giovanna Carone e da Marisa Romano, una vera e propria autorità, in ambito yiddish, ma popolarmente conosciuta con lo pseudonimo di Marishe. Tracce che, peraltro, traggono linfa e giovamento dai canti della tradizione e, talvolta, anche dall'elaborazione di composizioni della metà del secolo scorso (il singolo "Far Libe", ad esempio, poggia la propria scrittura sul tema di un compositore russo, Dmitri Kabalevskij). Oppure (è il caso di "Chanson d'Amour") dal bagaglio musicale di Fauré, opportunamente ritoccato. Mentre Wiegala si presenta sotto la forma di una ninnananna e il godibilissimo "Ver Vet Blaybn" non è altro che un testo aggiunto ad un pezzo esclusivamente strumentale ("Tra Luci e Stelle") firmato da Mirko Signorile e inserito in Clessidra, album a proprio nome di qualche inverno fa.
Firmato dall'etichetta Digressione Music, realizzato in studio nel maggio del duemiladodici e presentato ufficialmente a Bari non troppo tempo addietro, dopo una decina di repliche il lavoro transita dal palcoscenico di Art 'n Jazz, contenitore itinerante (tra Polignano, Rutigliano, Conversano e Mola, per la precisione) artisticamente diretto da un altro pianista, Donatello Dattoma, che ha voluto riunire nella sua seconda edizione la mostra pittorica di Vito Savino, una presentazione (del volume C-Minor Complex, omaggio di Marco Di Battista a Lennie Tristano), visite guidate al polo museale di Conversano e, innanzi tutto, performance live di artisti di diversa estrazione (Nicola Tariello e gli Organik 3, Cinzia Eramo e Gianni Lenoci, il quartetto di Emanuele Cisi e Giuseppe Delre, che prossimamente proporrà dal vivo il suo ultimo cd, di cui abbiamo avuto occasione di parlare recentemente su queste stesse colonne). Le sale della Pinacoteca Finoglio di Conversano, così, diventano un punto di passaggio appropriato («e un luogo degno, dal punto di vista artistico», sottolinea Pasquale Sibilla, leader del locale assessorato alle Politiche Culturali) per accogliere una raccolta di composizioni dal taglio decisamente sobrio ed elegante.
Far Libe si muove tra l'idioma yiddish, l'italiano (rappresentato, appunto, dalla vena poetica di Luca Basso), il francese, l'inglese e lo spagnolo dei sefarditi, mescolando momenti di vera e propria letteratura in musica a storie dal sapore vagamente fiabesco. «Il nostro primo lavoro - certifica Giovanna Carone - offriva probabilmente meno spazio alla nostra lingua, puntando più corposamente sulla cultura yiddish, da cui sgorga il progetto». E Far Libe, sotto questo punto di vista, cerca allora di allargare l'orizzonte, apparendo al primo ascolto un prodotto sicuramente più maturo e rodato di Betam Soul. Puntando sulla delicatezza e anche su un rapporto più diretto e intimo con l'ascoltatore. E provando, soprattutto, a coniugare tradizione e modernità, musica popolare e contemporanea. Con molto stile.

Giovanna Carone (voce) & Mirko Signorile (pianoforte) in "Far Libe"
Conversano (BA), Pinacoteca "Finoglio"
Art 'n Jazz 2013

giovedì 18 aprile 2013

Improvvisando con Evan

Gianni Lenoci è docente e compositore di frontiera, se ci passate il termine. Frontiera tra sperimentazione e creazione, tra ricerca e panorami arditi, ecco. E' coraggioso e anche tenace, il pianista monopolitano: nel perseguire la propria strada. E nel difendere le proprie scelte artistiche. E non ama troppo la musica scontata: quella, cioè, già ascoltata e riascoltata. E, magari, appena riletta, riconfezionata. Ha scelto un percorso diverso, tempo fa. Unendo la passione allo studio, la lettura un po' visionaria all'insegnamento, l'improvvisazione allo spirito indomabile del free jazz. Frullando tutto e scommettendo ciecamente sull'utilità (e sul mistero intrigante) dei laboratori musicali: che dettano i tempi della sua agenda, ne influenzano la quotidianità e che, soprattutto, si lasciano attrarre dall'avida curiosità del musicista impavido.
«Improvvisando, l'artista si presenta com'è. E' nudo. E può appoggiarsi esclusivamente su se stesso, sulle proprie qualità, sulla propria sensibilità, su quello che possiede dentro». Parole calcolate, ma pesanti. Spese per raccontare la sua musica, ma anche e soprattutto per parlare della propria esperienza. Il palcoscenico è quello delle tre serate modellate attorno al sassofono di Evan Parker, sessantanovenne inglese di Bristol a cui è legato lo sviluppo del free europeo, assemblate nel Chiostro delle Clarisse di Noci, sotto il controllo di una joint venture composta dalla locale amministrazione comunale, da Massimo Felici (un musicista di estrazione classica avvicinatosi progressivamente a questo tipo di spartiti e presidente dell'Associazione Euterpe), dallo stesso Lenoci e dal nocese Vittorino Curci, strana figura di musico, poeta e politico a cui è legato il ricordo - particolarmente nostalgico - dell'Europa Jazz Festival, eclissatosi troppo presto e da ormai troppi anni.
Evan Parker, certo, è il front man di un'operazione che si colloca apertamente al di fuori degli schemi più collaudati. E attorno a lui si articola l'intero cartellone. La prima sera, ad esempio, si propone da solo, per tre quarti d'ora («Con uno strumento monodico come il sassofono - sottolinea Lenoci -. Eppure, regalando ugualmente una gran quantità di note»). Il giorno successivo, invece, si fa raggiungere dal pianoforte di Lenoci. E successivamente, in un teorico secondo set, da un altro sassofono (quello di Vittorino Curci) e dalle percussioni di Marcello Magliocchi («Gente - aggiunge il responsabile della cattedra jazzistica del Conservatorio di Monopoli - con cui condivido progetti e coopero da oltre vent'anni»). Quindi, nell'appuntamento conclusivo, il gruppo si allarga, diventando un settetto, grazie all'inserimento del chitarrista Pablo Montagne, del contrabbassista Pasquale Gadaleta e di un terzo fiato, Vittorio Gallo («Miei allievi - precisa Lenoci - da sempre direttamente coinvolti nei miei progetti musicali»). Listen to Evan è assieme tributo e officina edificata sul campo. E dietro, ovviamente, insiste un lavoro sinergico, profondo. «Improvvisare, da solo, significa confrontarsi direttamente con le note, senza poter bluffare. In una situazione di quartetto, però, l'improvvisazione esige un potente interplay tra i protagonisti. Mentre quella del settetto è una vera e propria sfida. Ma, al di là di tutto, ritengo che, per un musicista, l'improvvisazione sia assolutamente stimolante, oltre che un sintomo di innovazione. Soprattutto in un momento storico come questo: in cui tanta musica è la replica di se stessa». E in cui, evidentemente, c'è ancora qualcuno che non si rassegna all'omogeneizzazione della musica. Sognando, magari, la riscoperta di quell'Europa Jazz Festival che, proprio a Noci, ha dato voce anche e soprattutto a certe angolature jazzistiche. E chissà se Listen to Evan non rappresenti, da questo punto di vista, un segnale concreto.

Evan Parker (sassofono)
15.04.2013

Evan Parker (sassofono), Vittorino Curci (sassofono), Gianni Lenoci (pianoforte ed effetti) & Marcello Magliocchi (batteria e percussioni)
16.04.2013

Evan Parker (sassofono) & Il Tempo Sospeso (Vittorino Curci: sassofono; Vittorio Gallo: fiati; Gianni Lenoci: pianoforte ed effetti; Pablo Montagne: chitarra elettrica; Pasquale Gadaleta: contrabbasso; Marcello Magliocchi: batteria e percussioni)
17.04.2013

Noci (BA), Chiostro delle Clarisse
Listen to Evan

giovedì 14 febbraio 2013

Blue from Heaven, musica da sognare

«C'è musica che fa godere, musica che fa ballare e c'è musica che fa sognare. E, d'altra parte, la caratteristica di far chiudere gli occhi all'ascoltatore e di consentirgli di andare altrove con la mente, di fargli vivere persino vite mai vissute, trasferendolo in mondi lontani dal qui e ora, è una delle tante funzioni della musica». Pierluigi Balducci è autore attento ai particolari, ai dettagli. Interpreta (e scrive) note non convenzionali, puntando sulle suggestioni. Consapevole com'è che l'ascolto è cosa seria. E non solo un argomento commerciale. Possiede, poi un background solido. E solidi principi: anche al di fuori dell'universo delle sette note. Non gli manca neppure il vocabolario per esprimersi. E, anche al primo incontro, vicino o lontano dal palcoscenico, offre l'impressione di quello che, in realtà, è: un musicista che guarda anche oltre il proprio orizzonte, oltre la musica.
Blue from Heaven è il suo secondo disco da leader. Pubblicato dall'etichetta leccese Dodicilune, circola dal trenta novembre e riunisce otto situazioni: tutte originali, fatta eccezione per "Unrequired" di Brad Meldhau e "Our Spanish Love Song" di Charlie Haden. «Completando la composizione dei brani, mi rendevo conto che il lavoro, con il quartetto assemblato, avrebbe avuto una cifra molto visionaria e evocativa. Per questo ho scelto come titolo dell'intero album quello di una singola traccia, "Blue from Heaven", che da solo esprime meglio questa caratteristica del disco. Il che, ovviamente, non significa che manchi la componente ritmica». Il bassista pugliese (coratino, per essere precisi) si era peraltro affezionato al tango, ultimamente. Anzi, al nuovo tango: condiviso con un gruppo ormai ben definito che si nutre di una propria storia, di un proprio percorso e di collaborazioni pregiate. Ma non si è mai dimenticato delle sonorità più jazzistiche, con cui si è formato, si è evoluto e ha convissuto a lungo.
«Questo disco nasce per una formazione più consueta, più standard: la presenza di batteria, sax soprano e piano dà al quartetto una connotazione più canonica, rispetto alle mie precedenti formazioni, da considerare più cameristiche, prive di batteria e supportate da strumenti poco frequenti nel jazz, quali la fisarmonica e il violino. Nello stesso tempo, era mio desiderio misurarmi, all'insegna della continuità, con il mio consueto approccio compositivo, che da sempre privilegia un equilibrio più europeo tra scrittura e improvvisazione e che mi porta spesso a concepire composizioni di ampio respiro, nelle quali gli spazi scritti e o arrangiati e le sezioni improvvisate abbiano pari dignità e si asservano entrambe alla composizione. Potrei dire che in Blue from Heaven ho avuto modo di applicare ad un organico molto più tradizionale la mia idea della composizione jazz, sperimentata a lungo su organici atipici. E sono soddisfatto del risultato. Risultato che non sarebbe ovviamente mai arrivato, se non avessi avuto il supporto, concreto e morale, della Dodicilune e del progetto Puglia Sounds, che ha contribuito in parte alla promozione del cd».
Visionario, sì. Ma anche di largo respiro. Blue from Heaven prova ad accostare le atmosfere andaluse di "The Light of Seville" a quelle ormai lontane di "Fin de Siècle" e a quelle più romantiche di "The Sky over Skye". Mentre "L'Equilibrista", in un certo modo preceduta dalle note di "Introduction", è una ballad ben riuscita. E "Life in Three Sketches" è, come dice il titolo stesso, una composizione che si divide in tre diversi momenti tematici. Tracce in cui i suoi compagni di spartito offrono un contributo denso, decisivo. «Ho voluto coinvolgere nel quartetto - spiega Balducci - due musicisti che hanno avuto una grande influenza sulla mia formazione e che ho sempre considerato dei maestri indiscussi. Il fatto che la cosa sia andata in porto e che, tra pochi mesi, porterò la stessa formazione in concerto, costituisce per me un'immensa gratificazione».
I nomi, del resto, sottintendono un curriculum niente male. «Paul McCandless, storico co-leader degli Oregon che, da giovane, ho divorato, ha un approccio armonico all'improvvisazione molto simile al mio, un'eleganza timbrica come pochi e una cantabilità che nasce dalla sua grande consapevolezza armonica. Lo sento davvero come un padre, musicalmente parlando. Inoltre, suonando l'oboe, in alcuni brani conferisce al lavoro una connotazione timbrica molto vicina al mondo classico, cosa che a me è davvero molto congeniale e vicina. Chi, peraltro, ha ascoltato il mio precedente lavoro, Stupor Mundi, sa bene quanto la tradizione classica sia viva e presente in me. John Taylor, poi, è considerato uno dei maestri indiscussi del piano jazz in Europa: è una personalità aperta e unica, un gigante di cui è quasi superfluo parlare. La sensibilità con cui ha approcciato le mie composizioni, peraltro, è stata per me commovente. L'organico, quindi, si completa con un batterista e un percussionista dalla personalità straordinaria, fuori dal comune: Michele Rabbia, che nel quartetto interpreta un ruolo certamente più tradizionale rispetto a quello è solito fare, ad esempio, con Stefano Battaglia. In questo progetto, infatti, Michele suona essenzialmente la batteria, forte del suo gran bel tiro e di una spiritualità tutta sua».

