venerdì 13 gennaio 2006

Dischi - The Way I Like (Berardi Jazz Connection)

Il senso (delle cose, della musica: fate voi) che piace. «The Way I Like» è il cd appena confezionato da due musicisti fortemente tarantini e da tempo avvolti nella propria dimensione jazzistica. Il primo si chiama Ettore Carucci, pianista già prestatosi a diverse formazioni regionali e affezionato compagno di viaggi di Guido Di Leone, tanto per fare un nome. Il secondo è il batterista e percussionista Francesco Lomagistro, peraltro dedicatosi – in un passato niente affatto lontano – anche alla cura del blues live. Un cd, «The Way I Like», che peraltro si avvale di sinergie qualitativamente interessanti: nelle dieci tracce del disco, difatti, troviamo il lavoro dei contrbbassisti Giuseppe Bassi (da Bari) e Marco Bardoscia (da Lecce), della vocalist Paola Arnesano (presente nel brano "Estou Falando de Amor", da lei stessa composto), del sassofonista Vincenzo Presta, di Emanuele Coluccia (al sax tenore), di Andrea Sabatino (alla tromba), del già citato Guido Di Leone (sua la chitarra in "Over Leaf") e di Christian Lisi (al contrabbasso in Amorio). Dieci tracce, per la cronaca, racchiuse in un album registrato nello scorso mese di giugno per l’etichetta Antibemusic, e tutte arrangiate dalla Berardi Jazz Connection: dalla premiata ditta Carucci&Lomagistro, appunto.
Il lavoro, distribuito dalla romana Goody Music, si presenta anche bene (la copertina, realizzata nella penombra della metropolitana di Barcellona, è intrigante) e lascia trasparire l’esigenza di misturare le tonalità tradizionalmente più legate al jazz (è il caso di "Amorio", traccia numeo otto) con sonorità più calde, proprie del mondo latino (si spiega così la presenza di un brano dall’inequivocabile timbro brasiliano, quello di Paola Arnesano, di "Jive Samba" di Nat Adderley, di "Walking With My Sons" o di "Una Más", di K. Dorham). Anche "Offside", il pezzo che apre l’album, possiede un ritmo viace, fluido, persino frizzante (bello l’intervento dei fiati). "Mr. Rhodes", invece, è un omaggio personale di Ettore Carucci al Fender Rhodes largamente utilizzato in questa traccia e, più in generale, in tutto il cd (è ben presente anche in "Over Leaf"). Il tutto per un prodotto globale fresco e godibile. La musica, del resto, deve seguire il suo percorso. E il senso è quello giusto. Quello che piace.

The Way I Like (Antibemusic, 2006)

Berardi Jazz Connection (Ettore Carucci: piano e fender rhodes; Francesco Lomagistro: batteria, percussioni e vibrafono; Giuseppe Bassi: contrabbasso; Marco Bardoscia: contrabbasso; Christian Lisi: contrabbasso; Paola Arnesano: voce; Vincenzo Presta: sax tenore; Emanuele Coluccia: sax tenore; Andrea Sabatino: tromba; Guido Di Leone: chitarra)

(pubblicato dal mensile "Pigreco")

lunedì 3 ottobre 2005

Note intime

La musica di Gianluca Petrella sembra diventare più erudita. E il concerto presentato dal giovane trombonista barese e dal contrabbassista Furio Di Castri all’interno della chiesa rupestre di San Pietro Barisano a Matera (ad ottobre, per la rassegna «Gezziamoci» dell’Onyx Jazz Club) ha saputo riservare note pensate, intuiti intrisi di sperimentazione e momenti di buon jazz, sapientemente miscelati con la natura non propriamente jazzistica (non sempre, almeno) degli standard eseguiti (da “Light My Fire” dei Doors a “Brazil”, giusto per fare due esempi). Musica meno sparata, insomma. E propedeutica al concerto stesso, assolutamente acustico e tenutosi in un luogo particolare, peraltro di ridotte dimensioni, quasi intimo. Location, questa, che ha addirittura suggerito a Petrella e Di Castri di cambiare – quasi in corsa – abitudini: e sì, perchè l’elettronica (che i due musicisti hanno cominciato ad utilizzare stabilmente) è apparsa a quel punto superflua. Spazio, dunque, a note spesso sussurrate e al talento di ciascuno, senza accoppiamento tecnologico. Il tutto per una scaletta che ha regalato anche una puntata nel mondo di Ornette Coleman (“Congeniality”) e in quello di Monk (“Let’s Cool One”) e di Ellington (“The Blues”).Per la cronaca, il duo Petrella-Di Castri ha inaugurato il ciclo invernale di “Gezziamoci 2005”, che a novembre proporrà altre due situazioni (ci sono il trio di John Scofield e la The Bass Gang), mentre a dicembre porterà sul palcoscenico dell’Auditorium comunale di Piazza Sedile, sempre a Matera, il quintetto di Paolo Fresu, offrendo anche iniziative diverse (quali il live degli allievi e dei docenti del progetto «PerCorsi Sonori e la voce recitante di John De Leo in Belcanto, Pierino e il Lupo: favole per voci, strumenti musicali, anime fanciulle e gli Ottoni di Basilicata).

Gianluca Petrella (trombone) e Furio Di Castri (contrabbasso)

Matera, Chiesa di San Pietro Barisano

Gezziamoci 2005

(pubblicato dal sito www.levignepiene.com)

venerdì 12 agosto 2005

Dischi - Of Course! (Mimmo Campanale)

Mimmo Campanale, naturalmente. Anzi, Mimmo Campanale, of course. Il batterista tranese è, praticamente da sempre, uno dei musicisti pugliesi più dinamici. Cioè, più utilizzati: da quelle formazioni che movimentano gli inverni e le estati di questo angolo di mondo dove la musica – e il jazz, nello specifico – riesce (sempre e comunque, nonostante le critiche dei più scettici e la recessione economica di tipico stampo italico) a ritagliarsi un proprio spazio vitale in cui germogliano e coincidono tecnica, passione, divertimento, studio, sperimentazione, contaminazione e altro ancora.
E sì: Campanale, da queste parti, si è misurato spesso, continuamente: con la grinta che non travalica mai la giusta misura. E affiancando diversi compagni di viaggio: da Mario Rosini a Guido Di Leone, passando per Mirko Signorile e per l’erudito cammino di Davide Santorsola. Senza smettere di coltivare l’idea di fabbricarsi un proprio spazio. E una propria produzione. Come quella in circolazione da meno di due mesi. «Mimmo Campanale, of course!» è un cd realizzato ad otto mani in cui il band leader si circonda della puntualità e della perizia di Maurizio Quintavalle (uno dei contrabbassisti storici di Puglia), Nico Stufano (chitarrista storico della Bari jazzistica che non rinuncia a sonorità più moderne, cioè più elettriche) e Nicola Andrioli (di lui, brindisino, ventitreenne, Pigreco ha già parlato bene: adesso vive per sei mesi all’anno a Parigi, dove sta affinando il suo indiscutibile talento).
E proprio di Nico Andrioli è "Si Kar Bi Si Barak Bi", brano vivace e fresco (dove emerge il contrabbasso di Quintavalle) che apre l’album, composto da altre sei fasce ("Andrea Be Quiet" è dello stesso Quintavalle; la più intima "Dear Karol" e la più mediterranea "Maki Papi!" portano la firma di Campanale; "Call 65 – 65" è una composizione di Nico Stufano; "Giants Steps" e "People" sono due cover, rispettivamente disegnate da John Coltrane e J. Styne). Il disco si rivela sùbito equilibrato nelle sonorità, rifinito, sobrio e, nel contempo, frizzante. E, soprattutto, assolutamente aperto alla libera interpetrazione di ciascun protagonista: interessante l’assolo di Campanale in "Giant Steps", quello di Stufano in "Call 65 – 65" e l’impronta di Andrioli in "Dear Karol". Il prodotto finale, detto per inciso, soddisfa ampiamente: perchè si fa ascoltare volentieri. Che è poi l’unica vera motivazione che dovrebbe animare il musicista in sala di incisione.

Of Course! (autoprodotto, 2005)
Mimmo Campanale Quartet (Mimmo Campanale: batteria; Nico Andrioli: pianoforte; Nico Stufano: chitarre; Maurizio Quintavalle: contrabbasso)

(pubblicato dal mensile "Pigreco")

venerdì 20 maggio 2005

Graffiando il silenzio

Atmosfere brasiliane – diciamo anche erudite, ma pur sempre brasiliane – e italiche note d’autore. La rivisitazione della bossa nova, tanto gusto classico che ricorda anche e soprattutto Villa Lobos e il jazz europeo. L’incrocio si ripete: anzi, la commistione carbura. E la proposta si allarga, generando nuove tournée. La sana abitudine, cioè, si consolida, diventando motivo di soddisfazione, soprattutto a certe latitudini, dove è ancora possibile ascoltare musica brasiliana di qualità: ringraziando il concetto di contaminazione. Che, talvolta, induce a dubitare. O diffidare. Ma, che – sempre più spesso – offre date e situazioni altrimenti fruibili a fatica. Guinga e Gabriele Mirabassi: insieme ancora una volta, sempre più spesso. Soprattutto per pubblicizzare «Graffiando il Silenzio», il loro ultimo lavoro. Ultimamente (e prossimamente), attraverso molta Europa (Olanda, Austria, Inghilterra) e Stati Uniti. E, ovviamente, ospiti graditi anche in Italia: da Bologna a Roma, da Asti a Trieste. E applauditi anche a Lecce, nell’ultimo live della sezione invernale della rassegna Jazle 2005, curata dall’associazione culturale Dodicilune. Una rassegna che, ciclicamente, propone un po’ di Brasile all’interno di un cartellone di forte matrice jazzistica (quest’anno, per la cronaca, sul palco del Teatro Paisiello si sono alternati Bob Mintzer, il trio di Andrea Pozza, lo Steve Turre Quartet, Kenny Wheeler e John Taylor ).
Guinga e Gabriele Mirabassi: una voce (fugace e vellutata, apparsa in un solo pezzo), una chitarra (puntuale, ricercata, talvolta accademica) e un clarinetto (quello dell’artista perugino, virtuoso e ispirato). Misturando tutto, ne esce un repertorio incisivo, raffinato, elegante. Di matrice colta, ma popolare quanto basta: dove emerge la cura del particolare, del dettaglio. E una robusta dose di ironia: all’interno di uno spettacolo niente affatto legato o ingessato. Né stantio: ma vivo, intenso. E denso. Dove fioriscono un interplay assoluto e una complicità collaudata. E un’amicizia consolidata. «Ogni sera Guinga rinnova un’emozione fortissima. E’ un bel personaggio», fa sapere Mirabassi alla gente. Che ascolta in silenzio. Un altro sucesso, di questi tempi sgarbati.

Guinga (voce e chitarra) & Gabriele Mirabassi (clarinetto)
Lecce, Teatro Paisiello
Jazle 2005

(pubblicato dal sito www.levignepiene.com)

sabato 19 marzo 2005

Dischi - My Love and I (Giuseppe Bassi)

«Le undici tracce di questo cd hanno un comune filo conduttore: il sentimento. E l’amore per la musica. Perchè la musica è il mio amore. E perchè la musica è il mio modo di amare. Sì, quello che unisce e cementa l’intero lavoro è soprattutto la passione». Parole chiare, semplici. Dettate da un personaggio genuino, schietto. E, crediamo, anche assai idealista. Che ha deciso di registrare in studio e di divulgare una parte delle proprie sensazioni e della propria recente produzione, affidandosi al marchio Philology e alle capacità distributive della IRD. E assemblando un prodotto interessantissimo, dove emergono le virtù di ogni singolo artista coinvolto nel progetto e la selezione (curata) degli standard inseriti.
Il personaggio è Giuseppe Bassi, contrabbassista che attraversa uno dei momenti più prolifici del proprio percorso artistico. E che, ultimamente, si distribuisce con altissima frequenza nelle location jazzistiche più attive della Puglia: accompagnando diverse situazioni e diventando parte integrante di progetti diversi, ovvero partoriti da soggetti differenti. Il disco, invece, è My Love and I, presentato a marzo al Uéffilo di Gioia del Colle e al Taylor’s di Bitritto: laddove, cioè, si stanno rincorrendo molte di quelle note che non devono passare inosservate: senza distinzioni di provenienza. Dove, anzi, si è installata l’abitudine (buona) di guardare molto in casa propria. Prima ancora che altrove.
Bassi, del resto, maturava da un po’ l’idea di regalarsi quello che oggi costituisce, di fatto, il terzo album confezionato a suo nome. Idea concretizzatasi in un cd in cui il ragazzo di Bari, trentaquattrenne magistrato mancato, non è solo esecutore di note, ma anche autore di spartiti. Come nel caso di "Big Eyes", o di "Sweet King Kong!", oppure di "Jazz in Love", o – ancora – di "Your Double Smile" (dedicata ad una ragazza etiope, adottata a distanza) e di "God Bless The Dog". Brani che si affiancano, per esempio, a "Love for Sale" di Cole Porter, "Never Let Me Go" (di Livingston ed Evans) e "Sugar" di Stanley Turrentine. All’esecuzione dei quali compartecipano Fabrizio Scarafile, sassofonista cistranese ormai maturo per gli appuntamenti di prestigio, il pianista brindisino Nicola Andrioli (seguitelo con attenzione, possiede talento e un’età giovanissima) e il più navigato batterista tranese Mimmo Campanale.
«Tutta gente pugliese, mi piace sottolinearlo. Come pugliesi sono il chitarrista Guido Di Leone, la vocalist Paola Arnesano e un altro pianista, il tarantino Ettore Carucci, che hanno voluto omaggiarmi del loro apporto in Portrait, Love for Sale e Blues in the Closet. L’unico straniero – continua Bassi - è il genovese Dado Moroni, che si esibisce al contrabbasso proprio in Blues in the Closet, offrendo una performance straordinaria che, lo dico senza problemi, finisce per oscurare la mia. Ma questo non è affatto un problema. Tutti pugliesi, dicevo: dai musicisti ai produttori, dal grafico al fotografo. Che, per l’occasione, è un tarantino, Marcello Nitti. Il quale mi ha consigliato di scattare le immagini che illustrano il cd sul lungomare di Taranto, che è uno dei luoghi più affascinanti di Puglia. Si tratta di foto realizzate in bianco e nero, controluce: della scelta sono contentissimo».
Dentro My Love and I , però, c’è anche posto per Pietro. «Giusto. Pietro è il mio cane e a lui è dedicata "God Bless the Dog". Anzi: la voce, in quel pezzo, è la sua. Non solo: ha seguito da vicino tutte le prove, rifugiandosi sotto il pianoforte. E’ il mio modo di ricambiare tutto l’amore che mi ha tributato in questi anni. Ed è sicuramente una scelta fuori dal normale: una delle tante del sottoscritto.Tracciata sul solco dell’ironia, che riempie il disco intero. Un disco che si nutre del tepore dei suoi suoni, delle sue note. E del calore del mio amore».