Blue from Heaven (Dodicilune, novembre 2012)
Pierluigi Balducci (basso), John Taylor (pianoforte), Paul McCandless (fiati) & Michele Rabbia (batteria e percussioni)

venerdì 1 febbraio 2013

Il ritorno di Accardi, tra sospiri e sussurri

Arcoiris è l'opera prima: pensata, studiata e perfezionata negli anni. Partorita tra la Francia e l'Italia. Un'idea di partenza, diventata disco lentamente. Whispers, invece, è la continuazione di un progetto. La sintesi di un processo, intimo e creativo, del musicista ormai rientrato stabilmente dentro i confini nazionali. Una produzione, di sicuro, più rapida. Ma, non per questo, meno curata. O più sbrigativa. E una postproduzione più esigente. Il nuovo album di Fabio Accardi, batterista che ama anche la scrittura musicale, parte tuttavia dalla certezza di un'etichetta discografica: la sua. Mordente Records, del resto, nacque anche per l'esigenza di individuare un'etichetta su misura: in corrispondenza, praticamente, di quel primo cd che faticava a trovare una casa confortevole.
Whispers, peraltro, è un disco ancora giovanissimo, perchè commercializzato lo scorso 29 novembre e presentato ufficialmente quasi un mese dopo, sul palcoscenico del Teatro Forma di Bari. Dove, assieme all'autore, si è ritrovata la gente che lo ha assistito in sala di registrazione, quella dell'Officina Musicale di Giuseppe Mariani, a Castellana Grotte: Gaetano Partipilo (al sax), Vince Abbracciante (alla fisarmonica e al Wurlitzer), Mirko Signorile (al pianoforte), Giorgio Vendola (al contrabbasso), le vocalist Luisiana Lorusso e Serena Fortebraccio e la voce recitante dell'italoargentina Sarita Schena. Ai quali va aggiunta la presenza del foggiano Antonio Tosques, scelto nell'occasione a rappresentare la chitarra di Nando Di Modugno.
Prodotta da Gianfranco Bolena e da Rossella Giancaspero (sue sono, a proposito, le parole di "Writer Song", l'ultima traccia che si fonde con "Táctica y Estrategía" di Mario Benedetti), la seconda fatica a proprio nome di Accardi si divide in otto brani: dei quali altri quattro ("Whispers in an Autumn Rain", "Les Amours Secrèts", "Zaiana" e "Frevolidia") sono pezzi originali. A fronte, peraltro, di tre rivisitazioni: quella della dejohnettiana "Silver Hollow", di "Bodas de Sangue" (firmata dal brasiliano Marcos Valle) e di "Lília", composizione di un'altra grande figura del panorama musicale verdeoro, Milton Nascimento: a conferma dell'antica e incondizionata passione del batterista barese nei confonti delle note che arrivano dal Sudamerica. Una passione che, peraltro, si intuisce pure nella già citata "Frevolidia": il frevo è un ritmo tipico delle regioni nordestine di quel Paese.
Niente, cioè, nasce per caso. Whispers, ad esempio, in inglese significa sospiri. «Ma anche "sussurri" - aggiunge Fabio Accardi -. E' un vocabolo che rimada alla prima traccia presente nel disco, che poi indica la direzione all'intero lavoro». E che, quindi, un po' lo rappresenta. «"Whispers in a Autumn Rain" è una composizione dolce, melodicamente molto chiara e limpida. Così come l'intero lavoro è molto delicato: penso anche a brani come "Silver Hollow" e "Bodas". Ed è un brano scritto all'inizio di una relazione, mentre "Winter Song", che chiude l'album, è la fine della storia. Diciamo pure che sono questi i punti di riferimento dell'intero cd: ed è da qui che sono partito, prima di scrivere gli altri e aggiungere delle cover che reputo vicine al mood del disco: non solo dal punto di vista emotivo, ma anche da quello estestico e squisitamente sonoro. In mezzo, poi, ci sono altre suggestioni, altre esperienze: è il caso di "Zaiana" e "Les Amours Secrèts", scritti ad agosto».
Le suggestioni, ovvero il vero filo conduttore tra Arcoiris e Whispers. «Certo. In entrambi gli album c'è la stessa esigenza di tradurre in suoni determinate emozioni. Poi, Arcoiris conserva dieci anni del mio personale vissuto. E Whispers, che possiede un sound meno articolato e meno arrangiato della pubblicazione precedente, soltanto tre. Però, in questo cd l'aspetto melodico esce più nitidamente. Mentre in Arcoiris la melodia si distribuiva su più linee, che spesso e volentieri si intracciavano e sovrapponevano. Non solo: nel mio primo prodotto discografico gli spartiti sono pensati per un settetto, a parte un paio di brani. Questa volta, invece, ho scritto per vari ensemble: passando dal quartetto al settetto. Ancora: allora, gli strumenti fondamentali erano il flauto e il vibrafono, che caratterizzavano un suono molto forte e particolare. Ora, il ruolo della fisarmonica e la novità delle voci, usata in tutte le sue modalità, cioè dal vocalizzo di "Silver Hollow" e "Lília" al recitato e al cantato di "Winter Song", offrono differenti colori. In comune, piuttosto, c'è la forte influenza della musica brasiliana, che si manifesta in Arcoiris nel suoni del flauto e nelle melodie e, in Whispers, nel ritmo di "Frevolidia" e, ovviamente, nella presenza di due cover. Oppure in certi input cinematografici».
Suggestioni, dicevamo. Ed emozioni, certo. Ma anche esperienza. «Vero. Scrivere Whispers è stato piu agevole, proprio grazie all'esperienza maturata nel tempo. Arcoiris era il mio primo disco e la mia musica era più difficile nell'esecuzione; anche se è stato regisitrato in tre giorni, seguiti dai due di missaggio. Questo cd, di contro, pur essendo stato concepito nell'arco di un tempo più limitato, si appoggia su una post produzione più curata e su molte sovraincisioni».

Whispers (Mordente Records, novembre 2012)
Fabio Accardi (batteria), Mirko Signorile (pianoforte), Nando Di Modugno (citarra), Giorgio Vendola (contrabbasso), Camillo Pace (contrabbasso), Vince Abbracciante (fisarmonica e Wurlitzer). Guests Gaetano Partipilo (sassofoni), Luisiana Lorusso (voce), Serena Fortebraccio (voce) e Sarita Schena (voce recitante)

sabato 26 gennaio 2013

Curve nella memoria

Quando il gusto del racconto si confonde con il canto e le note della tradizione e qualche piccola scoperta lacera la patina di banalità che ci ingabbia o, peggio ancora, scalfisce le ipocrisie del nostro tempo, significa che abbiamo ancora ottimi maestri da ascoltare. E Moni Ovadia è uno di questi. E poi il suo mondo, in bilico tra storia e culture differenti, nella complessità che lo caratterizza, diventa persino di facile approccio, di agevole lettura. Per tutti: o tranne, forse, per chi si industria nel non intendere. Perchè arrampicarsi sullo specchio dell'intolleranza e dell'opportunismo è una delle discipline più praticate del secondo e del terzo millennio.
Sangue turco, discendenza ebraica, bulgaro all'anagrafe, residenza italiana: Ovadia, del resto, ne può raccontare parecchie. Fluttuando tra la storia e le storie, tra i culti e la cultura della memoria. Ripercorrendo trasversalmente gli ultimi ottant'anni di quotidianità. Presentandosi sul palco del Teatro il Saltimbanco di Santeramo, praticamente in coincidenza con la Giornata della Memoria, nella prima delle quattro serate inserite nel circuito griffato Teatro Pubblico Pugliese (il tour passa da Mesagne, Martina e si esaurisce a Gioia del Colle). E viaggiando, come sempre fa, attraverso le vicende che, nel tempo, hanno saputo involvere i processi di aggregazione (e, spesso, anche di pace) tra i popoli.
E di gente, infatti, Ovadia parla. Con l'ironia di sempre, ma anche con la forza della logica negata. «Quello degli ebrei della diaspora, degli yiddish, e quello dei sinti o dei rom sono popoli d'Europa in tutto e per tutto. Con la propria identità, la propria lingua, le proprie tradizioni, la propria letteratura. Ma senza territorio e frontiere, senza polizia e democrazia. Due popoli insultati, calunniati, segregati e, talvolta, massacrati. Che hanno vissuto in prima persona l'altrui progetto del proprio annientamento. Popoli che ci hanno lasciato musica, racconti e riflessioni. E dal destino comune, almeno per duemila anni. Perchè, sùbito dopo la Seconda Guerra Mondiale, qualcosa è cambiato, sepur lentamente: gli ebrei sono entrati nel salotto buono, quello dei vincitori, proprio mentre nasceva lo stato ebraico. I rom, invece, sono rimasti fuori dal contesto».
Dalle parole dello scrittore austriaco Joseph Roth alle danze che hanno influenzato la musica del novecento il passo è breve. E il quintetto che accompagna Ovadia (due clarinettisti italiani, il napoletano Ennio D'Alessandro e il romano Paolo Rocca, e tre rom) imbastisce la sua trama, dettata dall'agilità del cymbalon di Marian Serban, dalle tre corde percussive del contrabbasso di Marin Tanasache e dal dinamismo sonoro della fisarmonica di Albert Florian Mihai. «Quella zingara è una cultura al di fuori della routine. I rom festeggiano la vita, proprio mentre gli occidentali la rincorrono, schiavi della loro quotidianità e persino delle parole. Essere rom è avere il senso primario della vita. Molti di noi lo ignorano, nella miopia dell'universo che ci circonda, ma i sinthi si sono espressi egregiamente in ogni ambito. La loro musica, ad esempio, ha influenzato Brahms. Le danze ungheresi, che poi sono danze rom, nascono così. Ma anche il jazz: Django Reinhardt ha creato il gipsy. E la stessa musica popolare russa ha attinto da loro. E, se vogliamo parlare di musica leggera, ricordo un pezzo reso popolare dalla francese Mirelle Mathieu, ma di estrazione zingara».
Dalla Russia alla Francia, per sbarcare infine in Grecia: Moni Ovadia si avventura anche nel sirtaki. «Il meticciato produce grandi emozioni musicali. E la canzone popolare greca sa celebrare il buon bere, in pieno stile zingaresco. Del resto, qualcuno diceva: "Polvere eri e polvere ritornerai. Ma, tra una polvere e un'altra, una buona bottiglia non può fare male" ». Senza dribblare i drammi dell'ipocrisia («Guardiamo solo alcuni aspetti, abituandoci ai concetti della consuetudine. Oppure a quello che ci è comodo guardare»). Il viaggio tra la musica e i pensieri completa la seconda ora, il quintetto scende in platea e invade il foyer, regalando altri quindici minuti di note. La Memoria non è solo olocausto: parola di Moni Ovadia, parola di ebreo. «I campi di concentramento hanno ucciso sei milioni di yiddish, lo so bene. Gli altri sei, però, erano portatori di handycap, antifascisti e oppositori del nazismo, soldati ammutinati, omosessuali, prostitute e anche rom e sinti. Dobbiamo ricordare tutti: se no, la memoria diventa falsa coscienza».