My Love and I (Philology, 2005)
Giuseppe Bassi (contrabbasso), Fabrizio Scarafile (sax tenore), Nicola Andrioli (pianoforte) & Mimmo Campanale (batteria). Guest Dado Moroni (pianoforte), Guido Di Leone (chitarra), Paola Arnesano (voce) ed Ettore Carucci (piano)

(pubblicato dal mensile "Pigreco")

martedì 15 marzo 2005

Giovani di successo. Che verrà

Giovani, giovanissimi. Di talento rampante. E già sui palcoscenici europei: giusto per sottolineare che il jazz non possiede confini. E che ama diffondersi rapidamente, valicando ogni frontiera. Sono quattro: e ognuno di loro arriva da un angolo diverso d’Europa. Il leader è Andy Davies e il sound della sua tromba arriva dall’Inghilterra. Lorenzo Bassignani è il bassista italiano. Reinis Axelsson è il batterista svedese. E Eivind Lodemel si è avvicinato al pianoforte in Norvegia. Insieme, propongono tonalità (inaspettatamente) calde che, probabilmente, stridono con il forte quoziente di nordicità del gruppo. Senza intaccare, peraltro, la compostezza della loro musica e, più in generale, del confezionamento del concerto.
L’Andy Davies Quartet sta presentando il suo primo (e omonimo) lavoro discografico, mostrando coesione e dispensando improvvisazioni interessanti. Ma, soprattutto, Il repertorio - godibile - sa catturare le attenzioni di chi ascolta. Esattamente quello che è accaduto al Uéffilo di Gioia del Colle a metà marzo, nel live che ha caratterizzato l’unica tappa italiana al sud dell’ensemble, già passato anche per il Giappone. Un live (arricchitosi, nella seconda parte, con la voce di Chrissie Oppedisano, prestata in tre brani) che voluto anche fortificare il già ottimo rapporto stabilitosi tra la cantina di Filippo Cazzolla, inaugurata a metà dello scorso dicembre, e il jazz (non solo di casa nostra).
E sì, perchè l’eno-food-jazz club di via Boscia, all’interno delle sue mura cinquecentesche ha già ospitato in quattro mesi di attività – con la collaborazione di Jazzitalia– Daniele Scannapieco, Antonio Onorato, Joe Amoruso, Maurizio Giammarco, il bopper canadese Bob Bonisolo, Marco Tamburini, JD Allen & il Fabio Morgera Quintet e alcune formazioni rigorasamente pugliesi (per esempio quella capitanata da Larry Franco, il quintetto di Cinzia Tedesco, il quartetto di Giuseppe Bassi e il Cinzia Eramo Trio, che ha riletto alcune composizioni di Duke Ellington). Senza contare gli appuntamenti in programma nel corso di aprile: ingredienti, questi, che hanno ormai eletto lo Uèffilo (uèffile, in dialetto gioiese, significa sorso di vino) nella cerchia ristretta delle location di riferimento del jazz, come – del resto – dimostrano le sempre più frequenti jam session organizzate da Guido Di Leone.

Andy Davies Quartet (Andy Davies: tromba; Eivind Lodemel: pianoforte; Lorenzo Bassignani: contrabasso; Reinis Axelsson: batteria)
Gioia del Colle (BA), Uèffilo Cantina a Sud

(pubblicato sul mensile "Pigreco")

lunedì 14 febbraio 2005

Dischi - Perche (Folkabbestia)

I Folkabbestia ci riprovano. Con l’ironia di sempre e con quella capacità di miscelare il proprio patrimonio musicale - che nasce nella quotidianità degli eventi - con le sonorità folk e quelle più moderne che si avvicinano al rock d’autore. Passando, magari, per quelle esperienze maturate negli ultimi tempi, che hanno portato la band barese ad oltrevarcare i confini regionali (i tempi de "U Fricchettone", irriverente e fortunatissima salsa appulo-irlandese, sono sorpassati, anche se niente affatto rimossi) e ad esibirsi – sempre più frequentemente – nel resto dell’Italia e anche all’estero (soprattutto in Germania, ultimamente). E, perchè no, passando per quell’impresa di resistenza fisica costituita dalla maratona musicale (un’esecuzione si è protratta per trenta ore) effettuata nel novembre del duemilatre all’interno dell’Auditorium Demetrios Stratos di Radio Popolare a Milano e già assorbita dalla sacralità dei registri del Guinness (il primato è mondiale).
Da febbraio, è questa la novità, il mercato discografico nazionale propone l’ultima disco del gruppo pugliese (Lorenzo Manarini: voce e chitarra; Nicola De Liso: batteria; Francesco Fiore: basso; Fabio Losito: violino; Pietro Santoro: fisarmonica): il cd, presentato ufficialmente nello spazio che la Feltrinelli di Bari mensilmente destina ai live e ai vernissage, si chiama Perche (proprio così, senza accento), è prodotto dalla milanese UPR Folkrock ed è distribuito da Edel.
«Perche – 44 Date in Fila per Tre con il Resto di Due», che si avvale della produzione artistica di Alessandro Finax – componente dei Bandabardò - e di diciannove tracce, è in realtà una rivisitazione dal vivo del percorso tracciato sin qui dai Folkabbestia: infatti, a parte due brani inediti incisi in studio ("Perche", che offre il titolo all’album, e "Un Altro Giorno") e tre cover ("Cicce Pè", "Tambureddu" e il celebre "Vulesse Addeventare nu Brigante", canto tradizionale lucano), gli altri pezzi del mosaico costituiscono una selezione effettuata negli oltre cinquecento concerti consumati sin qui.
Gli arrangiamenti, tuttavia, sono stati curati in studio. Così come è volutamente curata la riscoperta della canzone d’autore italiana, opportunamente rivisitata: "Tambureddu", per esempio, è un brano reso celebre da Domenico Modugno, uno di quegli autori verso cui i Folkabbestia non hanno mai nascosto di ispirarsi. Un brano che, però, non condiziona il binario imboccato da tempo dall’ensemble pugliese: per la quale i temi sociali più scottanti restano fonte artistica inesauribile.

Perche (UPR Folkrock, 2005)

Folkabbestia (Lorenzo Manarini: voce e chitarra; Nicola De Liso: batteria; Francesco Fiore: basso; Fabio Losito: violino; Pietro Santoro: fisarmonica)

(pubblicato dal mensile "Pigreco")

sabato 22 gennaio 2005

Giù il cappello. A cilindro

La giovane canzone d’autore italiana si agita ancora. E si evolve. Affacciandosi sui binari di una contaminazione che, magari, allarga progressivamente i propri orizzonti. Spiando, perchè no, soluzioni nuove e percorribili. E, ovviamente, cercando il punto di incontro tra note e parole, tra testo e spartito. Il cantautorato, cioè, resiste tuttora: ramificandosi. E fornendo più o meno puntualmente nomi e cognomi da scoprire. Purchè ci si doti di volontà e pazienza: in quanto la ricerca è ostica. E perchè i germi dell’appiattimento (culturale, artistico, musicale, sociale, intellettuale: fate voi) contagiano organizzatori e pubblico. Oggi come ieri. O, forse, oggi più di ieri. E purchè emerga l’esigenza di offrire un prodotto sempre stimolante, anche se sconosciuto sulle piazze in cui si opera.
Popularia, in questi concetti, ci crede da un po’ e continua a crederci: con non poche difficoltà da oltrevarcare. Appoggiandosi (anzi, sorreggendosi) sulla forza imprenditoriale di Mario Pagliara e sulla buona reputazione musicale assorbita nel tempo dall’Osteria Vecchie Storie di Lizzano. Dove, all’interno della rassegna Strane Storie, a metà gennaio, il Cappello a Cilindro – band laziale emergente – ha spiegato e presentato le proprie idee e il proprio sound. Un sound, peraltro, impastato di ritmo e di senso della comunicazione, elementi concentrati in un live pieno, ma anche snodatosi con facilità.
Musica d’autore, dunque. Interpretata con brio e cavalcata dai fiati, talvolta balcaneggianti, talvolta semplicemente spumeggianti, assai spesso consacrati alle sonorità dello ska. Musica d’autore misurata dall’ironia e temperata da testi non eccessivamente inquietanti e niente affatto ermetici o socialmente ponderosi. L’ottetto dei Castelli Romani (Emanuele Colandrea: voce, chitarra e, all’occorrenza, percussioni; Matteo Scannicchio: tastiere e fisarmonica; Santi Romano: basso elettrico; Corrado Maria De Santis: chitarra elettrica; Fabrizio Colella: batteria; Simone Nanni: tromba e flicorno; Carmine Pagano: trombone; Augusto Pallocca: sassofono) trasmette, in realtà, pensieri di quotidiana esistenza, dotandoli di effervescenza e leggerezza. Irrorando il concerto di un soddisfacente quoziente di maturità musicale e di una spontanea esplosività.
«Evidentemente, c’è ancora qualcosa di nuovo da dire, nel panorama della musica italiana»: parole di Roberto D’Ostuni, che con Massimo Raho cura la direzione artistica del cartellone Strane Storie. Parole buone a riassumere un’ora e mezza di musica frizzante, ricca di note e arrangiamenti, in qualche frangente persino caposseleggiante (in occasione di "Ultimo Waltzer" e di "Mal di Schiena", ad esempio), in cui la formazione del Cappello a Cilindro ha pure colto l’opportunità di pubblicizzare «Poeticherie», la sua prima fatica discografica (sia detto: il disco è assai più misurato del live) generata nel duemilaquattro. Che si propone di precedere ulteriori intuizioni godibili e felici.

Il Cappello a Cilindro (Emanuele Colandrea: voce, chitarra e percussioni; Matteo Scannicchio: tastiere e fisarmonica; Santi Romano: basso elettrico; Corrado Maria De Santis: chitarra elettrica; Fabrizio Colella: batteria; Simone Nanni: tromba e flicorno; Carmine Pagano: trombone; Augusto Pallocca: sassofono)

Lizzano (TA), Osteria Vecchie Storie

Popularia 2005

(pubblicato dal mensile "Pigreco")

sabato 11 dicembre 2004

Dischi - Isole di Jazz (Di Leone Trio & Ottonando)

La già ricca discografia di Guido Di Leone si amplia con il recentissimo ingresso sul mercato del cd «Isole», presentato ufficialmente tra novembre e dicembre dallo stesso chitarrista barese. Che, per l’occasione, è stato affiancato dal contrabbassista Giuseppe Bassi (compagno di viaggio fedelissimo), dal batterista Massimo Manzi e dall’Ottonando Brass Ensemble di Mino Lacirignola, trombettista fasanese che ha coinvolto nel progetto Marco Sannini (tromba e flicorno), Donato Semeraro (corno), Giuseppe Zizzi (trombone) e Domenico Zizzi (basso tuba). Il lavoro, distributo dall’etichetta tedesca Yvp Music, può contare anche sugli arrangiamenti di Luigi Giannatempo.
«Isole» è un progetto originale diviso in dieci tracce, cinque delle quali sono firmate dallo stesso Di Leone: è il caso del brano che dà il titolo all’intero cd, di "Il Momento Infranto", di "Composed on Piano for Mal Waldron", del tributo dedicato a Rota e Fellini e di "Tema per un Film Che Non C’è" («E’ a disposizione di chi lo riterrà opportuno», fa sapere lo stesso autore). Progetto, peraltro, testato in diverse esecuzioni dal vivo (una per tutte: quella di Piazza Teatro, a Trani, all’interno del cartellone «Pugljazz 2004»), che hanno preceduto e succeduto la registrazione in studio. Ed è, ovviamente, un lavoro fortemente caratterizzato dalla presenza dei fiati, che interagiscono con un tessuto musicale dal taglio sobrio ed equilibrato.
Come dire che le situazioni differenti (e questa, di fatto, lo è) non intimoriscono Guido Di Leone, musicista tra i più duttili del panorama pugliese: e le esperienze passate con la musica brasiliana d’autore (in compagnia di Paola Arnesano e Mario Rosini, giusto per citare due momi), con quelle legate alla cinematografia di Totò (parliamo della Banda degli Onesti, dove condivide il palco con lo stesso Bassi, ettore Carucci ed Enzo Lanzo), con le note di Gianni Basso, oppure con varie formazioni che guardano attentamente sia alla tradizione jazzistica che alla sonorità latine (lo ricordiamo, ad esempio, nel trio Con Alma, al fianco di Vito di Modugno e Mimmo Campanale) rafforzano il concetto. In attesa di nuovi progetti: che arriveranno. Molto presto.

Isole di Jazz (YVP Music, 2004)
Guido Di Leone (chitarra), Giuseppe Bassi (contrabbasso), Massimo Manzi (batteria) & Ottonando Brass Ensemble (Mino Lacirignola: tromba e flicorno; Marco Sannini: tromba e flicorno; Donato Semeraro: corno; Giuseppe Zizzi: trombone; Domenico Zizzi: basso tuba)

(pubblicato dal mensile "Pigreco")

venerdì 10 dicembre 2004

Einaudi, talento raffinato

Ludovico Einaudi è un talento raffinato. Quasi erudito: anche se non lo fa pesare. La sua impostazione è classica: ma la sua musica è fluida, restia alle etichette. Che sembra piacere anche e soprattutto ai più giovani: quelli che, ad esempio, affollavano la platea del Teatro Kismet OperA, a Bari. E che hanno potuto salutare la recentissima uscita del suo ultimo disco, «Una Mattina» (Decca/Universal), già presentato in diversi punti della penisola. Lo stesso lavoro che, proprio a gennaio, il pianista – cinquant’anni, diplomato al Verdi di Milano - farà conoscere al pubblico di Taranto (Teatro Orfeo), dopo essere passato anche per Milano, Roma, Mestre, Palermo e Bologna.
L’artista e il suo piano. E, intorno, atmosfera. L’idea (e la forza) del live è questa. Un’atmosfera di classe, ma colorata di brio. Niente affatto statica, nè ingessata. Fluttuante tra le note assorbite negli studi di un tempo e le sonorità captate nel lungo viaggio intrapreso sin dagli anni ottanta verso conoscenze nuove. Che, peraltro, hanno condotto il musicista verso il cinema e il teatro, per cui ha già composto. L’artista, i suoi silenzi e le sue pause, che temperano i suoi concerti, lievitando lo spessore del suo stile personalissimo.
L’artista e la sua musica accattivante, densa: che sa, però, scoprirsi persino lieve. Come l’ora e mezza che riesce a riempire, passando per "Leo", brano dedicato al figlio, oppure "Dna", "Fuoco" e "Resta per Me". Brani, questi, che – almeno all’Orfeo – si gioveranno di un pizzico di fascino in più: nella tappa tarantina, infatti, Einaudi si farà accompagnare da Marco Decimo, violoncellista di lunga navigazione cameristica, sempre più spesso al fianco del pianista torinese. La musica colta e le note popolari si incontrano, integrandosi: l’opportunità è interessante. E, chi può, ne approfitti.

Ludovico Einaudi (pianoforte)
Bari, Teatro Kismet OperA

(pubblicato dal mensile "Pigreco")