Moni Ovadia (voce narrante e canto) in "Senza Confini - Ebrei e Zingari", con Paolo Rocca (clarinetto), Ennio D'Alessandro (clarinetto), Albert Florian Mihai (fisarmonica), Marian Serban (cymbalon) e Marin Tanasache (contrabbasso)
Santeramo in Colle (BA), Teatro Il Saltimbanco
Stagione Teatrale 2012/2013 del Teatro Pubblico Pugliese

sabato 15 dicembre 2012

Magnolia, la bimba dalle scarpe rosse

Magnolia è un disco firmato. Perchè ogni accordo trascina il nome e il cognome di chi lo ha disegnato. E anche al primo ascolto, senza conoscere l'autore, quelle note e quegli spartiti svelano il pianismo - questa volta ancora più fresco, più immediato e meno intimo - di Mirko Signorile. Che, al Teatro Forma di Bari, presenta l'ultima produzione della propria già sufficientemente corposa collana personale. Ovviamente commercializzata a ridosso dell'evento (il trenta novembre, per essere precisi) dalla Auand Records, etichetta biscegliese che ama occuparsi del talento musicale sparso per le contrade di Puglia. E, tra parentesi, sostenuta da Puglia Sounds: a conferma della forte pugliesizzazione dell'operazione, come proprio Signorile conferma con orgoglio in coda al concerto, sul palco. Dove, con il pianista di Modugno, si riuniscono il contrabbassista Giorgio Vendola, il batterista Fabio Accardi, il percussionista Cesare Pastanella e la violoncellista Giovanna Buccarella. Formazione, questa, ormai collaudata: ma integrata, seppure per pochi minuti, dalla voce di Giovanna Carone, compagna di viaggio in un'altra avventura parallela.
Magnolia, dunque: questo è un album che coniuga e miscela leggerezza e semplicità, ma senza sminuire lo spessore compositivo. E senza ripercorrere il solco di Clessidra, il primo (e fortunatissimo) lavoro confezionato a proprio nome da Mirko Signorile: una scelta, immaginiamo, precisa. E che ci sentiamo di condividere. E', di fatto, un disco diverso. Più attento, probabilmente, a certi gusti della gente, che oggi si avvicinano ad una musica meno cerebrale, più diretta. Ma, comunque, venato da sonorità digeribili: per ogni tipo d'orecchio. Le tracce sono undici, di minutaggio contenuto. Come sono undici le storie raccontate attraverso gli occhi di una bambina dalle scarpe rosse: Magnolia, appunto. "Viola" è il colore preferito dell'autore. Un ragazzo di trentanove anni (a febbraio) che prova a sognare. Oppure, il colore della sua anima. "Come i Burattini" è quel mondo in cui le gioie e la malinconia si incontrano. "La Rosa nel Deserto" è un brano che nasce per caso e per necessità, ma anche un omaggio all'Africa. "Magnolia", che dà il titolo all'intera raccolta, è una bimba immaginaria che possiede il dono di sorprendersi. "E Si Aprirono le Ali" è dedicata a quanti escono da un periodo particolarmente delicato della propria vita. "Il Giro della Testa", vocalizzato da Giovanna Carone, è quel momento in cui si materializza qualcosa di inatteso. "La Danza del Rivale" sono le evoluzioni da corteggiamento di un uccello. "Racconti di Fata" parla di magia ed incantesimi. "Autoritratto" è la fotografia di una persona solare e, contemporaneamente, un pezzo che si appoggia sul più noto "Retrato em Branco e Preto", musicato da Tom Jobim. "Intorno a Me" è pensato in sol, esattamente come "Intorno a Noi", inserito in Clessidra. E, infine, "La Villa Bianca", ambientato ad Ostuni e dedicato a una persona cara che non è più tra noi, è composto per soli piano e violoncello.
La situazione live, curata da Bass Culture, così come il lavoro discografico, persegue i concetti di bellezza e di passione. Ma, innanzi tutto, certifica l'estrema sensibilità di un artista versatile, che sa districarsi attraverso stili diversi e impostazioni differenti. Lasciando, sempre e comunque, un'impronta. La propria impronta. Basta ascoltare, per rendersene conto.

Mirko Signorile (pianoforte), Giovanna Buccarella (violoncello), Giorgio Vendola (contrabbasso), Fabio Accardi (batteria) & Cesare Pastanella in "Magnolia". Guest Giovanna Carone (voce).
Bari, Teatro Forma



mercoledì 12 dicembre 2012

Gateway to Life, un disco sincero

Dai classici di Porter alla composizione. Dall'interpretazione del jazz del periodo più lucido alla produzione propria, dove la canzone si arricchisce di dinamiche più moderne, più pop, più funk. Dal tributo alla storia ad una nuova sfida. Con se stessi. E con la musica che si evolve. Nei timbri, nel linguaggio. Giuseppe Delre, quattro anni dopo l'album d'esordio (Giuseppe Delre Sings Cole Porter, appunto), torna con un disco tutto suo, Gateway to Life, firmato Abeat Records, in circolazione dal 6 dicembre con il sostegno di Puglia Sounds e della Fondazione Andidero. Lavoro, questo, che raccoglie dodici brani, di cui due cover ("Yesterday", targata Lennon e McCartney, e "E Se Domani" della coppia Calabrese-Rossi, portato al successo da Mina e duplicato, all'interno del cd, pure in versione radiofonica). E, ad eccezione di due tracce cantate in italiano (a parte la già citata "E Se Domani", anche "Una Vecchia Storia") e una in portoghese ("Se"), sviluppato in inglese. Sintesi, evidentemente, di una certa evoluzione (e di una maturazione) artistica. E punto di passaggio di un percorso ponderato. In cui, peraltro, il vocalist molese non rinuncia a scrutare la quotidianità e le sue pieghe, oppure ad ammiccare al ventaglio di sentimenti che ruotano attorno alla gente comune.
Più atmosfere legate ai giorni nostri e meno swing: eppure, Gateway to Life resta un prodotto fondamentalmente elegante, cioè pensato ed eseguito con quel garbo che, poi, è una peculiarità dell'universo musicale del suo autore. Assistito, per l'occasione, anche dagli arrangiamenti per archi di Gianluigi Giannatiempo (un'assoluta garanzia, da questo punto di vista), dalle note del sassofonista newyorkese Michael Rosen e di diversi artisti pugliesi, che - prima di tutto - sono anche amici datati: è il caso di Vince Abbracciante ed Ettore Carucci (al Rhodes), di Fabio Accardi e Mimmo Campanale (alla batteria), di Nando Di Modugno (alla chitarra), di Mauro Gargano e Camillo Pace (al contrabbasso), di Francesco Lomangino (ai fiati) e di Mirko Signorile (al piano).
Gateway to Life, confessa Giuseppe Delre, è un disco sincero. E anche diretto: «Dieci brani nascono da esperienze di vita vissuta: sono storie che mi sono state raccontate e che mi hanno colpito, tanto da volerle rendere mie ed interpretarle. Storie che mi riguardano e che ho cercato di trascrivere senza fronzoli o orpelli inutili. Ho cercato di dare un anima più popular, ovvero più comunicativa, soprattutto perché i testi parlano della quotidianità e delle emozioni. Il disco parte dalla volontà di interpretare un mondo che, giorno dopo giorno, diviene sempre più rarefatto. Perennemente alla ricerca di un punto fermo e di una modalità interpretativa, questo lavoro è dedicato all'uomo moderno e alle sue passioni, alle sue paure e alla propria voglia di mettersi sempre in gioco. Al suo desiderio di svincolarsi dai condizionamenti per trovare finalmente la via, ovvero se stesso». La scelta dell'inglese, poi, non è casuale: ma un'esigenza dettata dalla metrica, che meglio convive con i fraseggi e certe note dell'album. «Volevo dare un taglio internazionale al progetto, che si appoggia anche su una modalità nuova di scrittura. Inoltre, l’inglese si presta maggiormente al mio fine creativo.Anche se, poi,canto anche in portoghese e in italiano, con il quale ho sin d'ora intenzione di interpretrare il mio prossimo lavoro discografico».
Ma, innanzi tutto, Gateway to Life sembra aver tracciato definitivamente il percorso artistico che attende il suo leader: «Senza ombra di dubbio. Questo disco vuole scavare oltre le sonorità della tradizione e guardare avanti, cercando un mood diverso rispetto allo swing e alle atmosfere da crooner che mi hanno contraddistinto in questi anni. Dentro c'è una ricerca armonica caratterizzata da un senso modal-tonale che aleggia in tutti i brani e che diventa evidente nelle due cover. Brani, questi, che presentano una nuovissima veste armonica e, in parte, melodica. Inoltre, anche la ricerca di grooves alternativi dimostra questa mia voglia di tracciare un percorso nuovo. Ecco, in Gateway to Life c'è voglia di raccontare e di raccontarsi».