sabato 20 novembre 2004

Arnesano più Moroni uguale Defrà

Riecco la voce di Paola Arnesano. E il piano di Dado Moroni. Un’altra volta insieme: ma per un tour diverso. Questa volta, innanzi tutto, c’è da presentare un disco recente, il loro. Che si chiama Defrá e che è uscito sotto la protezione di un’etichetta tedesca (YVP), peraltro dimostratasi già sensibile nei confronti del jazz di casa nostra. E sì, perchè Paola Arnesano, salentina di Tricase ritrovatasi a Bari, è una delle interpreti più attive e presenti nel panorama musicale pugliese. Che, appunto, con il genovese Dado Moroni, ha - già da un po’- stabilito feeling e complicità artistiche.
La coppia, ormai collaudata e consolidata, dà cioè continuità alla già corposa sequenza dei live estivi toccando a novembre alcuni angoli di Puglia: ed esibendosi, tra l’altro, all’Osteria Quattro Venti di Fragagnano (il locale di Michele Todaro, ultimamente, ha oltrevarcato i confini della musica popolare, con la quale si era guadagnato visibilità). Location dove l’esecuzione del lavoro (tredici tracce) si rivela asciutta: come previsto, del resto. L’approccio con le note è consumato con il solito garbo, nel solco della tradizionale raffinatezza che contraddistingue Paola Arnesano e dell’essenzialità che piace a Dado Moroni. Due interpreti, magari, abituati a platee particolarmente attente e silenziose: e, dunque, concettualmente lontane dall’atmosfera di un punto di ritrovo dove si cena e si chiacchiera, anche ad alta voce.
Il live, certo, risente di qualche disfunzione (che la cucina semplice e saporita dell’Osteria Quattro Venti riesce a mitigare), ma il disco (poco ritmo, forse, ma molto swing) è soddisfacente. «Io e il mio compagno di viaggio – assicura Paola Arnesano – puntiamo parecchio sull’inter play, sull’incontro tra il piano e la voce. Per noi, questo aspetto è fondamentale.Per quanto mi riguarda, poi, maturare un’ulteriore esperienza al fianco di Dado Moroni è motivo di orgoglio».
Paola canta in italiano ("Amarti Con gli Occhi", di Rossi e Colombi, brano degli anni cinquanta), in inglese (segnaliamo "Someone to Watch Over Me" e "Nice Work if You Can Get it", due tributi a Gershwin, e Autum in New York, di Duke) e in portoghese ("Se Todos Fossem Iguais a Você" è dedicata a Vinícius De Moraes e Tom Jobim: la passione per il Brasile è sempre viva). «Tutti i brani di questo disco, inciso e prodotto nel duemilatre, ma commercializzato solo prima dell’ultima estate, sono standard, tranne uno, "Defrá", che offre il titolo all’intero lavoro e che è di mia composizione. E anche questo è un omaggio, tutto personale, ad una persona che mi è stata molto vicina».

Paola Arnesano (voce) & Dado Moroni (pianoforte)

Fragagnano (TA), Osteria Quattro Venti

(pubblicato dal mensile "Pigreco")

lunedì 30 agosto 2004

Irio De Paula, affezionato e ispirato

Alla Puglia, Irio De Paula è rimasto affezionato. E, a queste latitudini, ci torna spesso. Lo ha fatto anche quest’anno: prima presentandosi a Martina (il suo live era inserito nella versatile rassegna Notti Barocche, curata dall’associazione Palco Barocco), poi a Marina di Pulsano e, infine, a Manduria (inserito nel cartellone di Radici 2004). Affezionato, dicevamo. E, malgrado il tempo che scorre, sempre ispirato. Malgrado abbia (momentaneamente e, comunque, non del tutto) preferito alla chitarra classica quella semiacustica: che gli ha permesso di presentare una scaletta infarcita di poco Brasile e di tanto jazz. Tuttavia, il programma – forse impropriamente definito come Sambajazz e consumato con la corposissima collaborazione di un batterista di spessore qual è il romano Stefano Rossini e del bassista Giorgio Fontana, pure lui romano - è piaciuto. Anche a chi, magari, avrebbe gradito ascoltare (o riascoltare) l’ennesimo fedele contributo alla bossa nova di Carlos Lyra, Baden Powell, João Gilberto e Luís Bonfá.
Irio De Paula, intanto, è sempre tecnicamente perfetto. Tanto da proseguire a recitare le note a memoria, com’è tradizione. Quasi con nonchalance: ma garantendo un livello di professionalità intatto. Specificità che, negli ultimi trent’anni, lo ha regolarmente premiato, dotandolo di una visibilità continua e ampiamente nazionale. Sin dai tempi del Manuja, locale ingiustamente eclissatosi dalle notti della capitale. Il suo talento genuino, cioè, emerge sempre. E non solo, quando –in prossimità della fine del concerto- si ritaglia uno spazio tutto suo, proponendo (da solo e con la chitarra classica) qualche clássico del suo Brasile: "Odeon" di Nazareth, per esempio, oppure "O Que Será" di Chico Buarque de Hollanda.
Il resto del repertorio, invece, è essenzialmente jazz e, oltre tutto, fortemente elettrico (l’apporto di Giorgio Fontana si fa sentire). Anche se bene si inseriscono le versioni riarrangiate di "Travessia", composta da Milton Nascimento nel ’66, e di "Wave", uno dei brani onnipresenti della produzione di Tom Jobim. E che, di fatto, preservano all’interno del live un ulteriore spazio alle sonorità del Brasile. Le stesse che Irio ha contributo a diffondere in Italia, quando il mercato discografico non era ancora globale e quando la cultura verdeoro non era ancora un modello alla moda.

(pubblicato dal mensile "Pigreco")

lunedì 12 luglio 2004

Dischi - Historias del Sur (I Tàngheri)

Tangueros. Anzi, Tàngheri. Con l’accento sulla a. Per giocare sulle parole. E forse, anche su se stessi. Oppure, più semplicemente, jazzisti prestati al tango di Astor Piazzolla e di Carlos Gardel: cioè ai suoi interpetri meno convenzionali e più sofferti. Oppure, ancora, jazzofili prestati ad un progetto accarezzato da tempo: e già divulgato nelle piazze e nei club di Puglia, da più di un anno. Dal quale, infine, è scaturito un cd, appena sfornato dall’etichetta Panastudio: Historias del Sur.
I Tangheri sono Antonio Di Lorenzo, batterista di collaudata versatilità; Davide Penta, bassista puntuale e prolifico; l’ostunese Vince Abbracciante, fisarmonicista emergente, e Rocco Capri Chiumarulo, la voce teatrale che offre conforto alle note. Il lavoro di esordio, invece, è un contenitore di dodici brani: alcuni universalmente conosciuti da una larga fetta di pubblico, altri di produzione propria. Un contenitore che passa da "Vuelvo al Sur" («Torno al sud/Come si torna sempre all’amore/Arrivo al sud/Come un destino del cuore/Sono del sud/Immensa luna/Cielo al rovescio/Cerco il sud/Con il suo domani, il suo dopo/Voglio il sud/La sua buona gente/La sua dignità») a "Caminito", da "Sus Ojos se Cerraron" a "Jeanne y Paul", attorno alle quali sfilano "Rouge" (scritta da Davide Penta), "T-Rex" (di Vince Abbracciante) e "Todo Tiene un Final" (di Antonio Di Lorenzo).
Historias del Sur, in realtà, è un omaggio divertito, un tributo goliardico ad un genere che non ha ancora esaurito la sua epoca. Ma è anche un disco sentito e, contemporaneamente, partorito con leggerezza. Senza la pretesa dei protagonisti di prendersi troppo sul serio. Ed è anche un’alternativa alle sonorità del jazz, alle quali il gruppo continua a rimanere saldamente ancorato. E verso le quali il disco, evidentemente, si affaccia, più che velatamente: traendone sostentamento ed ispirazione. Issandosi, perché no, su quella sinergia di stili che, oggi, fanno tendenza. E che i cultori della nuova lingua musicale chiamano contaminazione. Anche e soprattutto quando si apre la pagina di "Last Tango in Paris", di Gato Barbieri. Giusto per ricordarci che le note non hanno confini: né temporali, né geografici, né stilistici.