Gateway to Life (Abeats Records, dicembre 2012)
Giuseppe Delre (voce), con Michael Rosen (sassofoni), Fabrizio Scarafile (sassofoni), Francesco Lomangino (flauto), Mirko Signorile (pianoforte), Vince Abbracciante (fender Rhodes), Ettore Carucci (fender Rhodes), Nando Di Modugno (chitarra), Camillo Pace (contrabbasso), Mauro Gargano (contrabbasso), Fabio Accardi (batteria) e Mimmo Campanale (batteria)

venerdì 9 novembre 2012

Tango. Con l'esclamativo

Tango. Ma non basta la semplice parola per cavarsela. O per capire. Sintesi stringata di un universo a parte, di un'intimità infinita, di una passione che si arrampica ovunque: non solo dov'è nato, cioè nell'Argentina degli italiani di inizio novecento. Riassunto sbrigativo di un mondo che trascina ancora i suoi miti, i suoi eroi, le proprie abitudini, le sue consuetudini. Cinque lettere che non si limitano alle sale da ballo, ai dischi più diffusi di Piazzolla e agli standard stropicciati e smaterializzati nei veglioni di fine anno. Musica fiera, il tango. E viscerale. Persino maledetta, se pensiamo a Borges. Vellutata e terragna, aggressiva e dolce: popolata dai ricordi, per parafrasare Gardel. E sempre più gradita, anche da noi. Pure nelle occasioni dal vivo: dove, paradossalmente, non si balla. Perchè esiste ancora distanza (e, sembra, reciproca diffidenza) tra i passi di danza e l'esibizione sonora: come se due mondi uguali si specchiassero, senza incrociarsi. Come se mancasse quel ponte che deve unire le anime gemelle. Note di postriboli, il tango. Che una certa letteratura ha tentato e prova ancora a trasformare in un appuntamento di classe, vagamente glamour. E anche materia abbondante: perchè affonda nella milonga e in altro ancora, ammarando infine nel nuevo tango. Che è una propaggine o la sua semplice evoluzione.
Tango. Con il punto esclamativo. Stiamo parlando di una nuova produzione discografica, griffata Fo(u)r, etichetta barese ormai ramificata in diverse collezioni private di casa nostra e saldamente affrancata al mondo del jazz, ma anche alle sue immaginarie affiliazioni. Dietro al microfono e ai mixer dello studio di registrazione di Tommy Cavalieri, due personalità affermate della scena musicale di Puglia: la vocalist Paola Arnesano, jazzista per definizione, ma tanguera nell'anima, e il fisarmonicista Vince Abbracciante, talento versatile che si sposta con naturalezza da una situazione all'altra. Dentro il cd, invece, dodici tracce. Non tutte, è bello puntualizzare, in pericolo di caduta nel burrone dei soliti classici (come "La Milonga de Buenos Aires" e "Volver", tanto per dire). Da "Garúa" a "Milonga Triste", da "Jacinto Chiclana" a "Alma de Bohemio", da "Cafetín de Buenos Aires" ad "Aquel Tapado de Armiño": il lavoro, ovviamente, non ignora nè Piazzolla e nè Gardel, affacciandosi comunque anche sulla produzione di autori come Troilo, Firpo, Piana, Mores, Delfino e Romero. Transitando pure per le tonalità di "El Dia Que Me Quieras", "Milonga de la Anunciación", "Milonga Sentimental" e "Pango", unico brano originale che Vince Abbracciante ha composto per omaggiare il tango, la fisarmonica e, soprattutto, suo padre. Che è poi una delle ragioni per cui il ragazzo si ritrova a suonare questo strumento.
«E' un album, questo, che guarda alla tradizione, ma dotato anche di una visione più ampia. Ed è un'avventura che abbiamo intrapreso seguendo un preciso percorso»: Paola Arnesano racconta come nasce e cresce l'idea. «Personalmente, amo il tango da tempo e, spesso, lo ballo. Vince, trainato anche dalla fisarmonica, si è già misurato con certe sonorità. Ci siamo incontrati e, casualmente, abbiamo concepito alcuni spettacoli dal vivo, che portiamo in giro da un anno, più o meno. E, altrettanto casualmente, in un secondo momento abbiamo pensato di realizzare il disco». Uscito ufficialmente il nove novembre e presentato, nello stesso giorno, in due distinte occasioni: prima nella cornice della sede barese della Feltrinelli e, in serata, presso l'accattivante Tenuta Pinto, masseria ristrutturata a metà strada tra Mola e Rutigliano che ospita la rassegna Winter Jazz Dialogues 012. Un modo come un altro, questo, per riaccostare la musica e gli interpreti pugliesi alla ristorazione (debitamente separata dal concerto) e, soprattutto, al filo conduttore di un progetto artistico. Ovvero, un metodo antico che, nel tempo, si è quasi trasformato in utopia.

Tango! (Fo(u)r, novembre 2012)
Paola Arnesano (voce) & Vince Abbracciante (fisarmonica)

martedì 9 ottobre 2012

Caldo, morbido jazz

Nuove produzioni discografiche si affacciano. Ad ottobre (e, ormai, ci siamo) esce, anche in distribuzione digitale, A Day Will Come, frutto dell'incontro tra il sassofonista danese Martin Jacobsen, da tempo ciclicamente coinvolto in progetti con artisti di casa nostra, e il trio guidato dal chitarrista materano Dino Plasmati e completato dal tarantino Marcello Nisi (alla battera) e dal salentino Luca Alemanno (al basso). Il lavoro approntato dall'Open Jazz Quartet (cinquantacinque minuti suddivisi in nove tracce), registrato ad inizio di quest'anno a Matera, è griffato Farelive, etichetta lucana che ha recentemente licenziato anche Joy to the World, realizzato dalla LJP Big Band dello stesso Plasmati e dal vocalist Beppe Delre, e vanta sette composizioni originali ("59th Street", "A Special Day", "A Day Will Come", "Inside" e "Killer Wine" di Dino Plasmati, "Borderlines" di Jacobsen e "Sugar's" di Marcello Nisi), a fronte di due brani tratti dal repertorio di Van Heusen e Burkel ("Here's that Rainy Day") e Carmichael e Washington ("The Nearness of You").
Il disco si accosta alle tonalità più tipiche del jazz autentico, senza affacciarsi sulle contaminazioni che, di questi tempi, sembrano aver requisito molti spazi e molti palati. E non attinge neppure ai canali di quello che, adesso, si definisce jazz moderno. Trattando, però, il jazz più tradizionale con sonorità attualissime. I pezzi inseriti nella raccolta, peraltro, sono sufficientemente caldi e morbidi, cioè di impatto sicuro. «Certamente - conferma il band leader Dino Plasmati - il disco è di impronta moderna, per costruzione dei brani e per alcuni suoni ricreati. Si ascoltano, del resto, sonorità a volte metropolitane, oppure sognanti e, a volte, classiche. La scelta è stata quella di far prevalere, innanzi tutto, il concetto di melodia, che deve rimanere impressa nella mente dell'ascoltatore, piuttosto che una struttura complicata che, magari, tende a sorprendere. Il nostro jazz non é di frontiera o fortemente contaminato, come sempre piú spesso si sente in giro. Ma questo lavoro ha tutti gli elementi del modern jazz, pur volgendo uno sguardo distratto al passato».
La collaborazione con Martin Jacobsen, invece, nasce nel duemiladieci. E, da allora, la frequentazione si è fatta più stretta. «Di lui me ne aveva parlato Marcello Nisi e, una sera, durante un mio concerto eseguito al fianco di Max Ionata, Martin era lí ad ascoltarci. Conoscendoci, abbiamo inconsapevolmente steso le basi per un futuro prossimo. Di lí a poco abbiamo cominciato ad esibirci dal vivo assieme e, subito dopo, abbiamo progettato la registrazione del disco. Martin rappresenta il sassofonista perfetto per A Day Will Come: tenorista puro, suono caldo, coltraniano al punto giusto e grande interprete, oltre che ottimo solista. Fortunatamente, nel corso della mia carriera, ho avuto la possibilità di collaborare con nomi eccelsi del panorama jazzistico mondiale: mi riferisco a Randy Brecker, Vince Mendoza, Evan Parker, Steve Grossman, Bob Mover, Jack Walrath, Michel Pilz, Robert Bonisolo, Fresu, Trovesi, Bruno Tommaso, Mirabassi e tanti altri. Musicisti fantastici, tutti con forti personalitá musicali, da cui ho cercato di apprendere e rubacchiare qualcosa. E Martin si inserisce in questo club. Ogni volta che devo suonare con un ospite di questo calibro, peraltro, studio e analizzo molto analizzando i suoi brani, le sue improvvisazioni. Cercando di cogliere le caratteristiche salienti della vena compositiva di ciascuno di loro, provando a farle mie. E questo, ovviamente, mi permette di arricchire la mia tavolozza cromatica, rendendola sempre fresca e attuale. In quest'ultimo periodo, ad esempio, mi sento fortemente attratto dalle strutture compositive di Vince Mendoza e i brani che ho scritto in questi ultimi tempi risentono di alcune sonorità tipiche dell'estro mendoziano, pur opportunamente dosate alle mie caratteristiche compositive».

A Day Will Come (Farelive, ottobre 2012)
Open Jazz Quartet (Dino Plasmati: chitarra; Martin Jacobsen: sax tenore; Luca Alemanno: contrabbasso; Marcello Nisi: batteria)

mercoledì 29 agosto 2012

Storie d'amore e di marea

Stesso garbo di sempre, stesso incrocio di note gentili e concetti di sostanza. La musica dei Fabularasa resta parte di quel cantautorato di casa nostra che si nutre di racconti e di idee. E che lascia un buon ricordo. Cinque anni dopo En Plein Air, l'album d'esordio, ecco D'Amore e di Marea, la seconda produzione, firmata Radar Music e distribuita da Egea. Il disco è di uscita recente (maggio): ma la proposta dal vivo comincia ad affacciarsi. Oltre regione (Ancona, Sesto San Giovanni) e in Puglia (l'ultima data a Mola, nel Gazebo Dal Canonico, struttura ricettiva immersa nelle campagne di San Materno). Dove il quartetto barese (il paroliere, l'ispiratore e il band leader Luca Basso, che è pure la voce del gruppo; il bassista Poldo Sebastiani, il chitarrista Vito Ottolino e il batterista Giuseppe Berlen) divide il palco con un guest di assoluto prestigio e di riconosciuta sensibilità musicale come il clarinettista Gabriele Mirabassi, che poi ha condiviso la stesura del progetto anche in fase di registrazione. Anche se, nel registro degli ospiti dell'album, troviamo anche altri nomi: Paul McCandless, signore dei fiati degli Oregon, e la genovese Giua, compositrice e vocalist di versatile talento, il trombettista Giorgio Distante, Fabrizio Piepoli (voce), Maurizio Lampugnani (percussioni) e Gianni vancheri (al bouzouki).
D'Amore e di Marea, di fatto, insegue e completa En Plein Air. Sarà per quelle composizioni sincopate e spesso solari o per quell'abitudine di allacciare solidi rapporti con la scrittura che rifugge dalle ovvietà. O, come suggeriscono gli stessi Fabularasa, per quella musica fatta a mano, artigianalmente: che possiede un fascino proprio. Al di là del fatto che, proprio la presenza di Mirabassi, finisce per costituire un accrescimento sostanziale ad un profilo musicale già delineato e consolidato nel tempo. «Inseguivamo Mirabassi - confessa Luca Basso - da parecchio tempo. In realtà, però, le nostre strade si sono incrociate solo adesso: prima in studio e ora pure dal vivo. La data di Mola è stata, in pratica, la seconda che abbiamo vissuto assieme». Ma D'Amore e di Marea, oltre che d'incontri, parla soprattutto di storie: «Sì, perchè le storie ci piacciono. Come quella di quel giovane contadino pugliese che scrisse al suo datore di lavoro una lettera, in cui motivava il rifiuto ad accettare un dono di Natale, che i suoi compagni di fatica non avrebbero probabilmente capito o digerito. Quel contadino era Giuseppe Di Vittorio, la canzone si chiama "Il Regalo" e ci fa riflettere sull'onore, sulla dignità, sulla coscienza. E una storia di fantasia è pure quella che, in "Serenata della Controra", ci porta la figura di quell'innamorato un po' imbranato che va a proporsi a lei non di sera, ma durante il sonno del pomeriggio».
E storie, dopo tutto, sono quelle punteggiano i testi di "Aria", di "L'Oro del Mondo" (dedicata a chi condivide, incompreso, l'amore per la musica), di "Maiorana si Imbarca sul Postale", di "Leggero", di "Fiorile" e "Il Campo dei Girasoli" (entrambi riproposti per l'occasione, ma estrapolati dal primo lavoro discografico). Fa niente, poi, se l'atmosfera intima dell'appuntamento dal vivo si scontra con i problemi conviviali, con l'amplificazione che fatica ad allinearsi e con il vociare deciso dei bimbi effervescenti dislocati, diciamo così, in platea. Dove, comunque, non sfugge il coinvolgimento emotivo, che va al di là della professione e della professionalità, di Mirabassi: che si ritaglia, peraltro, anche un momento tutto suo, estraendo dal proprio bagaglio personale un brano di Caximbinha, uno degli eroi dello choro che, in Italia, nessuno o quasi avrà mai sentito nominare. Finendo, così, per impreziosire un percorso sonoro che si assesta attorno ai suoi racconti preziosi, piccole fotografie di una quotidianità che stentiamo a riconoscere. O a ricordare.