Historias del Sur (Panastudio, 2004)
Antonio Di Lorenzo (batteria), Davide Penta (basso e contrabbasso), Vince Abbracciante (fisarmonica), Rocco Capri Chiumarulo (voce)

(pubblicato dal mensile "Pigreco")

lunedì 26 aprile 2004

Joyce, bossa profonda

ecce chiama ancora il Brasile e il Brasile risponde. E l’abitudine di incontrarsi si consolida: piacevolmente. Accadeva in estate, quella appena passata: allora da Palazzo Adorno passarono Gilberto Gil e Maria Bethânia e, subito dopo, Caetano Veloso riempì Piazza Duomo. E accade di nuovo, ad aprile, quando la rassegna «Jazle 2004» tributa il suo penultimo spazio a Joyce. Stavolta non nella consueta cornice del Teatro Paisiello, dove dodici mesi prima transitarono Jacques Morelenbaum e il Quarteto Jobim, ma nel più defilato e freddo Teatro Don Bosco. Dove l’impressione è che l’appuntamento, meritevole di un’affluenza più corposa, passi abbastanza inosservato. Seminando qualche spicciolo di rammarico.
Il palcoscenico cambia, ma il Brasile svicola ugualmente: con discrezione e garbo. Perché Joyce si concede una serata di bossa profonda, contaminata da poche - pochissime - divagazioni. Immergendosi nei classici: rivisitati appena, per non cavalcare il pericolo di stravolgerli. Elargendo almeno quattro brani immortali: utili a sintonizzarsi sulla modulazione di frequenza di quanti non convivono abitualmente con le sonorità di oltre oceano. E ripercorrendo il solco della tradizione: cioè scegliendo un compromesso tra la sua musica e quella che la gente, quasi sempre, si attende di ascoltare in un concerto di un artista brasiliano.
Joyce compone, corposamente. Questa volta, però, si preferisce interprete. O, almeno, non esclude affatto questa possibilità. E, allora, sgorgano "Aguas de Março", "Corcovado" e "Ela é Carioca" di Tom Jobim, "Eu e Você" di Carlos Lyra, "Samba da Bênção" di Vinícius. E poi, ancora, "Upa Neguinho" di Edu Lobo, che finisce inevitabilmente per raccontare un pezzo della storia di Elis Regina, e "Aquarela do Brasil" di Ary Barroso («E’ l’inno nazionale brasiliano», certifica). Prima di tornare indietro nel tempo, riproponendo "O Que E' Que a Baiana Tem" di Dorival Caymmi, con cui il live si chiude definitivamente.
Joyce è brio, dosato con leggerezza. Probabilmente perché è figlia della bossa: etichetta che ostenta con orgoglio, ripetutamente. «Quando arrivai in Italia per la prima volta, ero al seguito di Vinícius de Moraes e di Toquinho». Quella tournée fu itinerante, persino nel nome: Il Poeta, la Ragazza e la Chitarra. «La mia generazione si è formata con la bossa nova. E proprio Vinícius e Tom Jobim sono i miei padrini musicali. E, anche se oggi tento nuove soluzioni artistiche, non dimentico la mia provenienza, il mio passato».
Il jazz entra in scaletta con `The Band on the World`, brano che abbraccia l’inglese, dedicato ad un vecchio club di Manchester, e si sviscera con le improvvisazioni di Teco Cardoso (flauto e sax), Rodolfo Stroeter (basso) e Tutty Moreno (batteria), che chiudono la prima parte del concerto. Il viaggio si concede anche una deviazione alla ricerca delle radici, raggiungendo il luar de Luanda: alla fine, però, ripara ancora nella bossa. Cioè, in una sedia e una chitarra: «La bossa ha bisogno di una sedia: non ho mai visto João Gilberto esibirsi in piedi. E, ovviamente, poi ci vuole concentrazione».
E passione. «Chiaro. Al di là del desiderio di innovazione che sta attraversando il Brasile. Ci sono molti artisti, da noi, che stanno crescendo e si stanno imponendo, sperimentando strade nuove. Artisti che, spesso, sono i discendenti naturali di chi ha contribuito a disegnare il panorama musicale del nostro Paese negli anni Sessanta e Settanta. Prendete la figlia di Elis Regina, Maria Rita. O Simoninha, il figlio di Wilson Simonal. E anch’io ho due eredi che hanno iniziato il proprio percorso: Ana Martins e Clara Moreno. Del resto, la musica brasiliana esce da un momento particolare, in cui le case discografiche avevano impartito una politica eccessivamente commerciale. Credo, tuttavia, che qualcosa sia cambiato o stia cambiando. Diciamo pure che la situazione tende ad un miglioramento evidente. La musica brasiliana si avvicina al futuro, perché possiede un futuro, oltre che un passato. Un passato che deve essere riconosciuto come patrimonio dell’umanità».

Joyce (voce e chitarra), Teco Cardoso (flauto e sassofono), Rodolfo Stroeter (basso) & Tutty Moreno (batteria)
Lecce, Teatro Don Bosco
Jazle 2004

(pubblicato dal sito www.musibrasil.net)

domenica 27 luglio 2003

Salento, finestra sul Brasile

Negroamaro è una finestra sul mondo. Negroamaro è già un`etichetta di prestigio. La world music d`autore penetra nel Salento, impossessandosi di palazzi, piazze e masserie storiche. Negroamaro è una rassegna di qualità, sulla soglia della popolarità, studiata e germogliata per essere apprezzata, più che per riempire i vuoti dell`estate. Negroamaro entra nel cuore del Brasile. E i tre concerti accartocciati attorno ad un unico filo conduttore proiettano la rassegna più frizzante del panorama musicale pugliese nel circuito dei live di assoluto prestigio. Time Zones coordina e propone: la firma è un certificato di garanzia. Si intuisce, si sente. Cominciano Maria Bethânia e Gilberto Gil, nel cortile di Palazzo dei Celestini, la casa dell`Amministrazione provinciale di Lecce che organizza la rassegna. Ritmo e riflessione, buon gusto e provocazione: il concerto è persino sobrio, ma non ingessato. Gil è un menestrello prestato alla politica e al governo di Lula, di cui è Ministro della Cultura. Niente giacca e niente cravatta: l`abbigliamento è quello di sempre, fortemente casual. I capelli intrecciati sono più lunghi del solito. Sessantun anni, senza sentirli: Gilberto entra ed esce dal reggae, deborda nella bossa nova, naufraga nel tropicalismo. Colpisce dritto ai sentimenti, si affida ad un repertorio sicuro, datato ("Requiem", "Os Mais Doces Bárbaros", ad esempio), parla di intolleranza religiosa, omaggia l`immortale Dorival Caymmi. Maria Bethânia è voce carismatica e forte, è sorriso contagioso. Pretende un suo spazio e lo occupa, a piedi nudi. Entra ed esce dalla scena, dosandosi, sovrapponendosi ed alternandosi a Gil. L`approccio comune è un tributo a Milton Nascimento ("Fé Cega, Faca Amolada"), poi arriva "Filhos de Gandhi", quindi l`intensa "O Indio". "Sem Fantasia" (di Chico Buarque de Hollanda) è, più tardi, un`interpretazione vibrante, suggestiva: le voci si incrociano, Gil si inginocchia in rigoroso rispetto. Il pubblico accompagna e, talvolta, preme. Dimenticando i disguidi delle ore che precedono l`appuntamento, la fila al botteghino e le ridotte dimensioni del cortile che non può accogliere tutto il mondo che pulsa dietro al portone del palazzo. La seconda tappa del segmento si sposta (anzi, devia a programma già pubblicato) in Piazza Duomo, dove Lecce svela i segreti migliori. Il palcoscenico ospita due protagonisti: Caetano Veloso e la sua chitarra. Caetano non è più l`artista sondato dalla fetta più alternativa del popolo musicale. Caetano, adesso, è una realtà ramificata e digerita dalla grande folla. Che segue e recita ogni brano, ricalcandone il portoghese. La piazza è gremita, la gente decodifica e canta, sostituendosi all`autore (è il caso di "Terra" che, a proposito, Teresa De Sio sta lanciando nella versione italiana). La scaletta introspeziona il passato ("Os Passistas", "Branquinha", "Minha Voz Minha Vida", "Lua Lua Lua", "Meu Coração Vagabundo", "Genipapo Absoluto", "Você é Linda", "Sampa", "O Estrangeiro", "O Leãozinho"), accarezza il suo sogno cinematografico ("Michelangelo Antonioni" è un brano espressamente pensato e scritto in italiano), cede ad un classico americano ("Stardust"), si avvicina all`immortalità delle note di "Volare", ripercorre il viaggio rischiato con Pedro Almodóvar ("Cucurucucu Paloma") e riapproda in Brasile ("Desde que o Samba è Samba"). Caetano è la voce modulata di sempre, è sonorità lieve e intensa, slanci e compostezza, ricami e concretezza, timidezza e sfrontatezza. Il Brasile di Negroamaro 2003, poi, emigra in provincia. Il terzo appuntamento coinvolge Cannole, a metà strada tra Maglie e Otranto: l`effervescente e verboso Chico César si affaccia alla Masseria Torcito, fortificata e ristrutturata, un angolo di storia tra i campi che annunciano la Grecìa. Il paraibano movimenta l`atmosfera quasi distratta di un pubblico ristretto: l`ultima tappa oroverde della manifestazione (che continua anche nel mese di agosto, attirando iniziative collaterali) è quella meno attesa e anche quella meno visitata, ma diventa presto la più spontanea. La gente colma il vuoto tra il palco e la prima fila destinata alle autorità, fatalmente assenti: il suo invito alla partecipazione popolare è accolto con simpatia. Gli addetti alla sicurezza, spiazzati, cedono lo spazio («Voi fate il vostro mestiere, io il mio: il pubblico resta qui»). Chico César è un nordestino tuttora legato alla cultura profondamente rurale della propria terra: e allora il frevo e il côco incrociano la strada di sonorità più contemporanee. L`innovazione innerva il folclore, o viceversa. «Non sono il Brasile consacrato, sono il Brasile alternativo»: il concetto scaccia gli avanzi di un dubbio. Il personaggio è trasparente, comunicativo. "Respeitem Meus Cabelos, Brancos" ("Rispetta i Miei Capelli, Uomo Bianco", brano inciso recentemente in compagnia di Chico Buarque) è l`ironia che precede "Mama Africa" e, più tardi, un tributo rigorosamente strumentale al jazz, un assaggio di reggae e un appello a favore dell`azzeramento del debito estero dei Paesi più poveri. Perchè la musica popolare, in Brasile, sa ancora navigare nel mare dell`impegno sociale.