Fabularasa (Luca Basso: voce; Vto Ottolino: chitarre; Poldo Sebastiani: basso; Giuseppe Berlen: batteria) in "D'Amore e di Marea". Guest Gabriele Mirabassi (clarinetto)
Mola di Bari (BA), Gazebo Dal Canonico

mercoledì 15 agosto 2012

Branduardi, il menestrello ricercato

L'estate di Montalbano, una delle frazioni di Fasano, è anche il Folk Fest, balcone ormai abbastanza apprezzato sulla musica meno rassegnata. Che, ogni anno, tra un appuntamento e l'altro, inserisce una data di prestigio, in cui cantautorato e musica popolare si corteggiano. Questa volta, l'associazione A Sud inserisce in cartellone Angelo Branduardi, menestrello moderno ultimamente più abituato ai palcoscenici di un teatro, piuttosto che a quelli di un palasport o di una piazza, ma sempre felicemente disteso tra note eteree, orizzonti epici, fiabe, fantasie, ambientazioni gotiche e spiritualità. Anche se la sua produzione più recente comincia a caricarsi di venature più funkeggianti: che, probabilmente, l'esecuzione dal vivo finisce per amplificare. Però, è sempre un bel sentire: per la raffinatezza inattaccabile e l'incrollabile originalità delle sue composizioni, vecchie e nuove, per quella creatività sempre fluente, per quella ricercatezza narrativa che seduce, ma non pesa. E, ovviamente, anche per quel taglio musicale inconfondibile, che non rischia mai di apparentarlo con qualsiasi altro autore di casa nostra.
Già, la musica. Anzi, il suono. «Che poi - rivela - è il comun denominatore della nostra storia. Una storia di secoli che cerco di riassumere in pochi minuti. Quel suono da cui nasce tutto. Perchè anche il verbo di Dio va inteso come suono, prima ancora che come parola. Perchè il suono è presso Dio. Cioè, il suono è Dio. Quel suono cupo che prende forma nel nulla, dal nulla. Le prime creature, del resto, sono luce e suono. Dal quale arriva la musica, che è energia vitale, ovvero il miglior antidoto dell'uomo contro la paura della morte». La musica di questo signore garbato e colto (parliamo di cultura della vita, delle cose) si muove, peraltro, tra le corde vocali e quelle del violino, che una certa annedottica ritiene lo strumento del diavolo, come lo stesso Branduardi ricorda con un pizzico di vanità («E questa mi sembra una cosa ragionevole. Ma il violino è anche il compagno più aristocratico»).
La chitarra, invece, spunta molto più tardi, al tramonto del live. Che si inaugura con un le parole di speranza di "Si Può Fare", aprendo poi una finestra sull'esperanto di un artista che possiede il dono di sdoganare con naturalezza la genialità e, infine, sull'ultimo lavoro discografico, Camminando Camminando 2. «Non soffro, come tanti altri musicisti, del difetto di non riconoscere le mie composizioni che hanno ottenuto più successo»: dalla scaletta, così, sgorgano più avanti "Il Denaro dei Nani", testo innervato di doppi sensi che gli ultimi anni del panorama politico italiano hanno sapientemente coltivato, "La Tempesta", "Ballo in Fa Diesis", "La Pulce d'Acqua", "La Fiera dell'Est". «Sono brani seminuovi, è usato garantito», chiosa divertito. Sùbito dopo aver ironizzato sui talent show e prima di dedicare alla platea accalcata su piazza della Libertà "La Donna della Sera", «una canzone d'amore, una delle poche ho scritto, poggiata su un testo particolare e, sotto certi aspetti, ardito. Tanto che un paio di giornaliste, tempo fa, mi definirono macho. Magari. Questo, giusto per dimostrare che anch'io scrivo testi passionali. Ma sono andato dall'andrologo, non vi preoccupate».

Angelo Branduardi (voce, violino e chitarra) in concerto, con Leonardo Pieri (tastiere, piano, fisarmonica e programmazioni), Michele Ascolese (chitarre e bouzouki), Stefano Olivato (basso, contrabbasso e armonica), Davide Ragazzoni (batteria e percussoni)
Montalbano di Fasano (BR), Piazza della Libertà
Folk Fest 2012

venerdì 27 luglio 2012

Mister Jarrett, è stato un piacere



Concetti a confronto, su barricate diverse. E due partiti ben distinti. Mentre, nel mezzo, scorre la musica. Quella di rango. Di qua, la fazione degli scontenti: per i quali la funzionalità di un festival (jazzistico, in questo caso) abita nella progettualità che dovrebbe scandire i calendari. Una progettualità che non confluisce necessariamente attorno al mito e al suo nome, ma che si alimenta di un'idea più articolata, che possa garantirsi un percorso proprio, incentivando gli artisti, premiando la sperimentazione e educando il pubblico. Senza penalizzare, cioè, il movimento. E senza sacrificare denaro che, altrimenti, andrebbe a coprire il costo di tanti concerti di qualità, ma meno pubblicizzati. Centocinquantamila euro di cachet (più spese, come il jet privato: così si dice) per la presenza, al Petruzzelli di Bari, di Keith Jarrett e del suo gruppo, possono sembrare - oltre tutto - uno schiaffo alla gente comune che naviga nei mari cupi di questo inizio di millennio. A fronte, peraltro, della cattiva fama che accompagna il band leader, ovunque considerato personaggio capriccioso, intransigente e arrogante. Inappuntabile davanti ad una tastiera, ma scorbucito e tagliente appena si volta. Nemico dichiarato di fotografi, cineoperatori e ascoltatori maleducati (ma questo è un pregio, diciamolo sùbito). E, da un po', anche della vasta platea di Umbria Jazz. Palcoscenico, questo, sul quale probabilmente non salirà più, dopo le due ultime burrascose esperienze. E' un partito risentito, quello dei contrari. Che sembra aver trovato la sponda ideale in Roberto Ottaviano, direttore artistico (dimissionario: non solo, ma anche per queste motivazioni) di Bari in Jazz, contenitore che ha chiuso ufficialmente il perorso del duemiladodici con l'evento in atteso dell'anno. Piaccia o no. Proprio quel Roberto Ottaviano che (chi ci segue, ormai, lo sa) non ammaina la bandiera sventolata per diversi anni: solo la pianificazione artistica, cioè, accresce lo spessore di una rassegna.
Di là, invece, il partito dei favorevoli. E, in definitiva, degli entusiasti. Keith Jarrett è una fetta saporita della storia del jazz. E il suo stile, ancora purissimo (anzi, c'è persino chi giura che l'artista nordamericano abbia guadagnato, nel tempo, ancora più eleganza e un rigiore pressochè assoluto), vale la spesa dei tagliandi d'ingresso (alcuni complessivamenet popolari, altri di taglio decisamente più alto: gli sponsor e i contributi pubblici, del resto, non riescono a coprire tutto). Non per niente, jazzisticamente parlando, il signore di Allentown è il più pagato al mondo. E talmente facoltoso da potersi permettere eccessi e ruvidezze da star un po' viziata (il Petruzzelli, per esempio, ha dovuto adeguarsi, predisponendo la temperatura interna sui ventuno gradi: prendere o lasciare). E poi il suo pianismo, oggi, è quanto di meglio si possa ascoltare: e, dunque, anche Bari (come Perugia e altre location di prestigio) possiede il diritto di godere i suoi momenti di grandeur musicale. Senza aggiungere che, per un festival determinato a imporsi in ambito nazionale, è arduo assai acquisire quotazioni senza poter attingere alle firme più importanti: Umbria Jazz insegna. Il partito dei favorevoli, comunque, non si pente mai della scelta, neppure un attimo. Tributando il rispetto richiesto e dovuto. Calandosi in un silenzio assoluto, molto più che religioso, addirittura anacrononistico, di questi tempi. Sarà per l'occasione di gala. Sarà per i contorni regali del teatro più bello di Puglia. Sarà per il prezzo di una sera speciale: che quasi obbliga tutti a non disperdere neppure un secondo di quell'ora e tre quarti del live che il trio, superando qualsiasi ottimistica previsione, concede. Al netto della pausa intermedia, più cameristica che jazzistica. O sarà per il timore di perdere il privilegio, nel pieno del tragitto: l'irritato Jarrett, altre volte, ha tranciato lo spettacolo a metà. Meglio non contraddirlo e seguire le indicazioni, quindi.
Dolce imposizione, però: l'esibizione è una di quelle che, al di là dei luoghi comuni, si fa inseguire con naturalezza. Anche se le tonalità del contrabbasso del settantottenne (e ancora sufficientemente giovanile) Gary Peacock si avvertono poco (Jarrett, qualche volta, abbandona il piano e si alza per accertarsi del problema tecnico). E mentre la raffinatissima batteria di Jack Dejohnette ricama, in punta di bacchette, trame talvolta ardite. Ma questa è davvero una serata speciale. E, probabilmente, anche fortunata. Il Maestro è di buon umore: lo dimostra l'interpretazione asciutta, ma priva di inquietudini. Lo conferma la durata del concerto. Lo sancisce il numero di bis accordati alla platea (tre). E persino un dialogo serrato nei tempi, ma cordiale, con uno spettatore che lo ringrazia. Certo, Jarrett arriva sul palco con le mani in tasca (un atteggiamento di sfida alla musica, o al mondo, o a se stesso, chissà), suona e se ne va. Niente parole, solo musica. E snodatissimi inchini (prima, durante e dopo) verso la gente che applaude adorante. In una tipologia di scenario (un teatro) che, evidentemente, gradisce particolarmente. Il resto, sono note che scorrono con precisione chirurgica, austerità e soddisfazione: di chi esegue, di chi ascolta e anche di chi ha promosso l'iniziativa: Abusuan e Puglia Sounds su tutti. Tra un blues e una ballad, in mezzo all'esercito dei favorevoli che c'erano e lontano da quello dei contrari che non c'erano. Eserciti fieri e tosti, ognuno con il proprio carico di ragioni e convinzioni. Che si eludono e si compensano. Mentre, ai confini delle barricate, sgorga la musica. Quella che non si può censurare, al di là delle posizioni di ciascuno. E che riesce persino a scacciare le ombre di una leggenda metropolitana: il personaggio Keith Jarrett non sembra poi così cattivo come ci hanno raccontato.

Keith Jarrett (pianoforte), Gary Peacock (contrabbasso) & Jack Dejohnette (batteria)
Bari, Teatro Petruzzelli
Bari in Jazz 2012

lunedì 16 luglio 2012

Sound Briefing, vecchi ragazzi che si ritrovano

I ragazzi rampanti di un tempo si attrezzano ancora per scalare la musica e la vita, ma il tempo è più ottuso di noi e incalza per tutti, come scriveva qualcuno, e i ragazzi di allora sono ormai discretamente adulti. Addirittura, uno di questi (Fabrizio Bosso) è in cima ai pensieri di tanti appassionati del genere e ha decisamente guadagnato una popolarità alta e salda su tutta la penisola. E gli altri, come Claudio Filippini, Gaetano Partipilo, Giuseppe Bassi e Fabio Accardi, fanno parte da anni, a pieno diritto, della buona borghesia jazzistica di quest'Italia che sembra vendersi sempre più alle cover band e alla note di media e scarsa qualità. Ma sono ragazzi, questi, che negli ultimi anni del secolo passato condividevano gusti, tendenze, sogni, visioni ed esperienze artistiche. Pronti ad aprire la porta ad un universo misterioso e accattivante. Disposti a misurarsi, a progettare, ad aggrapparsi ad una o più idee, a sondare le strade che partono dalle sette note e portano chissà dove. E chissà quando. Tutti sulla piattaforma comune di un laboratorio musicale che, allora, era Bari. Dove lo stesso Bosso, piemontese di origine, era stato attratto o, forse, divorato. O, più semplicemente, adottato. E dove i ragazzi del Fez, il mitico Fez che Nicola Conte aveva inventato, provavano a costruirsi un futuro.
Questi ragazzi di un tempo, poi, hanno percorso strade diverse. Parallele, talvolta. Ma, in certi frangenti, pure convergenti. Stabilendosi altrove (come Bosso). Rientrando alla propria residenza (Filippini è pescarese). Rimanendo in Puglia (come Bassi e Partipilo), pur ritagliandosi la possibilità di viaggiare e arricchirsi. Oppure varcando le Alpi (è il caso di Accardi), per poi rientrare alla base. Ritrovandosi, però, alla prima occasione utile, qua e là. Comunque, con la promessa implicita di rivedersi, di risentirsi. Ognuo per proprio conto, dunque. E, nel bagaglio di ciascuno, un progetto condiviso. Che, un po' di estati e inverni dopo, Mordente Records (la giovane etichetta indipendente lanciata sul mercato proprio da Fabio Accardi, al suo terzo titolo) ha voluto ripescare dalla memoria. Ecco, così, Sound Briefing, un disco ufficialmente licenziato alla fine di maggio e sul punto di essere presentato al pubblico (al Mavù Club di Locorotondo, la notte tra il ventotto e il ventinove luglio, praticamente a ridosso della prima dell'edizione duemiladodici del Locus Festival, che si tiene proprio nella città della Valle d'Itria).
La fatica discografica del gruppo (The Jazz Convention, si chiama) nasce, in realtà, a ridosso dell'incontro live consumatosi nel duemilaundici a Molfetta e prova a misturare un ristretto numero di tributi ad alcuni big del jazz ("Billie's Bounce" di Charlie Parker, "The Rumproller" di Andrew Hill, "Yes I Can, No You Can't" di Lee Morgan) a sette composizioni originali ("Il Fiore Purpureo" griffato da Filippini e già presente in uno dei lavori a suo nome, "Silvesonic" e "Hozic" di Gaetano Partipilo, la serrata "Silly Toy" di Accardi, "In Volo" di Bosso e "Endless Dream" e la ballade "Daniela's Walking" di Bassi). Per inciso, proprio quest'ultimo titolo è dichiaratamente dedicato a Daniela D'Ercole, già compagna (di vita e di musica) del contrabbassista barese, prematuramente scomparsa a New York nel novembre scorso. Dai toni forti e accesi, Sound Briefing (prodotto da Puglia Sounds) è, in definitiva, un hard bop che si fa ascoltare con facilità e che, ovviamente, non dimentica di far spazio agli assoli e alle qualità interpretative dei singoli (particolarmente accattivante, in "Silly Toy", il dialogo tosto e sincero del sax di Partipilo e della tromba di Bosso). Del resto, una reunion è anche l'occasione migliore per divertirsi assieme. O no?

Sound Briefing (Mordente Records, maggio 2012)
Fabrizio Bosso (tromba), Gaetano Partipilo (sassofoni), Claudio Filippini (pianoforte), Giuseppe Bassi (contrabbasso) & Fabio Accardi (batteria)

giovedì 12 luglio 2012

De Santis, cantastorie moderno del Salento


Il cantastorie esiste ancora. Solo che la figura si è evoluta. E si sono evolute la tecnica del racconto, la semantica, l'approccio con la gente che ascolta e applaude, le dinamiche di comunicazione e qualche altro dettaglio ancora. Poi, oggi, c'è internet. E c'è youtube. E da lì, magari, passa parecchia produzione: che raggiunge il pubblico dietro la scrivania, oppure in un qualsiasi luogo che possa ospitare un tablet, uno smartphone o un portatile vecchio stampo. Prima ancora che nelle piazze, come si usava un tempo. Il cantastorie, di questi tempi, è un cantautore popolare: non troppo snob, ma al passo con la quotidianità. Che ne modella il linguaggio, la metrica e qualche altra cosa. Un cantautore che approfitta di serate quasi confidenziali, in questa o quella rassegna. In questa o in quella location: dove, perchè no, si prova a percorrere strade musicali parallele alle più battute, senza glamour e senza troppi effetti speciali, ma con un paio di idee da sviluppare. Pensando che fare musica, fare spettacolo e fare cultura è ancora possibile, attraverso la parola che insegue una rima e un paio di accordi in croce.
Il cantastorie non è ancora un retaggio dimenticato (o da dimenticare) del passato. Ma sopravvive, seppur con fatica grande. In provincia, ovvio, è più facile. E in certi angoli di un'Italia ancora verace lo è di più. Il Salento, ad esempio, è una penisola che sa custodire ancora certi ricordi, certi sapori, certe storie: da raccontare e da sentirsi raccontare. E' un lembo di terra che guarda avanti, ma che pure si rifiuta di segare per sempre il legame con il ritmo ancestrale che una chitarra, una voce e un po' di tradizione possono combinare. Mino De Santis, infatti, arriva da Tuglie. E del suo Salento parla. E, con ironia, sta cominciando a percorrere il Salento per presentare Caminante, il suo secondo disco. Perchè, di questi tempi, il cantastorie (e De Santis lo è: e ci auguriamo che non si offenda, in quanto è una condizione degnissima, è una dote ed è, oltre tutto, una verità) è discograficamente evoluto e, come vedremo, non rinuncia neppure a confezionare quelli che, una volta, si chiamavano videoclip e, adesso, sono veri e propri cortometraggi.
Cantastorie, dunque. O cantautore di estrazione terragna, fa lo stesso. Strumentazione e tonalità essenziali, timbri decisi e semplici, molte strofe, tanti concetti: la ricetta è semplice e funziona puntualmente. Chiaro, è la parola che viene prima dell'elemento squisitamente musicale. E' la parola che comanda. La parola, che poi è la storia, le storie. Storie che vengono da lontano, che dicono di una terra e dei suoi comandamenti, del suo passato e del suo presente, delle sue inclinazioni e delle sua speranze, dei suoi riti pagani e dei suoi drammi. Ma anche della vita dell'uomo qualunque e della morte, dei tic e dei vizi, degli intrighi di provincia e delle picaresche pieghe di un fatto di pubblico dominio. Storie di emigrazione, di partenze e ritorni, di viaggi e di sogni, di costrizioni sociali e di ipocrisie, di piccoli centri e di consuetudini antiche. Storie allacciate da testi diretti, sempre divertiti e, talvolta, intrisi di ruvida schiettezza: come nella migliore tecnica della composizione tradizionale. Testi anche particolarmente verbosi, lunghi e sarrati, da accompagnare con attenzione, per non perdere qualcosa. E per non perdersi nei meandri del dialetto, che comunque si sposa con una certa facilità di vocabolario.
Caminante, che De Santis presenta ufficialmente anche a Martano, nel quadro degli appuntamenti organizzati dall'amministrazione cittadina, è pure l'occasione per riproporre qualche passo della precedente produzione, Scarcagnizzu. E per proiettare, a metà di un live che supera le due ore di durata, Lu Ccumpagnamentu (Il Funerale), un video di una decina di minuti diretto da Gianni De Blasi, griffato Zero Production e realizzato interamente proprio in questo angolo di Grecìa, grazie alla partecipazione di numerosissime comparse rubate alle proprie occupazioni. E', in pratica, il singolo estratto da Caminante che viene lanciato, proprio in questi giorni, sui canali di internet: perchè, dicevamo, cantastorie va bene, ma nel pieno rispetto del tempo che viviamo e del progresso che ci ingloba. Con una finestra aperta su quella storia e su quelle tradizioni dalle quali (chi più, chi meno) veniamo.