Maria Bethánia e Gilberto Gil
Lecce, Atrio del Palazzo dei Celestini

Caetanno Veloso
Lecce, Piazza Duomo

Chico César
Cannole (LE), Masseria Torcito

Salento Negroamaro Festival 2003

(pubblicato dal sito www.musibrasil.net)

venerdì 25 luglio 2003

La nipote sensuale del poeta

Mariana è profondamente carioca. Nell'accento, nei gesti, nella sensualità. Mariana è voce da bossa. Mariana è minuta, gracile, mora ed espressiva. Mariana ricorda Gal Costa, ma di Gal non trascina né gli eccessi, né i barocchismi vocali. Però di Gal ne rievoca il timbro: non possente, ma languido. Mariana schizza dalla bossa nova, riattualizzandola. E riconsegnandola ad un panorama musicale che, è più di un'impressione, la sta soffocando e perdendo. Mariana è anche talento: va ascoltata con attenzione. Magari in un teatro, nell'intimità del silenzio. O in un club ovattato. Mariana è la nipote di Vinícius De Moraes, il poeta diplomatico. Ed è la figlia di Pedro ("Pedro, Meu Filho" è un poema commercializzato anche sul vinile da Vininha). Mariana, soprattutto, è un' interprete vera. Orgogliosa di un cognome ingombrante, ma sganciata dalla sua schiavitù. Mariana non è solo la nipote dello zio: è pure -innanzi tutto- un'artista con dignità e fascino propri. Quel cognome non la sospinge e non la comprime: Mariana cammina da sola tra le note e tra due compagni di viaggio, il chitarrista Sérgio Farias e il percussionista Silvano Michelino, di solare origine italiana. Mariana De Moraes attraversa l'estate italiana più brasiliana di sempre, guadagnandosi una nicchia tra Gil e Caetano, Bethânia e Chico César, Toquinho e João Gilberto. E scende in Puglia, nella notte giovane del Torre Regina Giovanna, antica stazione di posta immersa nelle campagne tra Brindisi e San Vito dei Normanni. Come Bethânia, si esibisce scalza, sotto una quercia. Meriterebbe un pubblico meno sfuggente, Mariana. Ma il luogo è un crocevia di incontri: si beve, si discute, si passeggia. L'atmosfera da discopub non gratifica, non solletica. Più in là, la pista si riempie e si balla con altre note. Il bar, poco distante, diffonde sonorità prediscotecali. Eppure, Mariana continua a sussurrare il suo Brasile. Al pubblico Mariana parla di samba, ma il prodotto è bossa certificata. Lo conferma una versione di "Você e Eu", di Carlos Lyra. Lo attestano due brani firmati da Vinícius per la pièce «Orfeu Negro». Lo asserisce un inciso mutuato dall'inossidabile "Manhã de Carnaval" di Luiz Bonfá. Lo spiegano gli spartiti che il De Moraes Trio propone, tra cui Juazeiro. Un'ora, però, passa spedita. Lasciando una sensazione piacevole: la sensazione di qualcosa che sembrava circoscritto alle evoluzioni degli autori del passato e che, invece, continua a soffiare, con garbo. Una sensazione, forse, respirata da pochi anacronisti: gli ascoltatori più attenti.

Maria De Moraes (voce), Sérgio Farias (chitarra) e Silvano Michelino (percussioni)

Apani di Brindisi, Torre Regina Giovanna

(pubblicato dal sito www.musibrasil.net)

giovedì 10 aprile 2003

Tom, quel fascino immortale

Lecce, ultimo chilometro. Il viaggio europeo del Quarteto Jobim Morelembaum sfuma nel Salento, sotto l’etichetta di Jazle 2003, affermato contenitore di jazz e aromi latini miscelati nella cornice intima del Teatro “Paisiello”. L’ultima pièce è raffinata e discreta come l’approccio al palcoscenico e il fascino di Tom Jobim: si snoda lieve, composta. Quasi non volesse disturbare. E il fascino di Tom trasuda prepotente: da note e spartiti di settantacinque minuti asciutti, da un tributo che lo accompagna e che lo fotografa accanto ai suoi successi, dal timbro vocale di Paulo e Daniel. Di Tom, Paulo è il figlio chitarrista, semplice e pulito, dosato tra voce e chitarra. Daniel, invece, di Tom è il nipote pianista, puntuale e coraggioso: perché accettare il rischio di un confronto è già una sfida ingrata. Eppure, sia chiaro, l’onore familiare rimane intatto: sul palco sgorga bossa pura, fedele alla linea, dichiaratamente rispettosa dell’impronta. Addirittura dogmatica: senza eccezioni pericolose, senza evoluzioni azzardate. Di più, senza arrangiamenti eccessivi. Cioè, bossa genuina: quella già ascoltata direttamente dal vinile. Sì, Tom avrebbe gradito.
Il Quarteto Jobim Morelembaum, in realtà, è una formazione a cinque punte. C’è Paula Morelembau, la voce ufficiale di un progetto partito nel 1995, e c’è soprattutto Jacques Morelembaum, un microcosmo a parte. Ma c’è pure Feijão, batterista senza orpelli, appositamente reclutato per la tournée italiana. Si parte con “Wave”, un classico: Jacques si rivela sùbito quel qualcosa in più. Naturale, vellutato, unico solista autorizzato ad escursioni peraltro mai invadenti. Il suo violoncello, spesso, si trasforma in basso: con profitto immutato. Paula compare in seconda battuta: ecco “Ela E’ Carioca” e poi “Outra Vez”. L’impressione, magari, è che viaggi con una velocità d’esecuzione diversa da quella del resto del gruppo, ma più tardi sembra adeguarsi. Anche se l’impressione, talvolta, torna ad insinuarsi. Nessuno è protagonista assoluto e ciascuno completa i compagni di palco, senza scavalcarli. Segno chiarissimo di un affiatamento totale, di uno spettacolo rodato, ma anche essenziale. Che spazia verso brani meno sfruttati per poi concedersi una parentesi. Anzi, due.
Il tributo dentro il tributo è costruito espressivamente per Dorival Caymmi (“Saudade da Bahia”, “Marina Morena”, “Samba da Minha Terra”) e, sùbito dopo, per Baden Powell e Vinícius de Moraes (“Berimbau”). Quindi, ancora Tom Jobim: “Agua de Beber”, “Desafinado”, “Aguas de Março”. La colonna sonora del bis, infine, è scontata: “Chega de Saudade”, “Garota de Ipanema”, “Samba do Avião”. «L’Italia è calorosa, sembra il Brasile»: Paulo Jobim mastica poche frasi, in bilico tra due lingue. Ma l’ultima tappa del viaggio, velocemente, sta evaporando. Dispensando, però, il profumo intenso delle note di un tempo che indugia. «La bossa nova è ancora dentro la testa della gente e non può più uscirne. Anche se il mondo cambia». Paulo, figlio di Tom, custodisce una certezza.

Quarteto Jobim Morelembaum (Paulo Jobim: voce e chitarra; Daniel Jobim: voce e pianoforte; Jacques Morelembaum: violoncello; Paula Morelembaum: voce; Feijão: batteria)
Lecce, Teatro Paisiello
Jazle 2003

giovedì 28 novembre 2002

Il Brasile interiore di Barbara

L’atmosfera calda del club, intimo e fumoso, luci soffuse e poi tanta bossa. E non solo. Siddharda Jazz & Art, Taranto, Puglia, Brasile: Barbara Casini, una chitarra, la voce, l’interpretazione. Dolce e decisa, con sentimento. Lo swing riesce a compensare l’assenza della band: Barbara canta e suona, da sola. In mezzo alla gente sparpagliata sul pavimento, arroccata sui tavoli. Contatto stretto, intenso. «Per una volta ho voluto esprimermi così, senza compagni di viaggio. Ma nella tournée che ho già inaugurato ci sono anche i miei amici. Addirittura, c’è una novità: mi accompagna un’attrice. Il suo compito è tradurre dal portoghese, spiegare i testi, rendere più partecipe il pubblico, assistere chi non conosce la lingua». Accedere al Brasile: spesso, il problema è questo. Decodificare le note non basta. Scandagliare i testi, sviscerare l’anima dell’autore, scoprirne il pensiero, navigarne l’inventiva: il percorso è sdrucciolo, ma pure appagante. Barbara apre una parentesi a metà concerto e racconta in italiano "Tatuagem", di Chico Buarque: un testo per tutti. «Chico è l’autore al quale, probabilmente, mi sento più legata: al pari di Jobim, evidentemente». Sì, non solo bossa. L’appuntamento del Siddharta si snoda attraverso Caetano Veloso ("Os Passistas" inaugura il concerto), Gilberto Gil ("Eu Vim de Bahia"), Ary Barroso (con due classici: "Baixa dos Sapateiros" e "Aquarela do Brasil"), Carlos Lyra ("Você e Eu"), Antônio Carlos Jobim ("Desafinado", "Aguas de Março", "Retrato em Branco e Preto"), Vinícius ("Eu Sei que Vou te Amar") e, appunto, Chico Buarque ("Futuros Amantes", la già citata "Tatuagem", "Vai Trabalhar Vagabundo", "O Futebol" e "Feijoada Completa", che apre l’appendice dei bis). Senza dimenticare Edu Lobo: Barbara e la sua chitarra rischiano anche la quantità di note e il sapore nordestino di "Ponteio". E il risultato è ampiamente soddisfacente. Pronuncia sicura del portoghese e modulazione di voce: Barbara affascina. «L’amore per il Brasile è sbocciato molto presto. Il perché? Non c’è un perché che spieghi la passione. Poi, all’inizio degli anni novanta ho preparato oltre oceano il mio primo lavoro. Adesso posso contare su diverse fatiche: da "Outro Lado" a "Todo o Amor", da "Sozinha" a "Vento", un lavoro realizzato al fianco di un jazzista di spessore qual è Rava”. Barbara e il suo Brasile. Barbara oltre il Brasile. Tra bossa, samba-canção e MPB spunta anche la produzione personale. "Vento" è un pezzo delicato, espressivo, pensato e sviluppato interamente in italiano: ma l’ispirazione è autenticamente brasiliana. Interprete, ma anche cantautore di concetti e pensieri. Pure il secondo brano proposto ha un’identità precisa, ma è inedito. Manca solo il titolo: arriverà anche quello. Poi, una proposta lanciata alla gente del Siddharta: «Indiciamo un concorso, scegliamolo insieme». Intanto, la serata scivola veloce.

Barbara Casini (chitarra e voce)
Taranto, Siddharta Jazz&Art
Dove C'è Musica C'è Speranza 2002

(pubblicato dal sito www.musibrasil.net)

sabato 13 aprile 2002

Grinta in movimento

«La mia fonte è il Brasile, il jazz fa parte di me». Tânia Maria Correa Reis è grinta, movimento, energia debordante. E` un piano carico di note, è musica che invade, suono corposo, forza, è voce decisa, profonda. Il suo jazz è colorato, vivace, senza schemi, intimamente brasiliano. Incalzante. «Live at the Blue Note» è la sua fatica più recente, datata duemilauno: pensato a Parigi, registrato dal vivo a New York, distribuito in Italia da marzo, presentato a Barletta (Teatro Curci) e Roma (Teatro Ambra Jovinelli) il tredici e il quindici aprile. Otto brani, otto momenti intensi: e un ritorno gradito. «Il jazz mi viene naturale, è la mia libertà d`espressione». Espressione forte, che dilaga. L`atmosfera, rigidamente latina, è salvaguardata, nota dopo nota. «La mia musica ruota attorno al jazz e al Brasile. E` libera, è diversa. Adesso, anche più semplice». Tânia Maria produce sensazioni, riempie il palcoscenico. Trascina. L`impatto, sul palco, è marcato. Il concerto è un concentrato di dinamismo puro, ritmato dalle percussioni di Mestre Carneiro, plasmato dalla concretezza della batteria di Luís Augusto Cavani e dalla puntualità del basso di Marc Bertaux: un`ora e tre quarti che scivolano lievi, senza indugi, senza attriti. C`è la produzione propria e c`è la rivisitazione, c`è la ballata e ci sono i classici che il pubblico ama e accompagna: è il caso dell`intramontabile "Mas Que Nada" targata Jorge Ben. La versione di "Sebastiana" (vecchio brano di Rosil cavalcanti) è frenetica, ampiamente arrangiata. "Aquarela do Brasil" di Barroso è appena accennata, ma la gente apprezza. E partecipa. Tânia Maria si concede, si lascia trasportare tra musica e versi. Talvolta autobiografici, semplici, eppure mai banali: "Deixei Minha Cidade com Doce Coragem", "Eu Canto Meu Pais, Eu Canto Para Ser Feliz`. Voce, piano, tastiere e improvvisazione, istinto. «Non preparo mai scalette, per i concerti». Tânia Maria ha personalità spiccata, dentro e fuori dal palco. «La musica, più di ogni altra cosa, è una scelta. E` una missione: io ho scelto la musica e la musica ha scelto me». Jazz, Brasile e ritmo afro-latini trovano un punto d`incontro, si fondono lontano da ogni cliché: la mistura elargisce musica viva, attraente. Sino alla fine, quando sgorgano gli accordi di "Florzinha", ispirata a Petit Fleur di Sidney Bechet. Tânia Maria è il Brasile che si agita, che pulsa.

Tânia Maria (voce, tastiera e pianoforte), Marc Bertaux (basso), Luís Augusto Cavani (batteria) & Mestre Carneiro (percussioni)
Barletta, Teatro Curci

(pubblicato dal sito www.musibrasil.net)