Mino De Santis (voce e chitarra) in "Caminante"
Martano (LE), Giardini del Palazzo dei Duchi Gaetani di Castelmola
Estate Martanese 2012

venerdì 6 luglio 2012

Bari in Jazz, programmazione doppia

Nomi inarrivabili. Quest'anno Bari in Jazz si mette a strafare. Per il gaudio magno degli appassionati. Otto luglio: Chick Corea. Ventisette luglio: Keith Jarrett. Entrambi sul palcoscenico nobile del Petruzzelli. Che, poi, sono i protagonisti dei due appuntamenti, diciamo così, fuori cartellone. Ma, se non vi basta, nella quattrogiorni istituzionale c'è pure qualche altro evento davvero niente male: Maria João e Mário Laginha, il sestetto di Paolo Damiani, Maria Pia De Vito e il Progetto Makemba di Majid Bekkas. Tutti insieme, appassionatamente, all'interno del Summer Music Village del lungomare del capoluogo. La kermesse, malgrado i problemi già analizzati in passato, rilancia. Spostando, però, l'obiettivo sui live di prestigio, che dovrebbero catturare il grande pubblico. E tagliando, nel contempo, le date più propedeutiche al progetto originario. Anche per questo, allora, Bari in Jazz perde, alla fine di questa ottava edizione, il suo direttore artistico Roberto Ottaviano: stanco, fa sapere, di dover prendere atto di determinate situazioni quando le decisioni sulla programmazione (che dovrebbero transitare soprattutto da lui) sono state già assunte e ratificate da altri (è il caso dell'ingaggio dei big, direttamente gestiti da Puglia Sounds). E irritato da problematiche varie, già sviscerate su queste colonne negli ultimi due anni. Ma ribadite prima dello start: «Ritengo di aver contribuito a costruire un festival dotato di idee, di una visione, di un'identità. Inseguendo determinate strategie, aggrappandomi a determinate dinamiche, provando a coinvolgere le istituzioni attorno ad un genere musicale che, tradizionalmente, non raccoglie platee oceaniche. E puntando sulla progettualità, più che sull'onda emotiva che certi nomi e cognomi sanno agitare. Ma, quando un direttore artistico vede tradire certe logiche, continuare diventa impossibile. E poi, a mio modo di vedere, nell'organizzazione di un festival ci sono alcune priorità da soddisfare».
Lo spettacolo, però, continua. Partendo dal tre luglio, quando gli acuti e i bassi di Maria João Monteiro Grancha, accompagnati dal pianoforte di Mário Laginha, si dividono il palco con l'Orchestra Sinfonica della Provincia di Bari, diretta da Lorenzo Marini. Symphonic Loves è un montaggio di differenti passaggi musicali (si va da brani mozambicani a composizioni brasiliane, passando ovviamente per il repertorio del suo Paese, il Portogallo) in cui la cantante lisbonese - che non è una fadista, come erroneamente riferito in fase di presentazione da molti media: sarebbe bastato documentarsi, prima - riesce ad offrire una gamma di vocalizzazioni delicate e, contemporaneamente, intense. Oggettivamente, però, la presenza del'orchestra finisce per ingabbiare la sua verve e il suo estro: il meglio, del resto, arriva quando Maria João (cinquantasei anni portati benissimo) duetta con Mário Laginha, pure lui palesemente liberato da vincoli e paletti. E, probabilmente, non aiutano neppure gli arrangiamenti scelti per l'occasione dallo stesso Laginha: tanto che il concerto fatica a decollare, acquisendo pienezza a metà percorso.
Appena ventiquattr'ore e Bari in Jazz bissa: sul palco, questa volta, il violoncellista Paolo Damiani ripropone, ventisette anni dopo, una vecchia idea presentata a Roccella Jonica, dove la matrice jazzistica si fonde con la tradizione sarda. Tracce di Anninnia è una suite in cui la Vanishing Band (formazione riveduta, così come sono riscritti gli spartiti) rilegge le ninna nanne isolane con fantasia, ironia e un po' di spirito free, sottolineato dalle suggessive incursioni e dallo scat di Diana Torto e Lauren Newton, dall'assidua presenza della batteria di Martin France, dagli assoli elettrici del francovietnamita Nguyen Le e dai fiati pastosi di Glenn Ferris e di Roberto Ottaviano. Il terzo appuntamento, invece, nasce dall'incrocio e dalla compensazione delle sonorità che arrivano da tre continenti diversi: l'Africa del marocchino Majid Bekkas e del maliano Ali Keita, l'Europa del sassofonista francese Louis Sclavis e il Sudamerica dell'esuberante Minino Garay. Il Progetto Makemba, sostenuto da un partner consolidato del festival quale è Alliance Française, è un momento riuscito di métissage o, per usare le parole del direttore artistico, di folklore immaginario. Il live, sin da sùbito, si trasforma in un affresco vivo e pulsante dove la commistione musicale abbatte qualsiasi barriera, seminando colori e sapori. Infine, chiude la rassegna (sei luglio) Crossing the Borders, l'incontro tra la voce di Maria Pia De Vito e il quintetto capitanato dal pianista napoletano Francesco Villani. Appositamente pensato per Bari in Jazz, il concerto si nutre di composizioni originali ben assemblate (dei fratelli Villani, di Gianni Falzone e del contrabbassista danese Jesper Bodilsen), alle quali si affancano due sole cover (una è "29 Settembre", resa celebre dagli Equipe '84 e da Lucio Battisti). Quattro situazioni dal vivo in altrettanti giorni: niente, numericamente parlando, in confronto all'edizione precedente, ma qualitativamente degnissime. Attendendo (ma questa è una storia parallela) il piano solo di Chick Corea e, successivamente, Keith Jarrett, Gary Peacock e Jack Dejohnette. Non gente qualsiasi.

Bari in Jazz 2012
Bari, Piazzale Cristoforo Colombo

Maria João (voce), Mário Laginha (pianoforte) & l'Orchestra Sinfonica della Provincia di Bari diretta da Lorenzo Marini in "Symphonic Loves"
03.07.2012

Paolo Damiani (violoncello) & Vanishing Band (Diana Torto: voce; Lauren Newton: voce; Glenn Ferris: trombone; Roberto Ottaviano: sassofoni; Nguyen Le: chitarra elettrica; Martin France: batteria) in "Tracce di Anninnia"
04.07.2012

Majid Bekkas (voce e oud), Ali Keita (balafon), Louis Sclavis (sassofono) & Minino Garay (batteria) in "Progetto Makemba"
05.07.2012

Maria Pia De Vito (voce), Francesco Villani (pianoforte), Valerio Scrignoli (chitarra elettrica), Giovanni Falzone (tromba), Jesper Bodilsen (contrabbasso) & Pierluigi Villani (batteria) in "Crossing the Borders"
06.07.2012

lunedì 2 luglio 2012

Adesso canta. E, allora, balla


Settemiladuecentotrentatre visualizzazioni on line, mentre scriviamo. In un paio di settimane: giorno più, giorno meno. L'estate e il web non si combattono, ma si alleano. E la gente che ama la musica naviga come se il sole non battesse forte, come invece batte. Il videoclip, nel caso specifico, è anche frizzante, ben strutturato, lieve e attraente nello stesso tempo. Ed è una novità assoluta per chi conosceva Camillo Pace, contrabbassista pugliese abituato a supportare una formazione già ben delineata: che si tratti di jazz o di altro. Perchè, da sempre, il ragazzo non conosce recinti musicali, muovendosi agilmente da un punto all'altro dell'universo delle sette note. Solo che, questa volta, il contrabbassista supera la soglia della subalternità in cui lo costringe lo strumento e diventa attrazione principale. Acquistando voce: intesa nell'accezione più letterale. E trasformandosi, senza alcun travaglio interno, anche in cantante, cioè frontman di se stesso e di un gruppo di musicisti, tutti rigorosamente made in Paglia, che gli ruotano attorno.
Basta un po' di coraggio sfacciato, un testo fresco (che, in mesi caldi come questi, allevia un po'), un po' di amici disposti a confezionare il prodotto finale (il video è solare e anche il montaggio è accattivante), una giovane attrice (la martinese Sara Putignano) che aggrazia la scene e una storia semplice (un sogno o la realtà): il clip del singolo "E Allora Balla" è già diventato un must in tutta la Valle d'Itria e anche oltre. Oltre che velocissimo veicolo promozionale di un disco completo (dieci tracce, di cui due esclusivamente strumentali) che Camillo Pace ha già idealmente preparato, ma che uscirà non prima della fine dell'anno. Un disco che non possiede ancora un titolo, nè un'etichetta. Al quale, ovviamente, contribuiranno molti compagni di viaggio collaudati: come Vince Abbracciante, Guido Vincenti, Lello Patruno ed Enzo Iaia, tutti già direttamente coinvolti nel singolo, o come Antonio Lorè, che appare nel video. Nomi ai quali se ne aggiungeranno altri, a ulteriori lavori in corso.
"E Allora Balla", cioè, non è ancora in circolazione, nel senso più classico del termine. O, per eessere più precisi, non è ancora in commercio (brutta immagine: ma occorre pur farsi capire). Eppure, la rete di internet e, più specificamente, il potentissimo canale di youtube l'hanno già promosso, divulgato, dignificato, celebrato. Sorprendendo, per primo, il suo ispiratore. E chi, con lui, ha lavorato ad un progetto nato, come si dice in questi casi, per puro piacere. O per vedere l'effetto che avrebbe innescato. Girata tra i vicoli di Cisternino e Locorotondo e davanti alla chiesa custodita all'interno della Masseria Sant'Elia, in agro di Martina, e costata cinque giorni di lavoro sotto la regia di Nicola Masciullo e la fotografia di Daniele Rizzi (il montaggio è di Graziano De Pace, la scenografia è firmata Fabiana Rizzi), la clip nasce sulla spinta degli apprezzamenti ottenuti, qua e là, da chi ha ascoltato la versione definitiva del brano. E, sicuramente, si appoggia saldamente sulla naturale simpatia di Camillo Pace, universalmente accreditato di una forte impronta comunicativa. E che, comunque, anche in passato si è confrontato con la composizione di testi (ricordiamo, per tutti, "il Volo dell'Angelo", cantata da Connie Valentini nell'album Uhuru Wehtu, di cui abbiamo diffusamente già parlato in questo blog), senza però azzardare il passo successivo, quello dell'interpretazione diretta. Che, a questo punto, sembra una soluzione nuova (o, almeno, un'opportunità in più) sul cammino del musicista martinese. Folgorato, si dice, da un incontro casuale nella notte leccese con la danza improvvisata e imprevedibile di un personaggio fuori dagli schemi. E imbeccato, all'improvviso, dal tastierista ostunese Piero Vincenti. Forse, il responsabile primo di quell'intuizione che potrebbe aver collocato sulla piazza un altro cantautore.

venerdì 29 giugno 2012

Di Voce in Voce, nuovo look

Bari trova il suo contenitore logistico degli spettacoli all'aperto. E' il lungomare che accarezza la città vecchia, lambendo il porto. Piazzale Cristoforo Colombo è il nuovo crocevia delle note d'estate: da qui sono passati (o passeranno) la Festa dei Popoli, Bari in Jazz, live svincolati dall'etichetta di una manifestazione e altri appuntamenti ormai legati alla tradizione musicale del capoluogo e segnati da anni sulle agende degli appassionati. Non solo baresi, ovviamente. Come Di Voce in Voce, rassegna di nicchia (ancora oggi, malgrado la gratuità dell'evento e l'apertura ad una platea che, tuttavia, latita) e di contenuti non sempre dedicati ad un pubblico largo. Ma, piuttosto, a fruitori attenti, sensibili all'uso della parola e dei versi, oltre che alle tonalità speziate che, dai quattro angoli del mondo, attraversano il mare per trovare residenza in Puglia. Particolarità che, peraltro, la vecchia collocazione (l'auditorium della Vallisa: anche se, sino all'anno scorso, i live si concentravano in autunno) sembrava avvalorare, rafforzare. Ma l'esigenza sfrenata di spettacolo avanza sempre più speditamente, impietosa: a costo di costringere pure i concerti di maggior qualità alla globalizzazione culturale, allo struscio sotto il palco e alla birra che scorre vicina. E dovremo pur farcene una ragione, dimenticando l'intimità di un tempo. O quelle atmosfere sulle quali il cartellone ideato da Giuseppe De Trizio e dall'associazione Radicanto si è ispirato, appoggiato e alimentato nelle prime edizioni. Alle quali, onestamente, ci eravamo affezionati. E per le quali, alrettanto onestamente, proviamo già una solida nostalgia. Ma, del resto, le sponsorizzazioni aiutano a sopravvivere: e certi passi diventano obbligatori, a volte.
Quest'anno, poi, l'avvio della programmazione musicale coincide con gli Europei del pallone. E la prima delle due giornate in cui viene spalmato Di Voce in Voce si scontra addirittura con la seconda semifinale del torneo continentale. Quindi con l'Italia di Prandelli e la Germania di Loew. Praticamente, con la continuazione ideale di un'insostituibile storia calcistica. Risultato: la programmazione slitta di un'ora e mezza (si parte con la proiezione su maxischermo della partita) e si comprime nei tempi. Inevitabile, allora, che - tra agitazioni, distrazioni e residui di tifo - qualcosa si perda: in intensità e in delicatezza, innanzi tutto. Ma questo è. Però, la prima tranche della rassegna porta in dote la presentazione di due cd, di uscita freschissima: Arriva la Banda e Casa. Il primo, sottofirmato da Puglia Sounds, è la nuova proposta discografica dei Bandadriatica, formazione di impatto consolidato e dai balcanismi sempre robusti, modellati con la consueta digeribilità. La ciurma di Claudio Prima continua a spostarsi di porto in porto, tra scirocco e libeccio, grecale e tramontana, licenziando undici tracce alle quali, in sala di registrazione, collaborano tre tra le migliori voci del Salento: Cinzia Villani, Maria Mazzotta ed Enza Pagliara. Cover a parte ("Come Fanno i Marinai", omaggio a Lucio Dalla spuzzato di rebetiko: il gruppo salentino, evidentemente, ha anticipato sui tempi anche Capossela), la ricetta è quella solita: ai momenti di frenesia pure si alternano oasi di vero e proprio cantautorato, di sapido gusto popolare. Nell'esibizione dal vivo, tuttavia, viene a mancare il violoncello di Redi Hasa, ma non un paio di rifermenti a Maremoto, il fortunato lavoro precedente: di cui Arriva la Banda appare la naturale continuazione artistica.
Casa, invece, è l'ultimo album confezionato dai Radicanto, che raccoglie (e, contemporaneamente, rivisita) canti e composizioni della vasta area mediterranea, avvalendosi anche della voce e della verve di un vecchio amico come Raiz, ex leader degli Almamegretta, che così torna ad esibirsi con il gruppo fondato da Giuseppe De Trizio. L'esibizione si carica di volumi, si presenta con una veste decisamente più moderna, più elettrica. Raiz, sul palco, finisce per catturare molti spazi per sè e, probabilmente, le tonalità più tradizionali del gruppo finiscono per essere stravolte. Ma il percorso musicale resta ugualmente genuino e fantasioso. In chiusura, poi, Radicanto e Bandadriatica si ritrovano assieme sul palco dove, immediatamente dopo, vengono raggiunti dalla Sossio Band, che peraltro ha aperto il cartellone della prima serata. Le vigorose tonalità del settetto gravinese engono riassunte in "Muretti a Secco", un disco abbastanza recente in cui si incontrano ritmi serrati, ricorrenti commistioni musicali e testi terragni (in dialetto murgiano), ma anche socialmente impegnati, dove emergono il sassofono di Francesco Sossio e la voce della versatile Loredana Savino, che ricordiamo coinvolta pure in altre situazioni differenti (con l'ensemble vocale Le Nuvole, ad esempio).
E' di prestigio particolarmente alto, invece, l'ospite della serata conclusiva della rassegna: Francesco De Gregori accompagna Ambrogio Sparagna e la sua Orchestra Popolare Italiana dell'Auditorium del Parco della Musica. E' uno di quei casi in cui la musica popolare si fa musica d'autore. E viceversa. Le due anime si intrecciano agili, si completano. Sparagna dirige e puntella, De Gregori (più sciolto e comunicativo di altre occasioni dal vivo) piazza qualcosa del suo repertorio, scommettendo anche sulla produzione degli anni settanta ("Ipercarmela", "Santa Lucia"), senza dimenticare il decennio successivo. Dai versi musicati di Dante si finisce così a "Terra e Acqua", "La Ragazza e la Miniera", "Sotto le Stelle del Messico a Trapanar", a "Stelutis Alpinis" (che poi è un pezzo del patrimonio popolare rivisitato e rivalutato proprio dal cantautore romano) e alla più recente "Volavola". Oltre tutto, tra un brano e l'altro, spunta anche Raffaello Simeoni, uno che sa catturare l'attenzione, che viaggia sul filo delle emozioni. Con De Gregori, è logico, arriva anche la gente e il piazzale si riempie. Ma ci piace ricordare per l'eleganza i due momenti che precedono il clou: prima il quintetto di Maria Giaquinto si perde tra composizioni pugliesi, andaluse e sarde, rimescolando le frontiere e provando anche a riproporre la versione napoletana (di Teresa De Sio) di un brano scritto dal brasiliano Lenine e quella in reatino di "Ebla", del già citato Simeoni (e, quindi, dei Novalia). Quindi, immediatamente dopo, il gruppo formato da Francesco Piepoli (la sua voce è, contemporaneamente, punto di riferimento, guida e colonna portante del progetto) spazia tra ballate tradizionali irlandesi, britanniche e qualche autore degli anni settanta come John Martin. Il marchio di fabbrica di una rassegna come Di Voce in Voce nasce proprio qui, tra queste progettualità.

Di Voce in Voce 2012
Bari, Piazzale Cristoforo Colombo

28.06.2012

Sossio Band (Francesco Sossio: voce e fiati; Loredana Savino: voce; Pasquale Barberio: fisarmonica; Tommaso Colafiglio: chitarra; Gianfilippo Direnzo: basso acustico; Michele Marrulli: tamburi a cornice; Pino Basile: percussioni) in "Muretti a Secco";

Bandadriatica (Claudio Prima: voce ed organetto; Giuseppe Spedicato: basso; Emanuele Coluccia: sassofono; Andrea Perrone: tromba; Vincent Grasso: clarinetto; Gaetano Carrozzo: trombone; Ovidio Venturoso: batteria) in "Arriva la Banda";

Raiz (voce) & Radcanto (Giuseppe De Trizio: chitarra; Fabrizio piepoli: voce, basso e loop; Adolfo Lavolpe: chitarre e bouzouki; Giovanni Chiapparino: fisarmonica; Francesco De Palma: batteria) in "Casa"


29.06.2012

Maria Giaquinto Quintet (Maria Giaquinto: voce; Giuseppe De Trizio: chitarra; Adolfo lavolpe: chitarra elettrica e basso elettrico; Giovanni Chiapparino: fisarmonica; Francesco De Palma: batteria);

Fabrizio Piepoli Quartet (Fabrizio Piepoli: voce e chitarra; Adolfo Lavolpe: chitarra elettrica; Alessandro Pipino: Nord Sage; Francesco De Palma: batteria);

Francesco De Gregori (voce) & l' Orchestra Popolare Italiana dell'Auditorium del Parco della Musica diretta da Ambrogio Sparagna

lunedì 4 giugno 2012

Quindici anni di Fasano Jazz (e dintorni)




Quindici anni (e altrettanti cartelloni) sottintendono anche l'ingresso certificato nell'immaginario collettivo del popolo che ama e insegue la musica. E quindici edizioni di Fasano Jazz, in qualche maniera, significano parentela prossima con la tradizione. Non è neppure facile resistere e rinsaldare le fondamenta del progetto: oggi meno di ieri. Ma, alle amministrazioni comunali che si sono succedute, va dato atto e merito di aver creduto e di continuare a credere in quella che resta una delle manifestazioni più blindate della regione. E a Domenico De Mola, il suo direttore artistico, è giusto riconoscere l'ostinazione e la gelosa custodia del marchio. Nato, come suggerisce la sua ragione sociale, attorno al jazz. E, successivamente, allargatosi verso altri sapori. Soprattutto gli ultimi anni, del resto, hanno apertamente accarezzato tonalità più rockettare, abbracciando il mondo del progressive. Sfiorando, qua e là, anche il blues. Una ricetta, questa, che sembra appagare sempre più chi lavora dietro le quinte: come la programmazione del duemiladodici (Complanare Blues Band, Alex Carpani Band, Polaris Duo, Corrado Sgura Group, Fluido Rosa, Borstlap&Gatto, Area più Maria Pia De Vito), approntata in collaborazione con Le Nove Muse, conferma.
Dunque, a giugno, come ogni anno, l'estate pugliese delle note parte idealmente da questo appuntamento: dislocato, per l'occasione, tra il Portico delle Teresiane, il Cinetatro Kennedy e il Teatro Sociale. Dove, per la terza serata (le date, complessivamente, sono sei), sale sul palco Boris Savoldelli, acrobata vocale che fluttua tra il funky e il rock, il jazz e il pop. Seguito, più tardi, dal trobonista barese Gianluca Petrella e dal pianista Giovanni Guidi, coppia attinta dalla New Generation di Enrico Rava e sostanzialmente inattesa (la situazione, di fatto, sostituisce l'esibizione inizialmente prevista dell'indisposto Paolo Fresu e di Daniele Di Bonaventura). Savoldelli, peraltro, da Fasano Jazz ci è già passato, nel 2009. E, armandosi di canto e loop, si perde in una miriade di giochi vocali, dedicandosi alla propria passione: la sperimentazione. Niente basi preregistrate: solo il supporto di un duplicatore di suoni e talento. Con cui ci si può ironizzare anche sopra: «Avrei voluto fare musica con una vera e propria orchestra, ma il mio conto in banca l'ha sconsigliato. E così ho deciso di fare tutto da solo».
Il vocalist di Pisogne, in realtà, ci mette un po' di tutto. «Vengo definito un cantante di jazz, un'etichetta che mi onora molto. Ma, se per jazz si intende l'accezione più classica, non lo sono». In scaletta, tra un pezzo e un altro, spunta anche un tributo a Monk: ma non c'è spazio per gli standard (e la scelta, se ci consentite, è giusta). «Del resto, cerco di allontanarmi il più possibile da quello che è già stato eseguito e proposto da altri: soprattutto, per una forma di rispetto». Mezz'ora dispendiosa, vorticosa. Ma Savoldelli, in fine di serata, tornerà a cantare: affiancando in una suite di tre brani (più il bis) Petrella e Guidi. Che si inseriscono perfettamente nell'atmosfera della serata: perchè anche qui si ricorre massicciamente alla sperimentazione. Pianoforte e trombone si corteggiano, rincorrendosi in un gioco di ammiccamenti: ora sottili, ora scorbutici, ora più intimi. E, come accade in casi come questo, l'improvvisazione si ritaglia uno spazio tutto proprio, ampio: finendo con il modellare il live. Dove si scherza abbastanza. E si suona: molto.

Boris Savoldelli (voce e loop)

Giovanni Guidi (pianoforte) & Gianluca Petrella (trombone)

Fasano (BR), Teatro Sociale
Fasano Jazz 2012